Archivi categoria: luoghi comuni

Derby

Oggi piccolo “derby” personale, per i campionati europei di calcio. Partita vista in ufficio, in una sala conferenza con due schermi, proiettore e poltrone ultracomode: perché, sfatiamo un luogo comune, non è solo in Italia che ci si ferma per il calcio. Inutile dire che ero circondato (eravamo in tre persone a tifare azzurri, contro il resto dell’ufficio), ma, comunque, tutto è andato tranquillo. Gli Svedesi vivono le partite in maniera molto più tranquilla degli italiani: nessuno che sbraiti contro lo schermo, insulti i giocatori, o quant’altro. Tutti calmi e qualche “JA!” o “NEJ!” ogni tanto.
Ho canticchiato entrambi gli inni nazionali, ma, ho tifato Italia. Contento per la vittoria, ma anche un po’ dispiaciuto per la Svezia. Certo che una squadra che fa zero tiri in porta in due partite farà ben poca strada, anche se spero nel miracolo contro il Belgio. Ma, sicuramente, prima di tutto, Forza Azzurri!

Maglia azzurra e tricolore!

Maglia azzurra e tricolore!

I giornalisti italiani e l’ “Europa del Nord”

Un’idiozia che vedo ripetere spesso sui giornali italiani, è quella per cui paesi come Germania o Austria sarebbero l'”Europa del Nord”. L’ultimo a riproporla è Maurizio Ricci che, su Repubblica, scrive apertamente:

paesi che, in questi anni, hanno imparato a vedersi come “duri e puri”: Olanda, Germania, Belgio, Lussemburgo e Austria. L’Europa del Nord, insomma.

Ora, chiunque abbia un minimo di nozioni di storia e geografia sa benissimo che quella parte di Europa non può essere in alcun modo chiamata “Nord”. E il fatto che sia più a nord dell’Italia o che sia la parte dell’Europa più ricca (secondo l’approssimativa e spesso errata equazione ricco = nord) non cambia la cosa.

Basta una semplice occhiata alla cartina dell’Europa e alle sue suddivisioni storiche, per rendersi conto di quanto questa sia una fesseria:

Le suddivisioni dell'Europa. Immagine da Wikimedia su licenza Creative common.

Le suddivisioni dell’Europa. Immagine da Wikimedia su licenza Creative common.

Non c’è alcuna giustificazione che tenga. La Germania è sempre stata talmente fiera del proprio ruolo di faro centrale dell’Europa (anche prima dell’Unione Europea), che il termine più usato per descrivere la sua area geopolitica, è un termine tedesco: Mitteleuropa. Ed è così che l’insieme dei paesi citati da Ricci nel suo articolo dovrebbe essere chiamato: la Mitteleuropa o l’Europa Centrale. Al limite, si può aggiungere che il BeNeLux fa storicamente parte dell’Europa Occidentale… ma di sicuro non dell’Europa del Nord!

E, peraltro, i paesi dell’Europa del Nord, quella vera, non si identificano a tutti i costi nelle politiche germaniche: basti pensare all’euroscetticismo diffuso che ha portato alla conservazione le valute nazionali.
Inoltre, come già detto in passato, l’Europa del Nord è un’entità geopolitica ben definita, con tanto di proprio Consiglio internazionale.

Provate poi a dire ad un austriaco o un tedesco che è un nord-europeo e, nel migliore dei casi, lo vedrete mettersi a ridere.

Ho provato a contattare Ricci su Twitter (in maniera sarcastica, lo ammetto) e tutto quello che ho ottenuto è una clamorosa arrampicata sugli specchi.
Ricci Twitter

Capito, quindi? La Germania è al centro dell’Europa solo se (forse) vista dalla Svezia. Qualcuno lo dica alla Merkel!

Una storia dal ricco Nord Europa

Troppo spesso, nell’Italia delle favolette, si legge e sente di come chi vada al Nord abbia la vita facile, di come ci si liberi di tutti i problemi per andare a vivere in una società paradisiaca.
Purtroppo, storie come quella di Mattia, troppo spesso ignorate dalla stampa delle storielle sui cervelli in fuga, sono la realtà quotidiana e il leggerle ci riporta prepotentemente con i piedi per terra.
O, meglio, riporta forse coi piedi per terra coloro che nulla sanno di cosa voglia dire veramente emigrare.
A Mattia, che è un grande, mando i più grandi auguri. So che ne uscirai!

