E la Svezia dichiara il default finanziario…

Sicuramente nessuno lo avrebbe ritenuto possibile pochi mesi fa, ma le notizie di questi ultimi giorni lasciavano davvero poche via di uscita: con l’economia sconvolta dal recente pasticcio elettorale dello scorso autunno, e dal budget di primavera contrastante con quello di fine anno, le finanze del Regno sono andate letteralmente a bagno, mettendo il governo di fronte ad una difficilissima situazione.
L’impennarsi del debito pubblico rischiava infatti di lasciare la Svezia in difficoltà, soffocando la crescita nazionale e, soprattutto, di demolire quello che resta del welfare nazionale: di fronte a scelte che avrebbero tagliato le gambe alla popolazione, il primo ministro Stefan Löfven ha scelto, alla fine, la strada più clamorosa.
Il governo ha infatti dichiarato il default, una sorta di fallimento pilotato che permetterà alla Svezia di tirare avanti quasi senza problemi dopo una fase di transizione: in parole povere, la Svezia ha scelto di non pagare il conto e fare (quasi) finta di niente.

Ma come si è arrivati decisione? La cifra del debito non era certo enorme: ancora nel 2013 ammontava a 220 miliardi di dollari e, pur crescendo notevolmente nell’ultimo periodo, non può avere raggiunto numeri così devastanti. Si è trattato quindi di una scelta puramente politica, voluta per non cadere in politiche di austerity. Il Governo ha scelto addirittura di segretare la cifra esatta, per evitare strumentalizzazioni e polemiche: quello che è certo è che, fra i creditori che non vedranno quasi il becco di un öre ci sono tutte quelle aziende italiane che riforniscono lo stato svedese con derrate alimentari, pescato del Mediterraneo, tessuti, abbigliamento e tutte ciò che viene regolarmente esportato dal Bel Paese.

Come spera la Svezia di uscire dalla situazione? Tutto è stato programmato nel dettaglio. La notizia più clamorosa è, ovviamente, quella dello scioglimento del parlamento, della dissoluzione del governo e delle amministrazioni locali, nonché della temporanea sospensione delle garanzie costituzionazionali. In pratica, fino al settembre 2018 (quando si terranno le prossime elezioni), il Re tornerà a governare autonomamente il paese, con l’ausilio non vincolante di un consiglio di nobili che opereranno gratuitamente in nome della comunità. Tutto questo permetterà di eliminare per tre anni e mezzo i costi della politica, contribuendo quindi alla possibilità di rimpinguare le casse della nuova nazione.
Durante questa fase di transizione, quello della nobiltà sarà un ruolo fondamentale: conti, marchesi e compagnia si occuperanno infatti di gestire le province, raccogliere le tasse e amministrare le città, curare la manutenzione dei beni pubblici, e garantire il funzionamento dei servizi e della sanità. Tutto questo, a titolo puramente gratuito e onorifico, in cambio della restaurazione di tutti i privilegi disconcessi negli ultimi dieci anni. Qualcuno ironizza anche sul possibile ritorno dello ius prima noctis (che in realtà non è mai esistito), ma, chiaramente, non è previsto nulla di tutto ciò: i nobili svedesi hanno infatti giurato solennemente di gestire la nazione in maniera moderna, nel pieno rispetto delle persone, delle differenze di idee, della libertà di parola e del bene comune. La loro promessa è che tutto resterà come prima, solo che non ci saranno più i politici disonesti e incapaci.
Fra tutti questi nobili, un solo cittadino comune (non chiamiamolo “plebeo”) sarà ammesso nel consiglio reale: il sondaggista Karl “Kalle” Kaviar si occuperà di raccogliere e scremare via web le opinioni, le richieste e le idee dei sudditi di Svezia e propore regolarmente al Re, che (senza impegno) le valuterà al momento di prendere le sue decisioni. Kalle, sarà l’unica persona del consiglio a percepire uno stipendio, peraltro non particolarmente elevato.

Il concetto di nuova nazione, accennato brevemente sopra, è l’elemento fondamentale dell’operazione: con la data di oggi, il vecchio “Regno di Svezia” (Konungariket Sverige, 1523), smette quasi totalmente di esistere, e si porterà con sè i vecchi debiti per essere sostituito dal “Nuovo Impero Svedese del 2015” (Det Nya Svenska Imperiet – anno 2015), che acquisisce a titolo gratuito i possedimenti e i beni del vecchio stato. Il quasi totalmente di cui sopra è riferito al fatto che il comune di Bjurholm, il meno popoloso della nazione, diventerà l’unico territorio rimasto del Vecchio Regno, che sarà quindi ridotto al ruolo di città stato ed erediterà tutto il debito pre-esistente. I 2500 abitanti di Bjurholm hanno tempo fino alle 17 di oggi per emigrare al di fuori dal territorio comunale, assumendo così automaticamente la cittadinanza della Nuova Svezia: chi deciderà di restare potrà partecipare alla scelta di un nuovo Re per gli anni a venire. Qualcuno, però, parla già di “Re dei poveri”: i creditori potranno infatti recarsi nel territorio di Bjurholm e prendere possesso di ciò che più aggrada loro come parziale compensazione per i mancati pagamenti.

