Donare il sangue

DonazioneCome si capisce la differenza fra un paese dove c’è carenza di donatori di sangue e uno dove, evidentemente, non ci sono troppi problemi? Semplice: nel secondo caso sembra quasi che ti facciano un favore, a prendere il tuo! 😀
Premessa: in Italia, fra il 2001 e il 2009, sono stato donatore regolare in due diverse strutture (una a Genova e una a Milano), a seconda di dove ero in quel momento. E, bisogna dire, che nello stivale ti invogliano proprio tanto a farlo: giorno di riposo retribuito, colazione offerta al bar, analisi inviate gratuitamente a casa, procedure (incredibile!) snelle e semplici… In Svezia sapevo già che nulla viene dato, ma mi aspettavo che, almeno, le cose fossero banali.
Invece, già dall’inizio, ti rendi conto che le cose sono molto più complicate: già qualche anno fa, infatti, avevo provato a donare e mi ero sentito rispondere che, no, se non parli lo svedese, non puoi dare il tuo sangue. Questo perché tutte le informazioni e le domande vengono date/fatte rigorosamente nella lingua nazionale e non c’è alcuna possibilità di farlo in inglese.

Va bene.

Un po’ perché avevo perso il treno, un po’ perché per certi periodi prendevo medicine, ci ho riprovato solo di recente.
Nei pressi del mio ufficio viene a intervalli regolari un “autobus nel sangue” per cui, in orario di lavoro, si può scendere per mezzora e donare. La notizia iniziale è che, la prima volta, non ti permettono di farlo: si limitano a prenderti dei campioni per controllare che tu non abbia malattie rilevabili (cosa che, comunque, verificano ogni volta). A casa non ti mandano nulla: se entro sei settimane non ti arriva una chiamata di un’infermiera che dice che c’è qualche problema, allora vuol dire che puoi donare. Se nessuno ti chiama, vuol dire che è tutto a posto (al che verrebbe da pensare: ma se già qualche settimana prima sai che è tutto a posto, non puoi comunque chiamarmi e dirmelo? Ma va beh…)

Ancora prima di fare il test, però, arrivano le domande in serie: non solo c’è un questionario da compilare con molte più domande rispetto che in Italia, ma l’infermiera va poi scrupolosamente attraverso tutte le risposte e intavola con te una chiacchierata per spiegarti cosa è proibito e cosa no. Ad esempio, se hai avuto sesso occasionale (anche protetto) non puoi donare per sei mesi, mentre se hai una nuova partner devi aspettarne solo tre (chissà perché). Un uomo che abbia avuto rapporti con un altro uomo deve aspettare almeno un anno prima di dare il sangue (in pratica, gli omosessuali – anche se in una relazione regolare – non possono farlo… una cosa clamorosa per un paese come la Svezia!), mentre se la tua partner ha avuto rapporti sessuali occasionali con un’altra persona devi aspettare un anno (6 mesi per lei, 6 mesi per te… ma secondo loro vado a chiedere a mia moglie: “Amore, devo dare il sangue: hai per caso fatto sesso con qualcun altro, in questo ultimo anno?”).
Altre cose che impediscono la donazione per un certo periodo (come in Italia, per lo più): tatuaggi e piercing (anche se se li è fatti il/la partner) e raffreddore (se hai il naso tappato non puoi donare). Se ti sei iniettato droghe, steroidi o anabolizzanti anche solo una volta millemila anni fa, sei bannato a vita dalla possibilità di dare il tuo sangue. Tutte cose probabilmente giustissime, e volte a salvaguardare la salute di chi rischia di essere in fin di vita al momento della trasfusione, per carità, ma, per il modo in cui te la mettono, sembra davvero che vogliano farti un favore.

La cosa più clamorosa? L’ho lasciata per un’ultima! Alla domanda “hai viaggiato all’estero nell’ultimo anno? Quando e dove?” Ho ovviamente risposto “Italia, quest’estate”, convinto che non ci sarebbe stato alcun problema. Bene, la risposta è stata: “dato che era luglio, è a posto. Ma, in questo periodo (dopo avere controllato nel computer) c’è un virus che gira nel Nord Italia… quindi avresti dovuto aspettare quattro settimane di quarantena prima di potere donare”. Capito? Attenti ad andare in Italia, è pericoloso! 😀

(Sia chiaro, magari ho solo incontrato un’infermiera pedante, e non voglio generalizzare… ma l’impressione è che, qui, la pedanteria su queste cose sia un affare di stato).