1 anno di solitudine – Emigrare, lavorare, vivere …

Non me ne fate una colpa ma ciò’ che scrivo e racconto riguarda chi come me, non e’ nessuno, senza capitali e l’unica cosa nella valigia e’ la volontà’ di riuscirci in qualche modo e facendo qualsiasi cosa gli capiti.
Questo lo dico perché’ sebbene si legga molto di fantastico sulla Danimarca e sulle classi sociali inesistenti, devo aprire un capitolo spiegando che esistono e possono fare la differenza.
L’emigrazione dei paesi “poveri” sta aumentando sempre di più’ e i paesi “ricchi” sono sempre di meno, questo se fate un veloce calcolo implica che ci si troverà’ di fronte a una fascia di persone che stanno lottando per rimanere e non faccio differenza di nazionalità’, una volta all’estero, siamo tutti uguali, di fronte l’uno all’altro.

Leggi il resto dell’articolo qui:
Vivere in Danimarca: 1 anno di solitudine – Emigrare, lavorare, vivere ….

Isolette sperdute

E dopo il villaggio sperduto di pescatori, scopriamo grazie al Corriere che Agnetha “Faltksog” (ovviamente i due puntini “si possono ignorare“) vive su un’isoletta sperduta.

Ora… è vero che Helgö non arriva a 50 ettari ed è una zona residenziale scarsamente abitata, ma è comunque parte di un comune di 10.000 abitanti (dalla cui parte principale è separata solo da un ponte) ed è a mezz’ora di macchina da Stoccolma.

Sicuramente una generalizzazione meno grave di quella su Kalmar ma, non so voi, io per “isoletta sperduta” mi immagino altro.

L’impressione è che, per i media Italiani, in Svezia sia tutto piccolo, tutto sperduto, tutto caratteristico come il più banale dei luoghi comuni.
A questo punto, aspetto con trepidazione il giorno in cui leggerò del Vänern come di un piccolo laghetto sperduto…

Goteborg non esiste

Per la serie “le mie battaglie contro i mulini al vento”, voglio ringraziare chi (soprattutto i giornalisti) è riuscito ad imporre l’orribile Goteborg al posto dello storico, e decisamente più sensato, Gotemburgo per indicare in Italia la città che in Svezia chiamiamo Göteborg.

Mentre il toponimo storico italiano era corretto, adesso ci ritroviamo con qualcosa che non è italiano, non è svedese e non si sa cosa sia. E poi, anche nello scriverlo, vuoi mica che quei due punti sulla o siano importanti? 😀

So per certo che in posti come in Inghilterra, Spagna e Portogallo si utilizza ancora il nome adattato (vedi Gothenburg o, appunto, Gotemburgo), e non so come sia la cosa nel resto del mondo, ma non importa: visto che gli italiani ti guardano perplesso (sempre se non arrivano addirittura a sfotterti) quando dici “jettebòri“, ho deciso che, d’ora in poi, nella parlata, userò sempre il bellissimo Gotemburgo.
Perché Goteborg non esiste. 😛


AGGIORNAMENTO: Gotemburgo ha, fra l’altro, una caratteristica: è l’unica città di Svezia ad avere adottato ufficialmente un doppio nome, accettando anche la versione inglese Gothenburg. I motivi sono soprattutto storici: in quanto grande porto, e grazie alla sua posizione, Gotemburgo è sempre stata la più internazionale delle città svedesi. Dopo gli inizi “olandesi”, la comunità britannica ha avuto un ruolo rilevante nella crescita della città, influenzandone in maniera determinante lo sviluppo.

Villaggi sperduti di pescatori

Secondo l’allenatore Gianni De Biasi, Kalmar sarebbe “un villaggio sperduto di pescatori in Svezia“.
Tenendo conto che stiamo parlando di una cittadina di 35000 abitanti (60.000 contando l’area municipale), capoluogo di una contea che conta 230.000 residenti, nonché importante località storico-culturale, mi chiedo cosa dovremmo dire di Sarmede, il comune italiano di 3000 anime da cui proviene De Biasi.
Un bel complimenti, quindi, alla cultura del commissario tecnico della nazionale albanese e al giornalista che ha riportato le dichiarazioni senza battere ciglio.

Papà, voglio avere un Italiano!

Mi rendo conto, dopo due settimane di vacanze in Italia (se trovo il tempo, prossimamente racconterò brevemente le impressioni “da rientro”) ed il ritorno, di non avere avuto tempo e modo di scrivere una sola riga.
Nell’attesa del prossimo post serio, vi “delizio” con questo classico d’annata sul come ci vedevano nel 1988, opera del gruppo umoristico Galenskaparna och After Shave

Come resistere (ehm…) a un ritornello così?
Papà voglio avere un Italiano, cresciuto a pizza e pasta! Papà voglio avere un Italiano, puoi buttar via tutti gli altri! Papà voglio avere un Italiano, trovami qualcuno che sia libero. Papà voglio avere un Italiano, altrimenti trasloco a Venezia! Oh… du gamla, du fria, questa diventerà una pizzeria! Già con nome “Mamma Mia”. O sole mio!

