La scienza non è democratica

Ho alzato bandiera bianca.

Sono stato uno dei più accesi detrattori delle scelte (o mancanza di) del governo svedese o delle dichiarazioni dell’epidemiologo di stato Anders Tegnell nei primi giorni della crisi. Mi sono iscritto a gruppi di Facebook in cui si chiedeva il siluramento di Tegnell. Ho anche aiutato mia moglie a mettere in piedi una petizione a Stefan Löfven perché si convincesse a mettere il paese in quarantena proattiva.

Mi sono infervorato in discussioni sui social network con amici e conoscenti, tutta gente che, in buona fede come me, cercava di portare il suo piccolo contributo alla discussione, se non a cercare di risolvere la situazione.

Ho visto gente incazzata col mondo, frustrata e terrorizzata. Tutte reazioni comprensibili, e posso dirlo senza ipocrisie, dato che erano a tutti gli effetti identiche alle mie.

Se anche qui c’è una fetta importante della popolazione, guidata dal direttore del quotidiano Dagens Nyheter Peter Wolodarski e da una parte importante della comunità scientifica, che non condivide le scelte effettuate, nell’infuriare della discussione, un contributo in particolare mi ha aperto gli occhi.

Si è trattato di un’intervista alla nota batteriologa Agnes Wold che, criticando la massa di influencer che attaccavano Tegnell e il governo, ha usato parole del tipo: “Bisogna stare a sentire chi queste cose le ha studiate” e “è assurdo che certe pressioni arrivino da gente che, probabilmente, non conosce la differenza fra un virus e un batterio”. Una variazione soft di quel mantra “la scienza non è democratica” che è un caposaldo del mio modo di pensare.

E a quel punto ho capito che dovevo stare zitto.

Perché, in fondo, cosa so io di come si combatte una pandemia? Niente, zero, ingenting, rien, nada, nothing.

Certo, posso cercare di informarmi, leggere e condividere le informazioni degli studiosi che la pensano come me, o le raccomandazioni dell’OMS. Ma, alla fine, si tratterebbe, da parte mia, di un puro e semplice ricorso all’autorità, che è sempre una fallacia logica se usata per contestare qualcuno che ne sa più di me su un argomento. Il governo svedese ha scelto di mettersi totalmente nelle mani degli scienziati che fanno parte di Folkhälsomyndigheten (equivalente del nostro Istituto Superiore di Sanità), e la realtà è che io non ho alle spalle studi o le conoscenze che mi permettano di contestare le loro scelte e decisioni. Se non, eventualmente, a posteriori.

Perché la scienza non è democratica.

Sia chiaro: continuo ad informarmi, seppure con una frequenza giornaliera ridotta rispetto a prima, quando mi ero praticamente esposto a un flusso continuo di notizie in tre, se non più, lingue. Continuo a farmi le mie idee. Ma mi sono chiamato fuori da ogni discussione sull’argomento coronavirus. Ho ridotto la mia partecipazione sui social network del 90%, cosa che è solo positiva per il mio morale: fondamentalmente mi sto limitando a partecipare a una manciata di gruppi in cui si parli di cose attinenti ai miei interessi (musica, storia urbanistica di Genova). Gruppi di evasione.

Perché non ne potevo più di essere uno di quelli costantemente incazzati col mondo, frustrati e terrorizzati. Ora leggo più libri, ascolto più musica e mi godo di più la vita nell’autoimposta quarantena.

A questo punto potremo solo attendere e vedere cosa succederà e capire se il governo e quelli di Folkhälsomyndigheten passeranno alla storia come geni assoluti o folli irresponsabili. Temo la seconda, posso solo sperare nella prima.

La vita in Svezia ai tempi del Coronavirus

Mi si chiede “e lì la situazione com’è?”, e sinceramente non ho una risposta semplice.
Il motivo è che la situazione non è ancora drammatica, ma che probabilmente lo diventerà anche per la lentezza del governo e delle istituzioni svedesi nel capire la gravità del problema.