Quest’anno ci siamo persi il våffeldagen!

Quest’anno, il 25 marzo, ci siamo persi una delle mie tradizioni alimentari preferite di Svezia.
Poco male, perché la mattina di quel giorno eravamo impegnati nel reparto Förlossningsavdelning dell’ospedale di Malmö nell’esperienza più bella della nostra vita, la nascita della nostra piccola Aurora.

Avevamo pianificato tutto per benino, ma le cose non sono andate esattamente come previsto. Visto anche che la differenza è di soli dieci minuti di macchina, la nostra intenzione era infatti di partorire in quel di Lund, per un paio di motivi fondamentali. Il primo è che, a quel che abbiamo letto in giro, Malmö non ha la migliore delle reputazioni, per quanto riguarda la soddisfazione delle partorienti. In genere, chi ha potuto provare l’esperienza del parto in entrambi i posti, raccomanda Lund. Anche alcuni amici e conoscenti ci hanno consigliato la più piccola cittadina universitaria, la cui Kvinnokliniken ha invece una buona reputazione (e poco importa che, tecnicamente, quelli di Lund e Malmö compongano in realtà un ospedale unico, lo Skånes universitetssjukhus).
Il secondo motivo è la gestione del post parto: mentre in gran parte della Svezia le donne vengono mandate a casa direttamente o, in caso di problemi, ospitate per qualche giorno in un reparto dell’ospedale, a Lund esiste una struttura particolare che si chiama Patienthotellet. Questo albergo ospedaliero ha una triplice funzione: dare alloggio ai familiari di persone ricoverate, ospitare alcuni pazienti convalescenti che non hanno bisogno di attenzioni mediche continue, e includere anche il reparto maternità post parto. A differenza che in altri posti, i partner (ed eventuali altri figli) possono passare le notti assieme alla neomamma, in una vera e propria stanza d’albergo con infermieri e ostetriche a disposizione sullo stesso piano per supporto, controlli e consigli. L’hotel è, purché ci sia posto, a disposizione di tutti i residenti dello Skåne, indipendentemente da dove avvenga il parto: certo, per chi voglia approfittarne, partorire a Lund è decisamente più comodo. Per quanto riguarda i prezzi, per la mamma è tutto gratis (pernottamento, pasti, controlli) mentre il partner deve pagare delle cifre ragionevoli.

Domenica in tarda serata abbiamo fatto le prove generali: Helena aveva delle forti contrazioni, pur senza dolore, e, quando abbiamo chiamato Lund, ci hanno chiesto di andare per un controllo. Era un palese falso allarme, e abbiamo preso il tutto come un’esercitazione: dopo alcuni controlli, nel mezzo della notte ci hanno rispedito a casa.
Con sole poche ore di sonno alle spalle, il mattino dopo, appena il tempo di arrivare al lavoro (ovviamente a Lund) e questa volta l’allarme era verissimo.
Dopo l’ennesimo percorso Lund-Malmö-Lund siamo stati accolti nella Kvinnokliniken: con grande delusione siamo però stati rispediti a casa dopo il primo controllo in quanto, pur essendosi rotte le acque, il travaglio era ancora nella fase iniziale.

Nel pomeriggio i dolori si sono fatti insostenibili e allora è stato il momento di prepararci nuovamente: quando però abbiamo chiamato Lund la risposta è stata negativa: erano pieni, e saremmo dovuti andare a Malmö.
Non nascondiamo però di averlo fatto volentieri. Le sensazioni relative al reparto di Lund non sono state infatti positivissime. Un po’ per via di lavori in corso all’interno dell’edificio, che rendevano il tutto decisamente più stressante, un po’ perché le ostetriche con cui abbiamo avuto anche fare erano meno cordiali di quelle che avevamo incontrato in precedenza durante i nostri controlli all’ospedale di Malmö, non eravamo più sicuri di volerlo fare a Lund in ogni caso. E il fatto di risparmiare dieci minuti di macchina (abbiamo preso un taxi) questa volta ci è all’improvviso sembrata una cosa meravigliosa.