La sequenza è tratta dal film Stinsen brinner… filmen alltså (che non ho visto), ma il brano, che è nella colonna sonora, è diventato un “classicone” straconosciuto da chiunque.

Politically Correct alla Svedese

Già da tempo, nel parlare con gli Svedesi (tanto in inglese quanto o lingua madre), mi sono tolto il brutto vizio di usare di default il maschile quando il sesso della persona non è conosciuto (ad esempio se si parla di un bambino – o di una bambina – che nascerà) o quando si parla in maniera generica: una persona generica è, infatti, “lui o lei”.
Mentre l’Italiano è una lingua a prevalenza maschile (per un gruppo di persone miste si utilizza sempre il maschile plurale, il femminile si usa solo se sono tutte donne), per lo svedese non è così, e certi nostri utilizzi derivati dall’abitudine suonano strani, se non offensivi.

Qui è sempre “han eller hon” per tutto, ma devo dire che, comunque, non mi è ancora capitato di sentire una sola persona usare il posticcio “hen”, termine asessuato creato ad arte negli ultimi decenni da alcuni pazzoidi…

Sono rimasto però assolutamente sorpreso quando la fiorista, nel momento di comprare una rosa per mia moglie, mi ha detto “aggiungo le istruzioni per lui o lei”, concetto ribadito poi in seguito…
In Italia, qualcuno devasterebbe il negozio. 😀

Prodotti italiani tarocchi?

Qualche giorno fa, mia mamma mi ha segnalato un delirante servizio di Striscia La Notizia tutto dedicato a fare vedere quanto sono cattivi gli svedesi che taroccano i prodotti italiani.
Avrei voluto scrivere qualcosa sull’argomento subito, ma mi è mancato il tempo: vedo che il buon Boffardi ha già provveduto a rispondere adeguatamente ad un servizio superficiale e decisamente stupido. Vi rimando quindi al suo articolo, che vale la pena leggere.
In particolare sottoscrivo la questione dell’utilizzo della parola “salami”, in cui l’inviato fa una figura barbina: anche in Italia assorbiamo parole estere e le storpiamo e non mi risulta che nessuno ci prenda per i fondelli perché diciamo “bistecca” al posto di “beef steak”.

A quanto detto, vorrei aggiungere un paio di considerazioni:

  • il Cambozola non è “il gorgonzola tarocco”. È il nome commerciale di un formaggio vero e proprio, decisamente buono, che viene prodotto in Germania da oltre cento anni. Ha caratteristiche che fanno pensare ad un incrocio fra Camembert e Gorgonzola (e il nome commerciale proposto fa sicuramente riferimento a questi due prodotti, non lo nega nessuno) ma è comunque un formaggio apprezzato con caratteristiche proprie. Nei paesi anglofoni è noto come Blue Brie (la famiglia dei “formaggi blu” è quella dei formaggi “muffosi”, e ne fa parte anche il gorgonzola). Nessuno svedese pensa di comprare gorgonzola quando acquista Cambozola: qui si sa benissimo che sono cose differenti. L’inviato di Striscia, invece di essersi informato al riguardo, ci rimedia una bella figura da ignorante.
  •  Il salame “Toscana” che hanno fatto vedere non è Svedese, ma il prodotto di una compagnia danese (bastava leggere la confezione e guardare la bandierina). Sicuramente un’operazione discutibile, e anche le associazioni di consumatori svedesi sono contrarie a questa pratica. Cito Sveriges Konsumenter i Samverkan:

    chiamare Toscana qualcosa che viene dalla Danimarca, non è solo trarre guadagno dal nome italiano, ma anche imbrogliare!

Sono poi il primo a pensare che si debbano evitare abusi, facendo riferimento a prodotti che non c’entrano nulla con quanto venduto e chi mi legge dall’inizio ricorderà il mio post sul Ciaùscolo svedese (che, per inciso, ha poi dovuto cambiare nome in Santoreggia, con la constatazione “per chiamarsi Ciaùscolo deve essere prodotto nelle provincie italiane di Ancona, Macerata ed Ascoli Piceno: il nostro è prodotto a Linköping”).
Un conto, però, sono certi abusi, un conto scandalizzarsi per un fatti che sono, semplicemente, normalissimi e accadono anche in Italia. A questo punto mi aspetto un servizio di Striscia La Notizia contro qualunque ristoratore italiano che proponga paella…

In coda

Da un articolo del Corriere della Sera.