Non si capisce se ci sia una grande arroganza da parte di chi gestisce la sanità svedese (e sia chiaro che non ne sono un grande detrattore, a differenza di buona parte dei connazionali che vivono qui) nell’affrontare la situazione, o se si stia cercando di limitare il panico dando spiegazioni troppo rassicuranti per essere credibili a chi ha informazioni costanti su quello che succede da altre parti. L’ipotesi è che comunque siamo nel primo caso.
E a dare manforte a questa ipotesi, mentre da diverso tempo il governo ci assicura che la Svezia è assolutamente in grado di affrontare l’emergenza, diversi virologi ed esperti ci dicono che non è così (ecco un paio di post sull’argomento per chi si voglia cimentare con un traduttore automatico:  1 e 2).


Una figura molto controversa in questi giorni è quella di Anders Tegnell, l’epidemiologo di stato (titolo ufficiale) della Folkhälsomyndigheten (Autorità della salute pubblica): Tegnell prima ha banalizzato il problema, poi si è lasciato andare a dichiarazioni contradditorie che hanno generano solo confusione.
Personalmente sono rimasto estremamente perplesso, a leggere giovedì sera un’intervista sul Dagens Nyheter  (diciamo l’equivalente svedese del Corriere Della Sera), in cui diceva che il numero di casi di coronavirus in Svezia poteva aveva raggiunto il culmine e che presto ci sarebbe stato un calo della quantità di svedesi infettati. La mattina dopo la notizia era stata corretta con “numero di casi di importazione” e di “svedesi infettati all’estero”. Ora, non so sinceramente dire se la confusione sia stata generata dal quotidiano o dall’epidemiologo, ma, in ogni caso, anche la seconda versione è molto dubbia.

Ieri sera, Tegnell ha ammesso di essere stato “un po’ troppo ottimista”, e che il calo arriverà invece lunedì (oggi) o martedi. Vedremo.

Se la Folkhälsomyndigheten è un ente non politico, la parte puramente politica non sembra essere molto meglio.
Ancora il 3 marzo, il ministro degli affari sociali Lena Hallengren diceva in un’intervista che non sarebbero stati fatti investimenti particolari per aumentare le risorse necessarie ad affrontare l’emergenza: “non ci sono più ore di lavoro, più personale e più posti di quelli che abbiamo”. In pratica l’intenzione era solo quella di riallocare le risorse esistenti, riducendo, ad esempio, le operazioni non necessarie. Nel resto del mondo si costruiscono ospedali, si allestiscono postazioni di emergenza, si fanno assunzioni di massa e la Svezia, che è il paese EU con il minor numero di posti d’ospedale percentuali e ha già grosse difficoltà a gestire l’ordinario, pensa di riuscire a cavarsela con quello che si ha. Per capirci: ci sono 2.2 posti letto per mille abitanti, contro i 3.18 dell’Italia e gli 8 della Germania (fonte: OECD per via di Expressen).
Anche in una conferenza stampa del governo (il cui link non riesco più a trovare), si diceva, in pratica “abbiamo sentito le regioni (qui la sanità è in gran parte devoluta) e sappiamo di essere pronti a gestire l’emergenza”.

Negli ultimi giorni pare che sia leggermente mutato l’atteggiamento, ma non ne ho ancora la certezza, visto che non ci sono ancora grandi dichiarazioni sull’argomento.

I casi finora registrati sono relativamente pochi (203 e nessun morto a ieri), ma c’è da dire che, fino ancora a pochi giorni fa, ottenere un tampone era molto difficile: bisognava essere stati in una delle zone del mondo più interessate dal problema (o in contatto non occasionale con una persona che lo avesse fatto) avere sintomi acuti. Anche così, a quanto pare, molte persone sono state rimbalzate quando hanno contattato il numero sanitario nazionale 1177. Da qualche giorno, si dice che tutte le persone con polmonite verranno testate, ma in generale pare che ci sia una certa discrepanza fra quello che viene detto e quello che viene effettivamente fatto.
Per ora, la maggior parte della prevenzione si è basata sul tracciare i contatti e i percorsi delle persone che si sono rilevate positive. Basterà?