Il Re vero, quello che governerà dal Palazzo Reale di Stoccolma, continuerà a chiamarsi Re. Il buon Carlo Gustavo ha infatti stabilito che il chiamare il nuovo stato “Impero” è solo una necessità formale per lasciare un chiaro segno di discontinuità con il passato, e non ha alcuna intenzione di utilizzare il più pomposo (e, decisamente inadatto nella terra in cui tutto è lagom) titolo di Imperatore. Quello che cambierà sarà il suo nome: se nel vecchio regno era il sedicesimo a portarlo, in quello nuovo è il primo. Sparisce quindi il XVI.
Il Re, dicevamo, si è preso carico della nazione: avrà in mano l’intero potere esecutivo e legislativo, e si è impegnato a dare al suo governo (sempre, però, senza alcun vincolo) una linea politica di stampo socialdemocratico, nel rispetto delle ultime elezioni.

A ribadire la modernità e la multiculturalità della Svezia del 2015, alla Chiesa di Svezia è stato concesso il compito di amministrare, nel rispetto della legge, alcune aree troppo isolate per essere gestite direttamente dalla nobiltà, ma ruoli simili saranno concessi anche a congregazioni musulmane, ebree e associazioni culturali atee e razionaliste.

Un elemento chiave dell’operazione sarà la valuta: i due stati avranno ognuno la propria. Fra le due monete esisterà un rapporto identico a quello che c’era fra la Lira Sammarinese e quella Italiana: saranno di pari valore e valide in entrambi gli stati. Bjurholm, però, non potrá stampare moneta fino a che Stoccolma non avrà assorbito e sostituito con le nuove corone la quasi totalità delle vecchie in circolazione sul suo territorio.
I vecchi documenti saranno validi fino alla scadenza, ma non i passaporti, che saranno sostituiti gratuitamente con i nuovi passaporti imperiali nei prossimi giorni; mentre è stato già negoziato un accordo con l’UE che prevede l’inclusione automatica del nuovo stato all’interno dell’Unione.

Cosa ci aspetterà, quindi, in futuro? In questi tre anni e mezzo di transizione, la monarchia assoluta, illuminata e modernista di Carl Gustav potrebbe portare la Svezia verso una vera e propria età dell’oro economica, che vedrà un forte aumento dell’occupazione e un rafforzamento del welfare e delle politiche sociali. Il parlamento e il governo che erediteranno la Svezia dopo le elezioni del 9 settembre 2018, avranno sicuramente una grandissima chance di continuare questo lavoro partendo con la strada spianata.

Quello che è certo è che questo secondo default europeo (dopo quello islandese di qualche anno fa) potrebbe spianare la strada a percorsi simili per paesi in grossa difficoltà come la Grecia e l’Italia. Riuscite a immaginare la vecchia Repubblica Italiana ridotta al solo territorio di Lampedusa o Campione, con tutto il debito pubblico lasciato ai relativi residenti, e dei nuovi Stati Uniti d’Italia, senza alcun debito pubblico, magari con una nuova lira per valuta ed un economia pronta a ripartire? Una prospettiva da sogno, non pensate?

Attenti alla data!

Stoccolma, Upplands Väsby, Malmö… In questi cinque anni e mezzo, non importa il posto, non importa la catena o il singolo negozio, mi è capitato regolarmente di trovare prodotti scaduti al supermercato. A volte anche scaduti da qualche settimana!
Sinceramente, non ricordo proprio una simile situazione in Italia: per le mie esperienze passate, il trovare un prodotto scaduto era cosa rara, e sicuramente rarissima se la data era passata da più giorni. Ricordo male io?
Mi sembra proprio che in Svezia ci sia molta meno attenzione, da questo punto di vista. Qualche anno fa ci fu un grosso scandalo relativo ad una delle catene più grandi, che ordinava ai suoi impiegati di aprire i formaggi scaduti, tagliare le eventuali parti andate a male, e reimpacchettare il tutto in confezioni senza marca, con una nuova data di scadenza. Situazione, questa, confermatami personalmente da persone che hanno lavorato per quella catena.

Io, quando trovo i prodotti scaduti, li tolgo dal frigo e li mollo da qualche parte, per evitare che qualcuno li possa comprare per sbaglio. Gli addetti dei supermercati mi odieranno. 🙂

Il continente

Mi ha sempre fatto impazzire il fatto che gli svedesi si riferiscano a Copenaghen come “continente”, quando la capitale Danese è posta su un isola, mentre la Svezia è parte di una penisola che, del continente Europeo, fa parte sul serio.