Il numeretto, quel triangolino di carta con su scritta una cifra preceduta da una lettera, ormai siamo costretti a staccarlo ovunque, anche al banco più sperduto del mercato o nel panificio di periferia. Ha un nome che la dice lunga: il tagliacode.
Chi va in giro per l’Europa, sa che quegli aggeggi esistono solo da noi. Difficile vederne, soprattutto nel Nord Europa. Insomma, noi italiani abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci metta in riga. Da soli non ne siamo capaci. Siamo geneticamente incompatibili alle code.

Eh no, caro Roberto Ferrucci: la premessa è una corbelleria bella e buona.
Il “numeretto” qui in Svezia lo usiamo, e tanto: dal banco rosticceria del supermercato alla farmacia, passando per quei Systembolaget che non hanno il selfservice, molte konditori, il pronto soccorso e tanti altri posti ancora.

Poi è verissimo: gli Italiani sono incapaci di stare in fila. Nel Bel Paese, il concetto di “coda” è stato sostituito con quello di “bolla”, e la cosa è davvero irritante per ognuno di noi quando torna nel proprio paese: soprattutto in certi contesti non è bello ritrovarsi addosso persone da ogni lato.
Questo non è però un buon motivo per fare disinformazione costruendo un articolo a partire da una premessa falsa.

Consoliamoci con il meraviglioso video del grande Bruno Bozzetto che ci racconta delle differenze fra Italiani e resto d’Europa! 😀

Svezia: Inferno e Paradiso

Finalmente, dopo che ne avevo assaggiato alcuni spezzoni su YouTube, io e mia moglie ci siamo messi a guardare la versione integrale di Svezia, Inferno e Paradiso, storico documentario shock italiano che, alla fine degli anni ´60, contribuì ad alimentare una serie di assurdi luoghi comuni sulla Svezia.
Il documentario ottenne un buon successo in Italia e all’estero, creando miti assurdi e (pare) favorendo il turismo sulle tratte aeree che conducono a Stoccolma.

Innanzitutto viene da chiedersi come mai Luigi Scattini abbia deciso di infamare proprio la Svezia, fra tutti i paesi in cui c’era un livello di emancipazione differente rispetto a quello Italiano. I fattori devono essere molti: sicuramente il fascino esercitato dalla donna bionda svedese che arrivava in Italia e che si mostrava in giro senza essere accompagnata da padre o marito (cosa spesso inconcepibile ancora nell’Italia degli anni ’60), che si permetteva di bere in pubblico o di agire in maniera indipendente.

Una spinta devono anche averla data film come Io Sono Curiosa – Giallo di Vilgot Sjöman o Monica e il Desiderio di Ingmar Bergman che, con le loro scene di nudo e/o argomenti sensuali, avevano creato un’immagine certamente distorta della società svedese.
Ovviamente, la legalità della pornografia era un altro elemento a favore del mito del svensk synd (il “peccato svedese”)…

Fatto sta che Scattini si deve essere divertito con gran gusto ad inventarsi situazioni talmente assurde dal far scompisciare dal ridere: lo sapete che le ragazze svedesi fanno tutte le sauna assieme e poi vanno a correre nude sulla neve? Che se provi a fermare un malvivente che ti sta rubando la macchina sarai arrestato, mentre lui potrà proseguire indisturbato nella sua opera? Che le ragazze non possono girare in periferia perchè saranno inevitabilmente stuprate da gang di biker? Lo sapete che l’arcipelago di Stoccolma offre una vista paradisiaca di ninfette che prendono sempre e rigorosamente il sole come mamma le ha fatte (strano che abbiano il segno del costume addosso!)? Che le vigilesse sono delle stronze insensibili che ti fanno la multa anche se sgarri di un minuto al parchimetro, e poi vanno a posare nude negli studi pornografici? Che le donne svedesi sono in realtà sempre depresse anche quando pensano di essere felici? Che i giovani abbandonano le famiglie e lasciano i genitori a morire da soli in un “cimitero degli elefanti”? Che il maschio latino non andava già più di moda negli anni ´60, ma che ogni ragazza del periodo si concedeva senza alcuna esitazione al primo africano che passava da quelle parti? Che i professori insegnano l’educazione sessuale utilizzando testi che in qualunque altra nazione porterebbero ad arresti di massa? Che le coppie svedesi non vogliono avere bambini se il momento non è quello giusto? Che le ragazze hanno le prime esperienze sessuali all’età di cinque anni e ne parlano in televisione senza alcun problema (in realtà, per chi conosce lo svedese, la ragazza dice di avere avuto il primo accenno di educazione a quell’età, ma la narrazione, sia in Italiano che in Inglese, trasforma il tutto in “prima esperienza”). Che gli svedesi non hanno alcun futuro perchè finiranno inevitabilmente suicidi o alcolizzati?