Anche a livello di iniziative volte a prevenire i contatti sociali, non ho visto queste grandi iniziative. Qualche scuola è stata chiusa, ma non molto più che questo. Ha fatto un po’ di scalpore il fatto che si sia deciso di tenere la finale del Melodifestival di fronte al numeroso pubblico della Friends Arena, mentre nella vicina Danimarca si è optato, per la manifestazione equivalente, per le porte chiuse. Come ha scritto l’opinionista del DN Peter Wolodarski, “La Danimarca non rischia e annulla tutti i grandi eventi pubblici. Ma in Svezia sembra che crediamo che al virus importi se siamo gentili gli uni con gli altri ed evitiamo di tossire. Ci ritroviamo tutti nonostante tutto alla Friends Arena.”

Se poi volete chiedere a me cosa pensa “la gente” della situazione, cascate male: sto lavorando da casa il più possibile e cercare di limitare al massimo i contatti sociali e facendo anche la spesa a domicilio. Quindi non so dire se i centri commerciali siano pieni, o quanta gente ci sia generalmente in giro.

Certo, qualcosa si può dire: la Svezia ha una densità molto bassa e qui siamo più abituati a mantenere le distanze da chi ci sta attorno e a seguire le direttive governative, quindi c’è una possibilità che il virus si diffonda meno che da altre parti. Ma l’impressione che stiamo per prendere una grande, enorme facciata, c’è, e non è esattamente rassicurante. Mandateci un bell’i vargens mun!

 

Di scorte alimentari e periodi di crisi

Da queste parti è una raccomandazione ufficiale del governo quella di avere scorte di cibo non deperibile (e altre cose di prima necessità), in caso di “guerra o crisi improvvisa”.

Le raccomandazioni per cibo e acqua (in inglese)

A maggio 2018 il governo ha infatti ripreso un’abitudine che aveva sospeso con la fine della guerra fredda, quella di fare circolare un opuscolo a titolo Om kriget kommer (“Se arriva la guerra”) che conteneva informazioni su cosa fare per essere pronti in caso di necessità improvvisa.

Pur essendo incentrata comunque sull’aspetto della difesa militare, la versione del 2018 è stata ribattezzata Om krisen eller kriget kommer per aggiungere anche il riferimento a crisi improvvise di altro tipo.

L’opuscolo è scaricabile online in diverse lingue (a partire da, ovviamente, svedese e inglese).

Erano appunto dal maggio 2018 che continuavo a pensarci e rimandare. Ora, finalmente, ho provveduto. A Genova ci piace dire maniman

Leggendo delle polemiche su quello che succede in Italia, in tutta sincerità, non mi sento scemo per averlo fatto. Mi sento scemo per non averlo fatto fino ad ora.

Sic transit gloria mundi

A Malmö dei vandali hanno appena tirato giù la statua di Zlatan.

https://www.facebook.com/groups/143292919138257/permalink/1778945125573020/

E Trump se la prende con la Svezia (per questioni che gli fanno comodo)

La notizia che da giorni occupa gran parte dello spazio sui mezzi di informazione Svedesi e Americani è quella dello scontro fra Trump e la Svezia, relativamente alla custodia cautelare per il rapper A$AP Rocky.

Il caso: nel corso del soggiorno stoccolmese in occasione del tour europeo, il 30 giugno, il rapper è stato importunato in pubblico da parte di un giovane con diversi precedenti penali. Dopo un primo tentativo di conciliazione, l’entourage della star avrebbe reagito distruggendo le cuffiette del molestatore. Quando il giovane ha insistito a farsi dare dei soldi per risarcimento, Rocky e le sue guardie del corpo lo hanno pestato brutalmente, scalciandolo e prendendolo a pugni mentre era a terra, in quattro contro uno. Tutto sotto gli occhi sapienti di un telefonino filmante, tenuto in mano da un amico della persona picchiata.

Probabilmente, il giovane in questione, di provenienza afghana ma vissuto a lungo in Iran, e arrivato in Svezia come rifugiato con premesse dubbie*, cercava solo lo scemo ricco da ricattare per qualche soldo, e non si aspettava che la situazione raggiungesse questa risonanza.