La recente visione di un documentario (in svedese) del 2006 sul dialetto scanico, mi ha permesso di capire veramente il modo di pensare degli Svedesi. Il documentario (purtroppo non ho trovato sottotitoli di alcun tipo) è davvero interessante, e porta avanti una tesi importante per cui il “confine continentale” non sarebbe quello marino dello stretto di Öresund, ma andrebbe invece identificato all’interno del territorio svedese.

Immagine presa dal documentario della tv di stato Svenska dialektmysterier
Immagine presa dal documentario della tv di stato Svenska dialektmysterier

Ci sono alcune differenze fondamentali che, ancora oggi, separano lo Skåne dal resto della Svezia. Le più evidenti sono nella lingua e nell’architettura, ma anche in certe situazioni pubbliche.
Il giornalista autore del servizio fa infatti notare come nei caffè e nelle Konditori del sud si venga talvolta ancora serviti ai tavoli, cosa che gli Svedesi associano allo stile di vita continentale. Nel resto del paese bisogna portarsi da soli cibo, caffè e tazze dal banco o da grosse tavolate appositamente predisposte.
Ed effettivamente, a pensarci, anche la mia pasticceria preferita di Svezia, la suggestiva ed elegante Sundbergs a Stoccolma, è basata sul “self service”.

Sulla lingua ho già fatto qualche accenno in passato: gli svedesi trovano ostico il dialetto skånska, le cui due peculiarità principali sono la erre arrotolata (presente anche nel danese e di origine francese) e i particolari dittonghi (minuto 17:40 del documentario). Questi ultimi sono invece una caratteristica unica condivisa solo con i danesi dell’isola di Bornholm, la sola zona in cui si parla ancora il “danese orientale” che è alla base, appunto, dello skånska.

Ma è con l’architettura che le cose si fanno più interessanti anche per chi non coglie le sfumature del parlato: uno degli elementi simbolo dei panorami svedesi sono infatti le celebri case di legno colorate in Rosso Falun, diffusissime in tutta la nazione. Tutta la nazione tranne lo Skåne.

Da Wikipedia - foto di Susann Schweden. Licenza Creative Common
Da Wikipedia – foto di Susann Schweden.
Licenza Creative Common

Abitazione a Mullhyttan
Abitazione a Mullhyttan

Qui nel sud è infatti molto più tipico il mattone con intelaiatura a traliccio (Korsvirke in svedese), in forme simili a quelle molto diffuse, appunto, nel continente e Inghilterra (le cosiddette “case Tudor”).
Abitazioni di questo tipo sono molto frequenti nelle campagne, ma se ne trovano spesso anche in città, come nel caso di Lilla Torg a Malmö, o di buona parte del centro storico di Ystad.

Case in korsvirke ad Ystad
Case in korsvirke ad Ystad
Da Wikipedia – foto di Jorchr.
Licenza Creative Common

Lilla Torg
Lilla Torg

I motivi di queste differenze sono soprattutto storici e geografici. Lo Skåne apparteneva infatti alla Danimarca fino al 1658, anno in cui, durante una delle molte guerre del periodo, l’esercito Svedese marciò dalla Polonia fino alla Danimarca del sud per poi attraversare (a piedi e cavallo!) i tratti di mare ghiacciato del Piccolo e del Grande Belt, arrivando a sopresa alle porte di Copenaghen. Nonostante le promesse iniziali, secondo cui l’allora Danimarca dell’Est avrebbe conservato lingua e leggi originali, ci fu una spietata assimilazione, con il divieto di parlare danese e il rogo di tutti i testi che non fossero in svedese. Quello che resta di questa operazione di pulizia è, appunto, lo skånska, la versione svedesizzata del vecchio danese dell’est.
Ma anche la geografia ha avuto il suo ruolo: la Scania è situata nella penisola Scandinava, ma è, in realtà, separata dal resto della Svezia da paesaggi aspri e fitte foreste che rendevano piuttosto complicati gli scambi, mentre lo stretto di Öresund poteva, invece, essere percorso agevolmente da imbarcazioni. Insomma, la cultura continentale riusciva ad arrivare piuttosto facilmente a Malmö e dintorni, ma si fermava sulle foreste che separano lo Skåne dal resto della Svezia.

Il giornalista di SVT ha fatto un semplice esperimento: è risalito lungo le campagne da Malmö per cercare il punto in cui le case in korsvirke vengono rimpiazzate da quelle in legno rosso. Lo ha trovato (minuto 21:07) in Örkelljunga, cittadina in cui le due tipologie abitative coesistono.
A fare da controprova, l’area di diffusione dei dittonghi dello svedese del sud coincide, più o meno, con lo stesso territorio.
La conclusione del servizio è quindi che il confine fra il “continente” e un non specificato “non continente” (il “Nord”?) sia da trovare proprio a Örkelljunga e nei paesi che fanno parte della stessa fascia.