Il tutto è narrato sempre con un tono estremamente moralista e scandalizzato, aggiungendo puntualizzazioni gratuite spesso assolutamente spiazzanti.
Ovviamente il film non fu accolto molto bene in Svezia: fu trasmesso dalla televisione nazionale nell’ambito di una serie di programmi del tipo “come ci vedono”, ma fu anche pesantemente tagliato perchè molte delle persone riprese non avevano dato alcun consenso ad essere immortalate. Il giorno dopo la trasmissione, le proteste furono molto accese.

A guardarlo oggi, fondamentalmente, ci si fa del gran ridere. Si capisce chiaramente l’intento scandalistico del regista e la sua voglia di fare cassa esponendo più carne femminile possibile e presentando storielle in grado al tempo stesso di fare scalpore ed allupare il buon vecchio maschio latino. Mia moglie lo ha preso a metà fra il ridere e l’incazzatura (“Come si permette questo di infangare il mio paese in questa maniera”?), ma alla resa dei conti la conclusione è una sola: con tutto quel falso moralismo, e con l’esposizione di quelle che, di fatto, sono solo sue fantasie, alla fine la figura peggiore la fa proprio il regista.

Visione consigliata? Se volete sì, ma prendetelo appunto per quello che è: una divertente sequenza di vaccate con qualche pizzico di verità e tanta, tanta fantasia un po’ malsana…


Piccolo aggiornamento: nella recensione mi sono dimenticato un commento per la bella colonna sonora, composta di brani jazzy originali di Piero Umiliani (fra cui la versione originale di quel Mahna Mahnà reso celebre dei dei Muppets) e gioiellini pop del periodo. Sicuramente la cosa migliore del documentario!

Una settimana a Malmö ed una sera a Copenaghen

Sono separate solo da un ponte, appartengono entrambe alla famiglia Scandinava, ma, quando si tratta di vita notturna, Svezia e Danimarca sono davvero due nazioni completamente differenti.
Tanto controllata e ripulita è la Svezia, quanto, al confronto, è disinibita e caciarona la patria di Hans Christian Andersen.
Il primo shock si ha camminando per lo Strøget, una lunga via pedonale che è al tempo stesso la strada dello shopping (come la stoccolmese Drottninggatan) e della vita notturna. Bisogna sempre stare con gli occhi aperti per evitare di essere investiti dai divertentissimi (se sei a bordo) taxi-bicicletta, guidati ad alta velocità da (per lo più) immigrati polacchi con qualche birra di troppo in corpo. Un’attività del genere, tantopiù completamente in nero, sarebbe assolutamente inconcepibile nella “sicura” Svezia.
Diverso mi è sembrato anche il modo di porsi della gente nei confronti dell’uscita del fine settimana: mentre gli svedesi, e soprattutto gli stoccolmesi, si mettono molto piú in tiro, i loro cugini biancorossi sembrano avere un approccio più quotidiano.

Ma la vera differenza si nota all’interno dei locali: la gente beve molto più liberamente, avendo la possibilità di farlo. Non è raro vedere persone camminare in maniera decisamente traballante di fronte alle guardie della sicurezza senza che queste facciano nulla, altra cosa assolutamente inconcepibile al di qua del ponte, dove si verrebbe gentilmente, ma fermamente, accompagnati alla porta.
Forse i danesi non bevono necessariamente di più, e magari gli svedesi hanno semplicemente imparato a nascondere meglio il proprio stato di ubriachezza, ma ora mi è chiaro come mai i primi abbiano, per i secondi, la fama di grandi beoni.

Anche lo stile dei locali ci riporta più ad una dimensione europea: da appassionato di hard rock, sono abituato a frequentare posti come il Pub Anchor, il Rocks e l´Harry B. James di Stoccolma, o il Distortion Club di Malmö o ivari Debaser. tutti posti che, pur rivolti ad un certo pubblico, sono sempre curati e molto ben tenuti… Beh, l’impatto con il The Rock, il locale più importante della scena di Copenaghen, mi ha riportato all’Europa continentale, a quei club che un po’ puzzano (c’è anche una maleodorante sala per fumatori), che hanno dei bagni poco invitanti, e in cui gocciola quando piove. Tutto questo nonostante un palco per la musica dal vivo spettacolare, con un impianto sonoro fantastico.
Insomma… tutto molto meno “fighetto”, nel bene e nel male, di ciò cui mi ero abituato negli ultimi anni.

