In coda

Da un articolo del Corriere della Sera.

Il numeretto, quel triangolino di carta con su scritta una cifra preceduta da una lettera, ormai siamo costretti a staccarlo ovunque, anche al banco più sperduto del mercato o nel panificio di periferia. Ha un nome che la dice lunga: il tagliacode.
Chi va in giro per l’Europa, sa che quegli aggeggi esistono solo da noi. Difficile vederne, soprattutto nel Nord Europa. Insomma, noi italiani abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci metta in riga. Da soli non ne siamo capaci. Siamo geneticamente incompatibili alle code.

Eh no, caro Roberto Ferrucci: la premessa è una corbelleria bella e buona.
Il “numeretto” qui in Svezia lo usiamo, e tanto: dal banco rosticceria del supermercato alla farmacia, passando per quei Systembolaget che non hanno il selfservice, molte konditori, il pronto soccorso e tanti altri posti ancora.

Poi è verissimo: gli Italiani sono incapaci di stare in fila. Nel Bel Paese, il concetto di “coda” è stato sostituito con quello di “bolla”, e la cosa è davvero irritante per ognuno di noi quando torna nel proprio paese: soprattutto in certi contesti non è bello ritrovarsi addosso persone da ogni lato.
Questo non è però un buon motivo per fare disinformazione costruendo un articolo a partire da una premessa falsa.

Consoliamoci con il meraviglioso video del grande Bruno Bozzetto che ci racconta delle differenze fra Italiani e resto d’Europa! 😀

Piccolo appello ai giornalisti italiani

Mi piacerebbe che i giornalisti italiani facessero più attenzione nello scrivere i nomi svedesi e, in generale, stranieri.

Per carità: forse in passato, scrivendo di musica, la cosa ha riguardato anche me, ma col tempo mi sono reso conto che mi piacerebbe vedere una maggiore professionalità e attenzione, in particolare da chi è pagato per fare il suo lavoro.

Probabilmente ancora molti non se ne rendono conto, forse per superficialità o semplice mancanza di abitudine, ma le varie dieresi o anelli diacritici non sono dei simboletti messi a casaccio: hanno invece un motivo di esistere, e vale quindi la pena sbattersi per imparare le combinazioni di tastiera necessarie per scriverli.

Innanzitutto, quantomeno per la lingua svedese, i simboli in questione non sono solo dei semplici accenti o caratteri diacritici: quando usiamo, per esempio, la å o la ö non siamo di fronte a versioni modificate della a o della o. Si tratta infatti di lettere indipendenti, che hanno un proprio posto specifico nell’alfabeto svedese (che, per chi non lo sapesse, si definisce “dalla a alla ö”).
É chiaro che questo aspetto può essere ignorato, e ci mancherebbe altro, da chi non conosce le specifiche della lingua, ma dovrebbe quantomeno sorgere il sospetto che quei simbolini una qualche importanza ce l’abbiano, e per questo dovrebbero essere rispettati.
L’importanza sta tutta nella pronuncia, che cambia radicalmente a seconda che quei simbolini ci siano o meno.

Mi capita spesso, ad esempio, di leggere Malmoe, quando il nome della città e della squadra di calcio, in qualunque lingua, è Malmö. L’escamotage di utilizzare Malmoe (che, letto in Italiano, ha una pronuncia diversa da quella reale) andava bene per le vecchie macchine da scrivere o quando, negli anni ’80, i computer avevano un set di caratteri limitato. Ora, però, siamo nel 2012: qualunque PC, Mac, tablet o smartphone permette di scrivere correttamente la ö, e la scusa non ha più motivo di esistere. Soprattutto da parte di professionisti del settore.

Qualche giorno fa sono rimasto spiazzato dal leggere sul sito del più celebre giornale sportivo nazionale il nome Kallstrom. Il motivo è che la pronuncia di Källström (come andrebbe scritto) è molto più simile a “sciellstrem” che non a “callstrom”, e leggere Kallstrom risulta, ai miei occhi allenati alla lingua, decisamente strano.
Eppure pare che sia piuttosto normale, in Italia, scrivere così: tutti gli altri quotidiani, sportivi e non, riportano esattamente la stessa grafia priva di dieresi, nonostante i giornalisti ricevano sicuramente le informazioni corrette da chi di dovere.
Quello di cui, probabilmente, il giornalista medio non si rende conto è che così facendo si storpia il nome, esattamente come se si scrivesse Baffon o Gariboldi, Barlusconi o Melano, Rumazzotti o Pelermo.
Il mio appello ai professionisti della carta stampata (reale o virtuale) è quindi questo: che scriviate di cronaca, sport, musica, politica o quant’altro, impegnatevi ad imparare le scorciatoie di tastiera necessarie, e non solo la vostra professionalità ne trarrà guadagno, ma non contribuirete neppure alla diffusione dell’ignoranza.