Personalmente, non so come reagire a questo tipo di pensiero. Devo dire che il sud è la zona del Regno che ho visitato per prima, e quindi, per me, è quasi naturale associare questo tipo di architettura alla Svezia. Per mia moglie, invece, non è proprio così: sin dalla prima volta che siamo scesi assieme al sud non ha mai mancato di farmi notare come tutto per lei fosse “danese” o, appunto, continentale. Ed, effettivamente, le sensazioni ambientali che ricevi da una città come Lund sono decisamente diverse da quelle che hai da Uppsala, giusto per citare due località paragonabili: lo Skåne è sicuramente il ponte culturale che unisce la Svezia alla Danimarca, così come la Danimarca è il ponte fra il Nord e la Mitteleuropa. Pur con questo assunto, devo dire, però, che trovo davvero difficile pensare che il continente finisca ad Örkelljunga…

Parcheggiare

Aree Blu, Zone Traffico Limitato, posteggi per soli residenti, Ecopass e compagnia… in Italia, le questioni realtive ai parcheggi a pagamento, alle congestion charge e a qualunque limite (o costo) imposto all’uso privato dell’auto sono estremamente sentite, e si sente spesso parlare di ricorsi, agguerriti comitati di cittadini, sentenze del TAR e così via.
Sarà che gli svedesi non si sbilanciano mai troppo, ma non riesco ad inquadrare quanto sia effettivamente dibattuta la questione qui in Svezia; vi posso comunque raccontare di come funzionano le cose per la mia esperienza personale.
Di Stoccolma avevo in piccola parte parlato già in passato: c’è un pedaggio urbano (chi non risiede nel centro città deve pagare per entrarvi in auto, con un sistema automatizzato) e tutta l’area centrale e ad altre parti strategiche sono, con tariffe differenti, a pagamento. Avendo usato molto poco l’auto nel periodo in cui ho vissuto lì, non conosco troppi dettagli in più. Quel che è certo è che il sistema funziona, grazie anche all’aiuto di una fantastica rete di mezzi pubblici, e mi sembra essere generalmente ormai accettato da tutti.

La mappa dei parcheggi a Malmö, dal sito del Comune
La mappa dei parcheggi a Malmö, dal sito del Comune
A Malmö le cose non sono poi troppo differenti, fermo restando che qui non c’è mai stata, ovviamente, la necessità di introdurre la tassa d’ingresso.
Tutto il centro cittadino è a pagamento, e basato su un sistema gerarchico di fasce di prezzo, che vanno dal “biglietto blu” (25 corone all’ora) al “biglietto verde” (10 corone all’ora). Le fasce orarie sono solitamente dalle 9 alle 18 (biglietti verde e bianco, sabato) e dalle 9 alle 20 (biglietti rosso e blu) ma alcune aree possono avere fasce più estese (come 0-24 o 9-21). Il sabato è generalmente gratuito nelle aree verde e bianca e parzialmente a pagamento nelle aree rossa e blu. La domenica è gratuita nella stragrande maggioranza dei casi, ma non sempre. In pratica, bisogna controllare zona per zona.
Il pagamento può essere effettuato tramite parchimetro (pagamento anticipato, con monete o carta di credito), sms (molto comodo: mandi un sms all’inizio del parcheggio, uno alla fine e paghi esattamente la cifra necessaria) o con delle app per smartphone. Alcune zone, come vicino all’ospedale, supportano il pagamento con doppia strisciata della carta di credito: la passi una prima volta (impostando comunque una cifra massima) all’inizio e una seconda quando ritiri la macchina, così da non pagare più del necessario. Quest’ultimo sistema vale soprattutto in alcuni parcheggi su aree speciali delimitate (markplan o tomtmark), che hanno regole leggermente diverse rispetto all’ordinario parcheggio in strada (gatumark). L’alternativa a gatumark e markplan è rappresentata, ovviamente, dai garage, che qui si chiamano P-Hus e per le quali si possono sottoscrivere abbonamenti. Le P-Hus sono ovviamente poco economiche per il parcheggio breve, ma possono spesso avere agevolazioni per la sosta lunga.

La cosa positiva del sistema dei biglietti è che è gerarchico: se, ad esempio, hai pagato per un biglietto rosso, puoi lasciare l’auto in sosta (nel periodo di validità) anche nelle aree verde e bianca, ma non (ovviamente) nella più cara area blu.

I residenti? Pagano. Con il tagliandino da residenti (richiedibile online, gratuito e da esporre sul parabrezza) il costo varia fra le 15 e le 25 corone per 24 ore. In alcune vie devi pagare, in parte o in toto, anche il sabato e la domenica. La procedura è semplice: basta ricordarsi di premere il pulsante “boendeparkering” sul parchimetro prima di effettuare il pagamento, e avrai accesso al sistema di tariffa agevolata. Di buono c’è che, se un giorno vai via con l’auto, puoi evitare di pagare (ti basta rientrare dopo la fine della fascia oraria a pagamento), di negativo c’è che la spesa mensile non è comunque indifferente (un residente di una zona ad area bianca che lasci la macchina in strada per un mese si ritroverà a pagare minimo 400 corone) e che ti può capitare di dimenticarti di pagare un giorno, con il rischio di rimediare, ovviamente, il famigerato bigliettino giallo della multa.
Le aree per residenti sono quindici, relativamente grandi: se non trovi posteggio sotto casa hai comunque una discreta zona in cui cercare.