Tornando invece alla nostra Malmö, la scorsa settimana è stata davvero particolare, perché il capoluogo dello Skåne è stato reso ancora più vitale per via del Malmöfestivalen, grande evento culturale che ha fatto sì che le strade del centro città fossero invase da tanta gente, proveniente da tutta l’area.
Fra concerti gratuiti (hanno chiuso i The Ark), bancarelle, luna park, manifestazioni, la città è apparsa più bella e vitale che mai, e se mai vi venisse voglia di venire di fare una visita da queste parti, i giorni del Festivalen sono fra i migliori in assoluto. Persino il tempo, dopo il primo giorno, è stato sorprendentemente clemente: l’ultima serata faceva persino fin troppo caldo, cosa davvero inusuale per la fine di un agosto particolarmente piovoso!

Resto sempre più convinto che vivere a Malmö sia un’esperienza davvero particolare e godibile, proprio per la possibilità di essere a tiro di schioppo da una realtà per molti versi differente, godendo al tempo stesso di alcune delle cose migliori che la Svezia può offrire. Sicuramente, al momento, me la godo decisamente di più di Upplands Väsby. 😉

Il palco del Festivalen


Folla in strada


Festivalen


Bancarelle


Spettacoli in strada

La crociera

Uno dei passatempi preferiti degli Stoccolmesi è la minicrociera di un giorno (o, meglio, una notte) verso Åland, la regione-arcipelago posta a metà strada fra Svezia e Finlandia.
Åland (in finlandese Ahvenanmaa, in latino Alandia) ha una storia particolare: appartiene politicamente alla Finlandia, ma è autonoma, neutrale e la lingua prevalente ed ufficiale è proprio lo svedese.
In realtà, ai croceristi frega poco e nulla di tutto ciò, e la stragrande maggioranza di loro non mette neanche piede sull’isola principale (Fasta Åland): per farlo, dovrebbero alzarsi alle 6:30 del mattino dopo una notte di bagordi! Gli unici che scendono sono quelli che effettivamente devono andare nella capitale Mariehamn (abitanti del luogo o, durante l’estate, turisti) o quelli che vengono espulsi dalla nave, e consegnati alle autorità, per comportamenti poco consoni.
Per quei pochi che devono, la nave fa anche da traghetto, per cui è possibile anche caricare l’auto a bordo.

Gli armatori concorrenti che organizzano le crociere sono due: la Birka Cruises e la Viking Line.
Io ho viaggiato sulla Cinderella, la nave della Viking che parte dall’area di Slussen alle ore 18:00 e che è stata, per un certo periodo, la più grande nave da crociera al mondo.
Cinderella (e, come lei, Birka Paradise, che ci segue a distanza per tutto il viaggio), si ferma per un paio d’ore in mezzo al mare, per evitare di arrivare troppo presto e permettere ai festeggiamenti a bordo di continuare. In questo periodo dell’anno la cosa non ha particolare rilevanza, ma, durante l’estate, quando le ore della notte sono illuminate a giorno, sembra che l’effetto sia meraviglioso, soprattutto per chi sta sul ponte panoramico o nei più piccoli ponti esterni.

Gli alcoolici "ingabbiati" nel duty free

Appena saliti a bordo, molti passeggeri hanno avuto una terribile sorpresa: da qualche tempo le regole sono cambiate, e, nei fine settimana, il tax free shop interno alla nave vende alcool solo ed esclusivamente durante il viaggio di ritorno a partire dal mattino.
Avreste dovuto vedere le facce furiose di alcuni clienti mentre discutevano animosamente con il responsabile, risentiti per non essere stati avvisati in anticipo: lo avessero saputo, non avrebbero mai comprato il biglietto!
La Viking ha messo in atto questa decisione per contrastare il fenomeno di chi acquistava litri di alcool al duty free (a prezzi decisamente più bassi che al Systembolaget) per poi andare a devastare se stessi e le cabine in party privati, anziché prendere da bere nei bar e nei pub della nave. Viene da chiedersi se anche la Birka Cruises abbia preso iniziative simili: in caso negativo, il numero di passeggeri aumenterà per loro in maniera consistente!
Queste misure hanno comunque prodotto dei risultati reali e, alla resa dei conti, non ho assistito a quelle scene apocalittiche che hanno un po’ contribuito a creare la fama di questo tipo di nave: la gente sbronza, alla fine della serata e persino il giorno dopo, non mancava… ma nulla a che vedere con quelle sequenze da gironi danteschi di cui tanto si racconta. Mia moglie, che era stata sulla Cinderella l’ultima volta due anni fa, mi ha confermato di aver visto un cambiamento radicale, sia alla sera che al giorno dopo.
In ogni caso, anche comprare alcool ai pub e ai bar della nave costa decisamente meno che negli equivalenti di Stoccolma, e non c’è inoltre l’onnipresente security pronta a cacciarti via non appena cominci a traballare. Per quelli cui piace divertirsi sfondandosi di alcool, la Cinderella resta comunque una sicura fonte di gioia.