Arrivati alla Kvinnokliniken di Malmö intorno alle 17:30 sono però ricominciati i dubbi: l’ostetrica che ci è toccata ci ha fatto improvvisamente rimpiangere le due che abbiamo incontrato a Lund. Ruvida nel parlare (provava ad essere cordiale, ma la cosa non era nelle sue capacità), indiscutibilmente professionale ma imbranata (e dolorosa per la mamma) in qualunque operazione… siamo stati più volte sul punto di richiedere il cambio, come da nostro diritto. Abbiamo tenuto duro anche per il fatto che l’infermiera che l’assisteva era una persona dolcissima e meravigliosa, cosa che ci ha restituito qualche speranza nell’umanita. Per fortuna, l’incubo è finito alle 21:15, quando c’è stato il cambio turno e sono arrivate due persone splendide, entrambe in gamba, tranquillizzanti e comprensive, che ci hanno seguito per tutta la notte andando anche al di là del loro orario pur di concludere l’operazione con noi.

E di tempo ce n’è voluto: erano quasi le sette del mattino, 24 ore dopo la prima contrazione e 23 dopo la rottura delle acque, che la piccola Aurora, bella più che mai, è venuta al mondo urlando e scalciando.
Un gran bravissima alla mamma che ha tenuto duro per tutto il tempo!

Finito il tutto, abbiamo rischiato seriamente di essere mandati a casa a fine mattinata, dato che il Patienthotellet era quasi completamente pieno. Per fortuna si è liberato un posto per mezzogiorno: la regione Skåne ci ha pagato anche il taxi fino a Lund e ora ci godiamo tra di noi le nostre notti insonni e i nostri pannolini, sempre potendo contare sull’assistenza di uno staff paramedico a nostra disposizione.
Forse domani andremo a casa, forse no… intanto i miei primi dieci giorni di congedo parentale retribuito (un diritto/dovere di tutti i papà in Svezia) hanno iniziato a scorrere.
Certo che sono sensazioni magnifiche!

Gravidanza alla svedese

Come spiegato già in passato, una delle differenze principali fra la sanità svedese e quella italiana sta nel fatto che qui molte faccende, inclusi interventi di primo soccorso, vengono delegate al personale paramedico, con i medici che intervengono solo nei casi di stretta competenza.
La cosa fa inorridire l’Italiano medio, che, se non parla con il primario, subodora truffa ed incompetenza, ma è generalmente accettata dagli svedesi, che si fidano della preparazione di infermieri ed altri paramedici.
Come mi ha confermato un amico dottore, la preparazione di questi ultimi è spesso notevole, perché vengono immersi sin dall’inizio degli studi nella realtà del sistema ospedaliero: gli infermieri hanno la competenza e le capacità per affrontare i loro compiti, senza distrarre i medici dai loro compiti più importanti.

Questa caratteristica diventa più evidente che mai quando c’è di mezzo una gravidanza: la stragrande maggioranza delle donne svedesi arriva infatti al parto senza avere mai incontrato un ginecologo o un qualunque altro medico durante l’intero processo. La filosofia di base è che la donna incinta non è una paziente, ma semplicemente una persona che attraversa una fase naturale della propria vita. Incontrare medici, con la loro tendenza a fare troppe analisi ed esami, rischia anche di essere un elemento di stress per la gestante.
Qui tutto è in mano alle ostetriche, una professione parecchio richiesta in Svezia, e alla loro preparazione specifica. Salvo casi particolari, e a parte qualche analisi di base, non sono previsti troppi test ed esami.
Io, personalmente, resto naturalmente un po’ spaventato da questo approccio “naturalista”, ma mia moglie si fida ciecamente: d’altronde è il sistema con cui tutte le sue amiche hanno affrontato la loro gravidanza e, per lei, è naturale che sia così.
Peraltro, un articolo di TheLocal.se (per una fortunata coincidenza pubblicato proprio oggi, mentre avevo questo post in lavorazione) le dà anche ragione: secondo Save The Children, la Svezia sarebbe il secondo posto migliore al mondo, dopo la Finlandia, per essere una gestante.