Un altro aspetto di cui tenere conto, quantomeno nelle aree a pagamento, è il lavaggio strade: una sera al mese (due se consideriamo che le strade vengono generalmente divise su due giorni a seconda del senso di marcia) bisogna ricordarsene, altrimenti sono dolori.

Gran parte dell’area comunale è, in realtà, completamente gratuita. Nel preparare questo articolo ho però scoperto che, almeno teoricamente, nelle strade grauite puoi posteggiare per un massimo di 24 ore, poi sei obbligato a spostare la macchina. Dal conteggio sono esclusi domenica, sabato, festivi e prefestivi.
Sinceramente non so quanto strettamente venga osservata questa regola. In passato ho lasciato la macchina per parecchi giorni, ad esempio in occasione di vacanze, in alcune di queste areee, sia a Malmö che a Stoccolma, senza alcun problema. All’epoca, però, avevo ancora la targa italiana.
Su questo forum si legge che può effettivamente capitare di essere multati. Addirittura, pare che gli addetti vengano istruiti a prendere nota della posizione di volante e ruote, e riportarla in eventuali contravvenzioni. Ecco un dilemma in più da considerare per le prossime vacanze…

La regola dei dieci metri
(dal sito di Parkering Malmö)
Bisogna anche stare molto attenti a posteggiare regolarmente, perchè, in quanto a fiscalità, qui non scherza nessuno. Ad esempio, anche se non lo segnalano, non si può mai posteggiare a meno di dieci metri da un incrocio o dalle strisce pedonali. Anche in caso di “incrocio a T” l’intera zona (l’incrocio, dieci metri prima e dieci metra dopo) va evitata. Per queste cose qui, sono davvero severi. Anche il posteggio in senso opposto a quello di marcia è proibito. Ad esempio, molti danesi non lo sanno (a casa loro si può) e, quando arrivano a Malmö, rimediano l’inevitabile multa (che, probabilmente, non pagheranno).

Per un residente, non pagare una multa può diventare un problema serio. Dapprima, se non si salda già dopo che ti hanno rifilato il bigliettino giallo, arrivano due lettere del Transportstyrelsen … se ancora tardi troppo, il tutto finisce nelle mani di Kronofogden, con il rischio di ritrovarti un protesto che ti impedirà di ricevere qualunque credito e persino, in molti casi, di sottoscrivere servizi ed abbonamenti.

L’intero sistema dei parcheggi è affidato ad una società comunale chiamata Parkering Malmö: sono i loro addetti, e non i poliziotti, ad andare in giro per strada e fare le multe a chi non si comporta bene. A differenza che per gli addetti di società equivalenti italiane, hanno pieno potere di contravvenzione in tutta la città, e non solo, quindi, nelle aree a pagamento a loro assegnate.
Per ovvi motivi, questi addetti non sono particolarmente simpatici alla gente, e ultimamente ci sono stati crescenti episodi di violenza nei loro confronti. La Parkering Malmö si è dovuta premurare a scrivere una pagina in cui si spiega, testuale, “può valere la pena di considerare è che dietro l’uniforme c’è una mamma, un papà, un fratello, una sorella, una figlia, un figlio o forse un migliore amico. Una persona normale che fa il suo lavoro”.
Al di là di queste “struggenti” (ehm…) parole, quando mi sono ritrovato ad avere a che fare con alcuni di loro, li ho trovati di una rigidità al limite della stupidità: vedi quella volta che alle 6 e tre minuti aspettavo mia moglie in auto in un posteggio regolarissimo, ma in un giorno in cui era previsto il lavaggio (la fascia inizia proprio alle sei)… sono stato costretto a spostarmi immediatamente nonostante, del lavastrade, non ci fosse proprio l’ombra.

Onestamente, devo dire che il sistema, in generale, funziona molto bene, a differenza di quanto succede in molti comuni italiani in cui si utilizzano pratiche simili. La chiave è probabilmente nella qualità del servizio pubblico di trasporto, che copre adeguatamente tutta la città con frequenze eccellenti anche di notte. Ovviamente ad agevolare il tutto interviene anche la bassa densità popolativa. Quello che è certo è che a Malmö c’è pochissimo traffico (a Stoccolma ce n’è molto di più, ma è comunque risibile rispetto a quello di una grande città italiana), poco inquinamento e si viaggia sempre molto bene, qualunque sia il mezzo.
A Malmö c’è anche uno dei migliori sistemi in Europa di Car Sharing, al punto che abbiamo pensato seriamente di vendere l’auto e cominciare ad utilizzarlo. Eravamo anche arrivati al punto di mettere l’annuncio di vendita su Blocket, ma, per ora, abbiamo deciso di rimandare il tutto in attesa di valutare per bene la vita “på Kirseberg“. Ma la decisione potrebbe comunque venire lo stesso nei mesi a venire…

Su Stoccolma, Husby, etc.