D’altro lato, in Svezia è assolutamente proibito farsi giustizia da soli, e la legittima difesa è solo limitata al togliersi dalla situazione di pericolo. Rocky, che a sua volta ha dei precedenti per violenza, ha probabilmente commesso un reato; i giudici svedesi, per evitare il rischio di fuga e sapendo benissimo che, in caso di condanna, gli USA non concederebbero mai l’estradizione, hanno deciso quindi di tenerlo in custodia cautelare. Una scelta che magari può anche essere contestata, ma che comunque ha delle motivazioni.

Il rapper ha dovuto interrompere il tour, rimettendoci parecchi soldi, in attesa che la giustizia faccia il suo (qui generalmente celere) corso.

La questione sarebbe molto semplice… se non fosse per le star americane amiche del rapper che hanno montato il caso contro la Svezia, che “è razzista” e terrebbe ingiustamente prigioniero un cittadino americano. Hanno anche iniziato a circolare voci false che dicono che al rapper incarcerato verrebbero dati acqua sporca e cibo andato a male, tutto per montare il caso contro la Svezia.

La cosa, tramite Kim Kardashian e, soprattutto, Kanye West, è arrivata alle orecchie di Trump, che non vedeva l’ora di trovarsi in una situazione del genere:

Trump, infatti, è alla disperata ricerca di consensi fra i cittadini afroamericani, e questa situazione gli offre l’opportunità di cercare di innalzarsi al ruolo di eroe dei “neri”.

Trump ha cercato un primo approccio con il primo ministro Stefan Löven, che si è risolto in un nulla di fatto. E i motivi sono molto semplici:

  1. in Svezia i politici non interferiscono con la giustizia,
  2. qui non si esce pagando una questione, e quindi, anche i “ricchi e famosi” stanno in carcere fino a che non lo si ritenga necessario.

Nel frattempo la protesta è montata ulteriormente, e sempre più americani famosi e non si schierano per il #freerocky senza sapere come stiano le cose.

Trump, ovviamente, sta godendo come pochi. Sicuramente non gliene frega nulla di A$AP Rocky, ma questa situazione gli sta facendo comodo.

“Molto amareggiato nei confronti del Primo Ministro Löfven per il non essere in grado di agire. La Svezia ha deluso la nostra Comunità Afro-Americana negli Stati Uniti. Ho visto le registrazioni di A$AP Rocky, ed era seguito e disturbato da dei poco di buono. Trattate gli Americani in maniera corretta! #FreeRocky”

“Date ad A$AP Rocky la sua LIBERTÀ! Facciamo così tanto per la Svezia, ma sembra che nell’altro senso la cosa non funzioni. La Svezia si dovrebbe focalizzare sui sui veri problemi di crimine! #FreeRocky”

Insomma, i soliti deliri su Twitter, a pura convenienza.
Il punto fondamentale è che Rocky viene trattato in maniera corretta secondo la legge svedese. Se io partecipassi ad un pestaggio come quello del rapper, andrei pure io in carcere, e la cosa sarebbe normale: qui certe cose non sono tollerate, e basta. Non ci sono stupide leggi “stand your ground” che permettono una reazione sproporzionata in caso di atteggiamenti molesti.

Ovviamente, tutto questo contribuisce ad alzare tensioni assurde contro la Svezia: giusto oggi, nel giorno della decisione del rinvio a giudizio del rapper, una donna è stata fermata a Washington per molestie contro il personale dell’ambasciata svedese.
E la cosa, ancora una volta, dimostra che gente come Trump se ne sbatte altamente delle conseguenze delle proprie parole opportunistiche.


* Che il giovane picchiato non sia un poco di buono lo dimostrano non solo i suoi precedenti, ma anche il fatto che è arrivato in Svezia come rifugiato nel 2014, con la motivazione di essere a rischio di essere ucciso in Iran. Nulla di strano in questo, solo che, il giorno del processo, però, il giovane non ci sarà. Il motivo? È in vacanza in Iran fino al 31 agosto! Bello, eh?