Come detto, qui viene delegato tutto alle ostetriche. Come riporta TheLocal, la cosa è dovuta sia alla tradizione, sia ad un’organizzazione sindacale molto forte, sia al contenimento dei costi, ma anche e soprattutto al fatto che la categoria ha tutte le competenze necessarie per gestire tutto il processo della gravidanza: sono loro ad occuparsi anche di tutte le visite ginecologiche (i medici vengono coinvolti solo in caso di problemi riconosciuti) e le ecografie, oltre che a gestire il processo degli esami e quello di informazione.
E sia chiaro che i miei timori, probabilmente irrazionali, sono a riguardo del sistema in generale, e non delle capacità delle barnmorskor stesse.

Ecco una tipica tabella, che ho adattato dal sito della clinica a cui siamo stati affidati.

Settimana di gravidanza Visita
6-10 Incontro informativo / stesura del piano
11-13 Test combinato ecografico/biochemico, altrimenti ecografia alla settimana 17-18.
14-16 Visita ostetrica e analisi di sangue e urine
24-25 Visita ostetrica
28-29 Visita ostetrica con test di tolleranza al glucosio (ricordarsi l’iscrizione al corso per genitori).
31-32 Visita ostetrica
32-34 Ecografia se necessaria
35-36 Visita ostetrica
37-38 Visita ostetrica
39-40 Visita ostetrica
41 Visita ostetrica
(42) Controllo della posizione prima di eventuale induzione di travaglio*
10-16 dopo il parto Controllo con ostetrica, visita ginecologica e sistemi preventivi

Noi siamo ancora in attesa della prima visita ostetrica ma, eccezione alla regola, abbiamo già fatto due ecografie: la prima per avere la certezza della data di concepimento, la seconda relativa al test combinato. Ne abbiamo anche una terza prevista per novembre, che dovrebbe essere l’ultima. Per ora tutto risulta essere ok.
Personalmente, sono sicuramente un po’ stressato dal fatto che non si facciano più controlli, ma me ne devo fare una ragione: qui fanno così, e i numeri sembrano essere dalla loro parte. 😀

* Non essendo esperto della terminologia, non sono sicurissimo al 100% di questa traduzione 🙂

Luglio e Agosto

Dopo due mesi di “quasi vacanza” (dal blog), eccomi a rifare il punto della situazione prima di ricominciare.
A Luglio, con mia moglie e mia suocera, siamo andati un paio di settimane a trovare i miei genitori in Calabria. Se ogni volta che rientro in Italia c’è sempre un certo “shock”, quando vado al Sud la situazione è anche peggiore.

Giusto per elencare qualche punto:

  • l’aeroporto di Catania è davvero il peggio organizzato in cui sia mai stato
  • la Salerno-Reggio Calabria è sempre un pianto
  • i pazzi criminali che guidano in autostrada incollandotisi al didietro e lampeggiando mentre stai facendo un sorpasso sono tutti da arrestare
  • gli storditi che utilizzano l’auto per fare una “passeggiata” sul lungomare (magari fermandosi a chiacchierare nel mezzo della strada con l’amico che arriva in senso opposto) sono una delle cose più irritanti che ci sia (le passeggiate si fanno a piedi, che fa anche bene!)
  • la sanità è qualcosa di davvero imbarazzante (due medici su due hanno dato a mia suocera dei medicinali, senza tenere conto che avrebbero creato dei problemi con quelli che lei prende regolarmente, al riguardo dei quali erano stati avvisati. Per fortuna niente conseguenze serie, ma grazie per il rischio e la bella figura!)

Tutte cose che, per come sono abituato ora (ma anche un po’ per la mia mentalità), vanno dall’assurdo all’alieno.

Però, tolto questo piccolo sfogo (permettetemelo! :-P), ovviamente sulla bilancia ci vanno anche gli aspetti positivi: la famigghia, il mare, i posti splendidi, il cibo delizioso e i prezzi stracciati dello stesso… tutti elementi che fanno pendere abbondantemente l’ago dalla parte del “più”, facendone comunque una piacevolissima vacanza.
È però innegabile che lo shock ci sia sempre. 😀

Palmi's Tonnara: Panorama
Tropea from the beach

Al ritorno in Svezia, è stato il momento di un ritorno lampo alla buona vecchia Upplands Väsby per il Väsby Rock Festival, un piccolo festival metal che si è tenuto il tre agosto nel parco di Vilunda. Nonostante Väsby sia una delle piccole “capitali” del genere (per gli appassionati, basti sapere che band come Europe, Candlemass, Malmsteen e Therion sono nate, o hanno mosso i primi passi, qui), l’evento è stato un flop clamoroso. Forse non è stata grande idea organizzare un evento proprio nel periodo in cui la gran parte è degli svedesi è appena rientrata (se non deve ancora rientrare) dalle vacanze, e in concomitanza con il più grande evento mondiale di genere (il Wacken, che si tiene nel nord della Germania nello stesso periodo). Anche una popolazione decisamente “rock” come quella Svedese ha, evidentemente, i suoi limiti.
Nonostante la pochissima gente e un deciso caldo bestiale (c’erano poche aree all’ombra) il festival è stato comunque decisamente godibile, e si è concluso con una grande performance degli U.D.O.

