Archivi del giorno: 2 luglio 2013

Inseriti e integrati

Sono in Svezia da 25 anni, e ho festeggiato Midsommar solo una volta.

Questa frase, pronunciata da un conoscente una decina di giorni fa, mi ha dato parecchio da pensare sulla questione immigrazione. La persona in questione è un ragazzo di neanche trent’anni, immigrato quando era bambino dall’America Latina con la sua famiglia; pur con un accento terribile (una versione innaturale e imbruttita dello skånska) parla, ovviamente, uno svedese migliore del mio ed è inserito in Svezia sin dalla sua infanzia. Scelgo la parola “inserito” di proposito, perché oggi più che mai mi rendo conto di quale sia la differenza fra “inserito” ed “integrato”.
La stragrande maggioranza degli immigrati svedesi è infatti palesemente inserita, ma non integrata.

Per un attimo vorrei però rovesciare la prospettiva, e non dare, come spesso capita, tutte le colpe alla società svedese. Società svedese che, si chiaro, è stata tutto fuorché impeccabile nel gestire il fenomeno (un po’ troppo facile accettare tanta gente e abbandonarla a se stessa nei cosiddetti “quartieri ghetto”, non favorendo un vero processo integrativo); un assunto fondamentale, questo, che non può essere messo in dubbio.
Di questi immigrati, quanti, però, hanno cercato veramente di integrarsi con la società svedese, anziché limitarsi a trapiantare i propri usi e costumi in un’altra nazione?
Per carità, è un problema vecchio come il mondo: le varie Little Italy e Chinatown rese popolari da Hollywood c’insegnano che l’immigrazione di massa porta a comunità che, qualcuna più qualcuna meno, tendono a chiudersi in se stesse, prima che ad integrarsi nel tessuto locale.
Ora… non conosco la persona di cui ho parlato sopra al punto di potere giudicare in qualche modo la sua storia e quella della sua famiglia, ma, in generale, quanti immigrati provano a fare in modo di accettare un qualche livello di svedesità e quanti si chiudono nei propri usi e costumi, nelle proprie credenze e tradizioni, innalzando loro stessi un muro contro ogni possibilità di integrazione?
Non lo nego: per me è facile parlare… mia moglie è svedese e quindi sono esposto in maniera diretta a tutte le usanze, le tradizioni e al modo di pensare degli “indigeni”. E, non lo nascondo, quando vedo coppie o famiglie provenienti “in blocco” anche dall’Italia o altri paesi europei, mi chiedo sempre quanto riusciranno ad integrarsi realmente, parlando la propria lingua in casa, mangiando solo quello cui sono da sempre abituati e così via. Mi chiedo se, se e quando riceveranno la cittadinanza, per loro sarà qualcosa di realmente sentito (come lo è stato per me), o se sarà solo un “pezzo di carta” che ti semplifica la vita.
Mi rendo poi conto di come emigrare non sia facile per nessuno, soprattutto per famiglie che arrivano da condizioni non proprio ideali: per molti, unirsi ad altri connazionali è una necessità, ed è chiaro che in parecchi scelgono la Svezia proprio sapendo già di andare a far parte di comunità di espatriati provenienti dalle stesse aree. Un sistema che rende sicuramente le cose piuttosto facili all’inizio ma che, a mio avviso, le complica inevitabilmente già sul medio termine. E il primo passo, purtroppo, deve essere compiuto dagli immigrati di prima generazione, perché, altrimenti, già i loro bimbi si troveranno in grossa difficoltà.

Che poi, sia chiaro, non è assolutamente una questione di abbandonare le proprie tradizioni, di rinnegare la propria identità. Si tratta, per l’appunto, di integrarle, di accettarne di nuove e di dare un contributo con le proprie: dal confronto fra culture, che deve venire da entrambi i lati, ci può essere, a mio avviso, solo una crescita.

Alcuni svedesi (per fortuna non tanti), quando vedono, ad esempio, una famiglia mediorentale alle celebrazioni di Midsommar, storcono il naso. Io, invece, sono contento: vuol dire che, almeno, ci stanno provando.