Sono bufale!


La Svezia è un paese che genera una quantità enorme di bufale sulle reti sociali e sugli organi di informazione italiani. Oltre a quelle, invero più dannose, dell’estrema destra che, a seconda della convenienza, immaginano il paese devastato dall'”ideologia gender” o dall’islamismo più radicale (come se le due cose fossero compatibili), non mancano anche gli esempi di bufale sognatrici, quelle che immaginano la Svezia come un paradiso dove si lavora poco e niente e dove tutto è spesato dallo stato.

Negli ultimi anni, leggendo link italiani, ho scoperto, fra le altre cose, che:

  • in Svezia si lavora solo sei ore
  • un’ora è dedicata al sesso
  • c’è l’ora di sport obbligatoria
  • i nonni vengono pagati 700 euro al mese per prendersi cura dei nipotini

In tutti questi casi si va da esempi di disinformazione a bufale vere e proprie. Si tratta di volta in volta di proposte di legge strampalate mai prese seriamente in considerazione, di ipotesi, di piccole sperimentazioni locali o di iniziative prese da specifici privati. Nel caso dei nonni stipendiati, poi, la bufala è totale.

Ad onor del vero, in molti casi, gli organi di informazione specificano poi la verità nel testo dell’articolo, ma il titolo acchiappa-clic resta volutamente equivoco e in bella evidenza, con il risultato di contribuire a condividere leggende metropolitane sempre più incredibili. Anche perché, e lo sappiamo benissimo, una buona parte dei lettori si limita, appunto, a leggere il titolo sulle reti sociali. E anche i presunti organi di informazione seri non rinunciano a questo trucchetto!

Perché succede questa cosa? Probabilmente, perché è dai tempi di Inferno e Paradiso che la Svezia fa notizia in questo senso e, nel mondo di internet in cui ogni clic è un dono da riportare urlando di gioia alle agenzie pubblicitarie, questi articoli sono una vera e propria manna: per molti lettori che si fermano, come detto, solo al titolo, ce ne sono tanti che una cliccata la danno comunque!

Posso solo dirvi che mi piacerebbe davvero tanto lavorare solo sei ore al giorno ogni settimana, dedicandone una al sesso, una allo sport, una a leggere un libro, una a mangiare a surströmming e una a dormire, non dovendo al tempo stesso preoccuparmi di mia figlia avendola affidata alle sapienti cure retribuite della suocera. La verità, purtroppo, è un’altra.

Personalmente, vi direi sempre di partire con questa forma mentale: se leggete una notizia troppo bella (o assurda) per essere vera, probabilmente non lo è. Poi, approfondite, leggete, e cercate di capire come stiano davvero le cose. La cosa vale per tutto, ma, a quanto pare, per la Svezia ancora di più.

13 luglio 2009 – 13 luglio 2019

10 anni fa ero di partenza. Non avevo la valigia di cartone, ma sicuramente tanta voglia di rimettermi in gioco. 10 anni dopo sono ancora qui, quindi tanto male non è andata: ho un buon posto di lavoro e, soprattutto, una famiglia meravigliosa, cosa che non mi sarei certo aspettato quel giorno.

10 anni ad esplorare un paese che ha sicuramente i suoi problemi, ma che, comunque, mi fa sentire a casa, che mi ha dato il suo passaporto e mi ha accolto al meglio.

Il giorno dopo avrei scritto questo post, a dare il via a questo blog che mi accompagna da allora.

Sì, perché la Svezia è casa mia, anche se certamente mi mancano molte cose (e persone!) dell’Italia, anche se continuo a convertire ogni prezzo in Euro nonostante abbia vissuto più a lungo con la Corona (comincio a capire chi pensa ancora in Lire!), anche se non sempre le cose vanno lisce… insomma, sono qua e ci resterò il più a lungo possibile!

Tanti auguri, Daniele in Svezia!


P.S.: Ho approfittato dell’anniversario per dare una rinfrescata all’immagine del blog. Alcuni vecchi post non si vedranno tanto bene, ma spero che non sia una cosa drammatica.