Rock'n'roll allnite

Ma anche per quelli per cui l’alcool si beve con moderazione (che, nonostante quello che si può pensare, in Svezia sono comunque la maggioranza), la nave ha tanto da offrire: ristoranti, un casinò, una stazione termale e, per la sera, oltre all’Admiral Hornblower’s Pub (con tanto di “menestrello”), ci sono una discoteca (piccola e bruttina) e, soprattutto, il Fun Club, la grande sala da ballo su cui si esibiscono, in alternanza due band. La musica live parte dai classici disco, dance e pop (come Village People, Gloria Gaynor, gli obbligatori Abba) per poi allargarsi, nel prosieguo della serata sul rock e l’hard rock di U2, Stones, Sweet, Kiss, Deep Purple, Metallica, Judas Priest, Thin Lizzy, Europe, Twisted Sister e compagnia schitarrante. I musicisti sono bravissimi e l’effetto divertimento è garantito, per cui la sala è sempre piena fino alla sua chiusura, alle 3 del mattino.

Per quanto riguarda noi, abbiamo speso circa cinquecento corone a testa (una sessantina di euro) per un pacchetto che ha incluso una cabina su lato mare e una cena con megabuffet “mangia-quanto-ti-pare” in uno dei ristoranti della nave. Durante la cena, persino vino e birra (la finlandese Lapin Kulta) erano disponibili liberamente e gratuitamente, cosa impensabile per la Svezia. Il cibo era, comunque, eccellente!

Il viaggio di ritorno è stato davvero splendido: in questi giorni è letteralmente esplosa la primavera, e il lungo passaggio in mezzo alle isole del suggestivo Arcipelago di Stoccolma è stato una gioia per gli occhi e per il corpo, rinfrancato dalle piacevoli temperature. Infilatici nel fiordo di Saltsjön abbiamo anche potuto godere della vista dei meravigliosi palazzi di Djurgården (inclusa la nostra Ambasciata) prima di rivedere la meravigliosa skyline di Gamla Stan (come sempre rovinata in parte da quell’insulsa scatola da scarpe che è la sagoma del Castello) e attraccare nell’area di Slussen. Nella hall della nave, alcune meravigliose facce da “giorno dopo” (non parliamo di quelli, sbronzissimi, con ancora un cocktail in mano), ma anche tanti volti felici di persone che si sono goduti una piccola fuga dalla vita cittadina!

E Åland? Beh, non vorrete mica che mi svegliassi alle 6:30 del mattino dopo una notte di festeggiamenti, vero?

Sällskapsresan

La locandina del primo film

Stig-Helmer Olsson è, per certi versi, il “Fantozzi Svedese”. Come il nostro Ugo è un personaggio sfigato apparso in più film di gran successo a livello nazionale, tanto che il primo in assoluto, Sällskapsresan (scritto, diretto ed interpretato da Lasse Åberg) è considerato una pellicola di culto da molti svedesi, che ti citano a memoria gran parte delle battute.
Olsson veste spesso in maniera improbabile, con abiti démodé, in particolare quando deve praticare attività sportive. La sua spalla è l’amico Ole, un geek norvegese conosciuto nel primo film (il cui titolo significa “il viaggio organizzato”).

Le similitudini con il ragioniere più amato dagli Italiani finiscono in fretta: i film di Åberg non sono infatti una grottesca ed amara analisi della vita dei colletti bianchi, quanto una più leggera panoramica autoironica sull’atteggiamento collettivo svedese, in particolare in occasione dei viaggi all’estero.
Lo slogan che apre il primo film della serie è: “Gli Svedesi, per le vacanze, non vanno in un posto. Si allontanano da un posto.”

Sällskapsresan racconta di una vacanza organizzata nella fittizia città di Nueva Estocolmo, in Gran Canaria (quest’ultima meta effettiva del turismo massificato svedese su charter nel corso degli anni ’70), cui partecipano in massa svedesi di diverse estrazioni sociali. C’è un intrigo che vede il nostro Olsson manipolato da affaristi senza scrupoli, ma che si risolverà nel migliore dei modi.