Per tutti quelli che mi stanno chiedendo info su cosa sta succedendo, segnalo questo ottimo post di Mauro Boffardi, che vive da quelle parti.

La rivolta di Husby | Boffardi2.1.

Di battesimi e viaggi a Stoccolma

A inizio gennaio ho potuto assistere al mio primo battestimo secondo i crismi della Svenska kyrka, per il primogenito di una coppia di amici stoccolmesi.

Come già notato per altri riti religiosi, la prima cosa che salta all’occhio è il livello di “pompa” decisamente minore rispetto al rito cattolico.
Anche in questo caso, il prete, che qui ha più libertà nel preparare la cerimonia (concordandone i passaggi assieme ai familiari), ha avuto un atteggiamento decisamente meno formale, più lieve ed “umano”, durante la celebrazione, rispetto al tipico celebrante italiano.
Il tutto visto dall’esterno, l’impressione è quella che i credenti abbiano più a che fare con un “compagno” di culto, che non di una qualche forma di autorità.

Due le note particolari: la prima riguarda l’impostazione della cerimonia che, come detto, è stata ancora una volta piuttosto informale, alternando alle preghiere e ai canti religiosi anche momenti laici. La famiglia del bimbo ha avuto modo di eseguire dal vivo un brano scritto dal papà (musicista professionista) per il bimbo, senza alcuna tematica sacra. Nulla di strano, se penso che, l’anno scorso, ho assistito ad un matrimonio religioso conclusosi, per la musica che accompagnava l’uscita degli sposi, sulle note di Don’t Stop Me Now dei Queen!

La seconda nota riguarda il prete stesso, ovvero la classica persona che, dalla Chiesa Cattolica, verrebbe definito come un “peccatore”. Non che abbia in qualche modo parlato di certe sue preferenze, ma la cosa era palese a tutti, senza che, peraltro, questo fosse un problema. La Chiesa Svedese non discrimina infatti i preti omosessuali, e permette anche loro di sposarsi con compagni dello stesso sesso.
Eva Brunne è salita qualche anno fa agli onori della cronanca per essere la prima vescova (si dice così?) apertamente omosessuale del mondo cristiano. Per carità, resistenze al riguardo esistono anche qui, ma permettetemelo: quanta ipocrisia in meno!

Attenzione, però: non è che un rito meno pomposo e formale implichi una minore ufficialità o serietà della cerimonia. Il bimbo è stato accolto ufficialmente come nuovo arrivato nella Chiesa Svedese e il fatto di avere musica o altri momenti “non sacri” non sminuisce mai il valore liturgico.

Dopo la cerimonia, nei locali stessi della chiesa, si è tenuta l’immancabile fika con i convenuti.

Altra considerazione, che vale anche per i matrimoni: i regali, qui, sono decisamente più semplici, meno sfarzosi e, soprattutto, sono economici. Niente abbondanza di oggetti in oro, niente somme importanti, niente liste nozze o battesimo o altro. Il regalo è spesso un piccolo pensierino piuttosto semplice, in cui, spesso, si bada più a fare qualcosa di personale che non a cercare di “non fare brutta figura”. Anche questo è un tipo di semplicità che, personalmente, apprezzo molto.
E se proprio lo volete sapere, non esistono neanche le bomboniere: un’intera industria che, qui, non ha ragione di esistere. 😀

Il viaggio mi ha anche dato l’occasione di rivedere brevemente Stoccolma, e qui non nascondo di avere provato un po’ di nostalgia. Gli splendidi panorami acquatici, il mio amato Pub Anchor, la lingua comprensibile, la neve abbondante che copriva tutto (nel frattempo si è sciolta anche lì, ma rispetto alle sputacchiate del brutto e umido inverno scanico è tutta un’altra storia) hanno sicuramente sollecitato il mio animo più malinconico. Per quanto apprezzi Malmö, è Stoccolma la città di cui mi sono veramente innamorato e che mi ha fatto, a sua volta, innamorare della Svezia. Chissà, forse un giorno torneremo a vivere lì…

La chiesa di Boo, vicino a Stoccolma
La chiesa di Boo, vicino a Stoccolma

Di Santi, capre, folletti e Babbi Natali

Jultomtar in una vetrina
Jultomtar in una vetrina

Chiunque sia mai stato in Svezia in questo periodo dell’anno è sicuramente rimasto affascinato, prima o poi, dalla presenza di quei folletti vestiti da Babbo Natale che affollano i negozi di souvenir ma che appaiono anche nelle vetrine dei negozi “normali”. Ma chi sono esattamente questi folletti? Sono effettivamente delle versioni particolari di Babbo Natale? Ne sono lontani parenti? C’è anche solo una qualche relazione fra le due figure? La risposta si trova indagando fra miti e leggende europee, passando per la terra della Coca Cola e di Walt Disney…

image

C’era una volta in Europa…
Babbo Natale, almeno come lo conosciamo noi, è una creazione americana del diciannovesimo secolo. La figura di Santa Claus, vecchio pacioccone fatato vestito di rosso e portatore di doni pesca però a piene mani da diverse tradizioni europee, e due in particolare la fanno da padrone.