Qui in Svezia c’è sicuramente meno approssimazione al riguardo: i nomi stranieri, almeno dai professionisti, vengono generalmente scritti in maniera corretta. Ed è così anche per quelli naturalizzati: di tanto in tanto capita di vedere ancora qualche Ibrahimovic, ma il più delle volte si trova il corretto Ibrahimović, e questo nonostante la c accentata bosniaca non faccia certo parte dell’alfabeto svedese.

Quando un paese è Rock

Ieri, all’età di 58 anni, è venuto improvvisamente a mancare l’irlandese Gary Moore, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock e del blues moderno.
Sinceramente non ho troppa voglia di controllare, ma posso immaginare il risalto (o la mancanza di) che una tragica notizia di questo tipo può avere avuto nello Stivale: se va bene, una news veloce su alcuni TG, e un articolo nella pagina dello spettacolo dei quotidiani.
Il 99% dei lettori italiani di questo blog si chiederà pure chi cavolo sia Gary Moore, qualcuno ne ricorderà il nome per via del discreto successo di Still Got The Blues. E va già bene che Gary era riuscito a sdoganarsi presso certi ambienti per via della svolta blues degli anni ’90, altrimenti la notizia sarebbe stata completamente ignorata (e pensare che anche – e a mio avviso soprattutto – in campo rock Gary ha fatto cose meravigliose).
Cosa succede invece in Svezia? Succede che la notizia viene considerata giustamente importante, al punto da conquistarsi le locandine di beceri tabloid popolari.

Certo, i toni sono sensazionalistici (“morte misteriosa”), ma ciò che conta è il fatto che la notizia viene data.

Nei giorni del melodifestival (l’equivalente del nostro Festival di Sanremo, però meno serioso e più “divertente”) si riesce comunque a guardare a qualcosa di importante a livello internazionale, mentre da altre parti ci si culla nel proprio provincialismo.

NP: Gary Moore – Empty Rooms

Cane morde cane

La Svezia è, si sa, il paese che ha inventato il quotidiano gratuito distribuito in metropolitana. In aggiunta a questo, da queste parti è cosa comune ricevere gratuitamente, nella cassetta della posta, tabloid di informazione locale, come avevo potuto notare a Bromma per poi trovare conferma in Upplands Väsby. Regolarmente, ricevo due tabloid settimanali differenti pagati (suppongo) tramite sponsorizzazioni e fondi locali.

Come potrete immaginare, si tratta per lo più di notizie di piccola cronaca, politica amministrativa, polemiche cittadine, informazioni utili, sport locale. Insomma, bene o male, una piccola forma di servizio al cittadino che male non fa.

Però non può non strappare un sorriso una prima pagina come questa!

Attaccata da un altro cane!

La storia racconta della bassotta Lydia (sì, la bassotta, non la signora!) brutalmente attaccata da un altro cane.  Ovviamente sono dispiaciutissimo per la povera Lydia, che comunque se l’è cavata e sta bene, ma il fatto che qui decidano di dare rilievo ad una notizia del genere piuttosto che a litigi di partito o faide sportive di bassa lega, è un tuffo nella semplicità assolutamente positivo.

In un mondo in cui la politica non si riduce a beghe da filmetto trash, e in cui le cose (o almeno buona parte di esse) riescono ancora a funzionare, persino il “cane morde cane” può fare notizia. Ed è bello poterlo notare.

P.S.: Ovviamente del cane aggressore non sono state fornite le generalità. Lo dico scherzando, ma dovete comunque sapere che qui in Svezia è proibito per legge, da parte della stampa, fornire pubblicamente le generalità degli indiziati di reato, fino a che la condanna non è definitiva. Sugli organi di informazione si evita di pubblicare nomi e foto, e si fa riferimento solo a età, sesso e professione. Chiaramente il discorso non vale nel caso di personalità pubbliche: siamo pur sempre nel paese dove un’importante vice ministro è dovuta restare a lungo fuori dai giochi per aver comprato del Toblerone con la carta di credito di servizio (ok, non esattamente del-Toblerone-e-basta, ma il succo della sostanza resta…)