Nel film (che, sia chiaro, non è certo un capolavoro della cinematografia mondiale) si scherza su alcuni degli atteggiamenti tipici del comportamento svedese, in particolare il fatto che questo popolo scappa dalla propria nazione alla ricerca di una maggiore libertà e della possibilità di uscire dagli schemi ma poi, alla fine, trova sempre conforto nell’organizzazione e in una certa omologazione (divertente una scena in cui il gruppo di persone arriva al bordo della piscina e, assolutamente senza pensarci o mettersi d’accordo, allinea in perfetto ordine la serie di sdraio sparpagliate prima di mettercisi sopra a prendere il sole).

L’ironia è comunque sempre moderata (all’insegna del lagom), anche nei momenti più demenziali. Mancano completamente, chiaramente, anche gli elementi volgari tipici dei cinepanettoni all’italiana.

Olsson, che è il protagonista, è un personaggio sfigato ma puro. Non è particolarmente vessato dal punto di vista professionale (anche se fa lavori molto umili e spesso grotteschi, oppure si ritrova ad essere disoccupato) e ha a che fare  con una mamma brontolona e protettiva. Le sue avventure terminano a lieto fine, con una ragazza che si innamora di lui, della sua purezza, del suo spirito naif che lo porta ad essere sfruttato da chi non si fa scrupoli.

Il primo Sällskapsresan è stato, come ho detto, un grandissimo successo a livello nazionale, al punto che sono seguiti più sequel. Il film è ricordato con affetto da parecchi svedesi, su Youtube se ne trova persino una cupissima (e riuscitissima) parodia in stile Ingmar Bergman.

Una curiosità: Åberg è un artista molto popolare. Oltre che attore e regista, è anche musicista, pittore ed illustratore (a lui è stato dato il compito di disegnare i tessuti dei sedili della Tunnelbana). Sono molto apprezzate alcune sue litografie basate su particolari reinterpretazioni di Topolino… e persino noi abbiamo in casa dei piatti basati sul suo lavoro! Åberg è anche titolare e curatore di un importante museo del fumetto e dell’illustrazione.

Onestamente, devo dire che la prima visione di Sällskapsresan mi ha lasciato un po’ perplesso (sia per problemi di comprensione, sia per un tipo di comicità cui non ero abituato), ma alla seconda (mia moglie ne è fanatica :-D) l’ho apprezzato decisamente di più!

Un Mickey Mouse a base di ortaggi, opera di Åberg

Lagom

Da queste parti si sente spesso dire che la Svezia è un paese lagom.

Lagom è un avverbio quasi intraducibile, che indica un concetto che sta fra il “ciò che è sufficiente” e “la giusta misura”, una moderazione senza eccessi.
Il termine lagom si sente spesso, quando uno Svedese deve descrivere il suo paese: l’estate qui è lagom, i temporali sono lagom (generalmente non fanno paura come quelli italiani, soprattutto quelli che durano un nulla e sono intensissimi), l’approccio alla vita è lagom, il modo di vestire (mai trasandato o sopra le righe, eccetto il fine settimana quando si esce per bere) è lagom.

In realtà, come spesso capita, si tratta di un luogo comune che non rispecchia appieno la verità: gli Svedesi sicuramente non si fanno mancare atteggiamenti e stili di vita che in Italia sarebbero considerati fuori dagli schemi e che qui sono molto più normali e accettati. In generale, si tratta per lo più di un modo di vivere che prevede il rispetto degli altri e che porta quindi ad evitare eccessi che possano creare problemi.

L’impatto della mentalità lagom è comunque evidentissimo nell’applicazione dei concetti di sicurezza, che qui viene spesso prima di qualunque altra cosa.
Molti eccessi vengono infatti spesso tagliati a livello legislativo o organizzativo, e non è un caso che alcuni svedesi vedano il loro stato come una nazione proibizionista. Dall’alcool alle iniezioni (che non possono essere praticamente liberamente, neanche le intramuscolo), dalle prese elettriche (quelle normali sono proibite nelle stanze da bagno) alla pratica di certe attività, molte cose sono estremamente (ma semplicemente e chiaramente) regolate.

Un bene o un male? È chiaro che alcune cose sembrano (e probabilmente sono, in determinati casi) delle grosse esagerazioni, soprattutto se viste con l’ottica di un italiano abituato a certi far west nostrani. L’impressione, però, è che questo presunto essere lagom sia in realtà una conseguenza dell’acquisizione di un maggiore senso della convivenza e non un’imposizione liberticida voluta dall’alto. Anche se non tutti ne sono contenti.