Sinterklaas (in alto, foto di Gaby Kooiman da Wikipedia) e Father Christmas (in basso)
Sinterklaas (in alto, foto di Gaby Kooiman da Wikipedia) e Father Christmas (in basso)

Il Sinterklaas olandese è una figura popolare basata su quella di San Nicola, con l’aggiunta di elementi precristiani legati soprattutto ad Odino. Sinterklaas ha una lunga barba bianca, veste da vescovo (e quindi di rosso) e porta doni (cavalcando sui tetti) nella notte fra il 5 e il 6 dicembre. Non si tratta quindi, almeno originariamente, di un mito strettamente natalizio.

Il Father Christmas britannico è invece una figura di origine prettamente pagana. Da principio noto come Vecchio Inverno (Old Man Winter), era la personificazione della stagione e veniva generalmente identificato con Woden, l’Odino britannico. Con l’arrivo della cristianità i vecchi miti pagani furono assorbiti: la Festa del solstizio d’Inverno divenne il Natale e il Vecchio Inverno sopravvisse popolarmente come Father Christmas, riemergendo, in particolare, nel quindicesimo secolo. Un vecchio giovale ma smilzo, originariamente vestito di verde, talvolta a cavallo di una capra, Father Christmas divenne quindi la personificazione del Natale: il suo mito si diffuse in Europa per via della traduzione di alcuni racconti, ed è per questo motivo che, in Italia, si utilizza il termine Babbo (o Papà) Natale, invece di San Nicola o Santa Claus.

Il Santa Claus di Nast
Il Santa Claus di Nast

Santa Claus negli Stati Uniti
I miti popolari europei si incontrarono negli Stati Uniti, mescolandosi fra loro e creandone di nuovi. La nascita del moderno Santa Claus viene ricondotta al poema del 1823 The Visit Of Saint Nicholas, oggi noto soprattutto come The Night Before Christmas e attribuito a Clement Clark Moore. In questo racconto vengono stabiliti in maniera definitiva molti degli elementi canonici del personaggio: San Nicola si lega ora con il Natale, perde l’abito da vescovo (sostituito da pellicce), è una figura fatata che porta doni ai bambini buoni attraverso i camini e vola nel cielo su una slitta trainata da renne. Per un passo importante nella definizione moderna di Santa Claus, bisognerà attendere un’illustrazione del 1863 di Thomas Nast, che illustrò un vecchietto rubicondo, allegro e decisamente sovrappeso. Fu in uno dei libri illustrati di Nast che venne definito un altro elemento importante: è da allora che sappiamo che Babbo Natale vive al polo Nord.

Il Babbo Natale definitivo!
Il Babbo Natale definitivo!
(© The Coca Cola Company)

Il Santa Claus definitivo arriva però nel 1931 grazie alla Coca Cola e, in particolare, all’illustratore Haddon Sundblom: scritturato per una campagna promozionale, Sundblom ci disegna il Babbo Natale che tutti conosciamo. Un vecchietto di grande stazza, gioviale e che irradia calore e umanità. Se fino a quel momento esisteva ancora un dubbio sul colore dell’abito di Santa (con il verde come alternativa principale), è con questa versione che diventerà per sempre rosso e bianco. Guarda caso proprio i colori simbolo di una certa bevanda…
Il Santa Claus “made in Coca Cola” divenne immediatamente popolarissimo, al punto che, già per il Natale successivo, Walt Disney decise di produrne una propria versione animata: Santa’s Workshop (in Italiano Papà Natale) è tuttora un classicissimo dell’animazione del periodo e fa parte, quarda caso, di quel Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul che è parte fondamentale della celebrazione del Natale per gli Svedesi.
Grazie alla Coca Cola, alla Disney e alla Seconda Guerra Mondiale, Santa Claus “ritornò” un po’ alla volta in Europa, dove reincontrò, per lo più soppiantandole, le sue versioni primigenie. Nelle Isole Britanniche, ad esempio, i termini Santa Claus e Father Christmas sono ormai sinonimi, e solo in alcune parti più tradizionaliste viene celebrato il vecchio personaggio.
Cosa c’entra, quindi, la Svezia con tutto questo, e qual è la relazione fra la terra di Pippi Calzelunghe e Babbo Natale?

Nel frattempo, in Svezia…
In Svezia, ci sono due miti folcloristici storici da prendere in considerazione prima di arrivare al moderno Jultomten.

Julbocken ai piedi dell'albero
Julbocken ai piedi dell’albero

Il primo è la Julbock, ovvero la Capra di Yule. Probabilmente di origine pagana, e legata al dio Thor, la Capra ha rappresentato a lungo lo Spirito che controllava che il Natale fosse celebrato a regola d’arte. Ad un certo punto, nel corso del diciannovesimo secolo, la Capra cominciò ad assumere il ruolo di portatrice di doni per i bambini. Era solitamente il padre o un anziano di famiglia a travestirsi da Capra e bussare alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia. Come vedremo, la Julbock perse relativamente in fretta questo ruolo, ma è rimasta comunque uno dei simboli del Natale svedese.
Le caprette di paglia sono ancora oggi una decorazione tipica delle case della nazione, e, nella città di Gävle, viene regolarmente costruita una gigantesca Capra, destinata ad essere incendiata allo scoccare dell’anno nuovo.

Gävlebocken: foto di Tony Nordin
Gävlebocken: foto di Tony Nordin

La seconda figura folcloristica importante è il Tomte. Originariamente un folletto benigno, capriccioso e fortissimo che si occupava di proteggere la casa, la fattoria e il bestiame durante le ore notturne (ma anche di causare danni a chi non si comportava correttamente o gli mancava di rispetto), la credenza del Tomte venne a lungo demonizzata e ripudiata con l’arrivo della cristianità. Inutile dire che il mito sopravvisse comunque, finendo con l’assumere poi un ruolo sempre più legato al Natale. In particolare,
lo scrittore Viktor Rydberg introdusse per la prima volta lo Jultomten nella novella Lille Viggs äventyr på julafton (L’avventura del Piccolo Wiggs durante la Vigilia di Natale, 1871) e poi nella poesia Tomten (1881). In quest’ultima, il Tomten era un folletto natalizio che girava per la casa la notte del sostizio d’inverno ponderando sulla situazione.
Fu l’illustratrice Jenny Nyström a rappresentare graficamente lo Jultomten di Rydberg, al punto che la disegnatrice viene ricordata in Svezia come “la mamma di Babbo Natale”. Un’altra rappresentazione grafica amatissima (ma decisamente successiva) del folletto è quella di Harald Wiberg.
Jultomten ereditò in fretta dalla Julbocken il ruolo di portatore di doni: questo processo avvenne per induzione dalla Danimarca, dove lo julenisse aveva una funzione simile, e dalla Germania, paesi in cui si stava espandendo l’influenza di Sinterklaas e dei suoi “parenti”.

I Tomtar di Jenny Nyström
I Tomtar di Jenny Nyström.
(© degli aventi diritto)
Da notare come, nei decenni successivi, il Jultomten delle illustrazioni della Nyström cominciò a convergere con Santa Claus.
Da notare come, nei decenni successivi, il Jultomten delle illustrazioni della Nyström cominciò a convergere con Santa Claus e Father Christmas.

Quando dagli USA cominciò ad arrivare la figura del Santa Claus moderno, in particolare con gli anni ´30 del XX secolo, in Svezia esisteva già una radicata tradizione relativa agli jultomtar. Mentre il Santa Claus americano era uno solo, era un uomo di grossa stazza, viveva al Polo Nord e si calava dai camini la notte della vigilia, il Tomten era una figura legata alla famiglia o alla comunità, viveva nel boschetto vicino a casa e bussava alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia. Le due figure si ritrovarono in qualche modo a convergere e il nome Jultomten passò ad identificare tanto il piccolo folletto svedese quanto il rubicondo vecchietto sovrappeso. Al giorno d’oggi, i bimbi svedesi, quando parlano di Tomten (senza specificare altro), fanno riferimento senza dubbio a Santa Claus, ma il piccolo folletto continua comunque ad esistere con lo stesso nome nell’immaginario, nella riprosizione degli scritti di Rydberg (sempre popolari), nel folklore… e nei negozi di souvenir di tutta la Svezia!

Il meraviglioso Tomten di Wiberg!
Il meraviglioso Tomten di Wiberg!
(© degli aventi diritto)

Peraltro, il Babbo Natale svedese conserva caratteristiche uniche derivate dal piccolo folletto: non si cala dai camini, ma, ereditando il ruolo che fu della Capra, continua a bussare alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia (subito dopo la visione del già citato Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul) e non vive al Polo ma in qualche bosco nelle vicinanze. Perché globalizzati sì, ma sempre con un minimo di orgoglio Nazionale! 😀

Infine, una raccomandazione in conclusione: se passate dalle parti di Stoccolma in questo periodo, evitate di comprare i tomtar prodotti in serie e venduti nelle trappole per turisti, ma fate piuttosto un salto al meraviglioso Tomtar & Troll nella città vecchia. È un negozio artigianale, dove troverete i tomtar (e i troll) più belli di Svezia, creati a mano dalle signore proprietarie. Ne vale la pena!


Un fantastico cortometraggio del 1926 basato su Tomten con sottotitoli (purtroppo approssimativi) in Inglese