U.D.O. @ Väsby Rock Festival

Tornato a Malmö, è stato il momento di rientrare al lavoro. In quello che faccio, mi interfaccio (principalmente) con le filiali italiane di Tetra Pak, quindi, come potete immaginare, è stato un agosto fin troppo tranquillo, viste le chiusure aziendali e le ferie di gran parte del personale.
Il tempo, in compenso è stato per lo più magnifico con, a parte qualche giorno, belle giornate di sole ma mai troppo calde: un bel contrasto rispetto alle notizie che arrivavano dall’Italia, da cui sentivo di alluvioni o di temperature torride.

Metà agosto ci ha visto affrontare un viaggio in direzione Mullhyttan, piccolo paese di campagna nella provincia storica del Närke in cui vivono i parenti (lato madre) di Helena. L’occasione è stata quella di un matrimonio, svoltosi secondo quelli che ho già descritto come i “canoni classici” del matrimonio alla svedese.
Mullhyttan, pur essendo fondamentalmente un semi-agglomerato di villini/fattorie sparsi fra campi e foreste, mi piace da morire: quando sono lì mi sembra di essere nella Svezia più pura, fra gente semplice e accogliente, e con una natura splendida. Non nascondo di apprezzare anche il fatto di riuscire a capire tutto quello che la gente dice, mentre a Malmö, dopo oltre due anni, continuo ancora ad avere qualche difficoltà con lo skånska. Che, ci posso fare? Sono lento! 😀
Una cosa curiosa di Mullhyttan, ma anche di quasi tutti i paesi simili, è che gran parte delle abitazioni non ha un indirizzo vero e proprio: essendo che molte delle case sono sparse nei campi o nei boschi, lontano dalle vie centrali, l’indirizzo è spesso il nome stesso dell’abitazione (regolarmente registrato). Non vi stupite, quindi, se leggendo un indirizzo svedese doveste trovare qualcosa con appendice torp, termine che vuol dire, più o meno, “cottage”.

Mullhyttan
Mullhyttan

Con la seconda metà del mese siamo, di fatto, entrati, almeno a livello metereologico, nell’autunno. È ancora un autunno molto piacevole e si può stare in maniche corte, ma le temperature si stanno abbassando velocemente e, soprattutto, le giornate si sono decisamente accorciate! Ormai è solo una questione di una ventina di giorni per arrivare all’equinozio, che porterà all’annuale sopravvento dell’oscurità rispetto alla luce. Tempi bui in arrivo… (a Malmö neanche poi troppo, in realtà :-D)

18 mesi

Soffro di apnea nel sonno. Sono, ovvero, una di quelle persone, che, durante la notte, russa e si ritrova ad avere momenti in cui la respirazione si blocca. È un problema piuttosto comune, magari non grave, ma che sicuramente incide sulla vita di mia moglie (per il russare) e sulla mia: pur dormendo, alla mattina risulto comunque stanco.
Dopo averne parlato con il mio medico (o, meglio, con il medico che mi sono ritrovato per l’occasione al vårdcentral presso cui sono registrato), la pratica è stata passata all’ospedale dello Skåne che, dopo un mese circa di attesa, mi ha prestato, per una notte, uno di quei dispositivi che registrano un po’ di dati mentre dormi. Dopo un paio di settimane sono stato contattato nuovamente dal mio medico che mi ha detto che, sì, il problema è presente, e che la pratica sarebbe stata passata ad una clinica di Lund specializzata nei problemi del sonno.
Passa circa un mese e mezzo e mi arriva a casa la letterina della clinica: mi aspettavo una nuova kallelse (la “convocazione” per un appuntamento) e invece era una semplice comunicazione: “sei stato messo in lista di attesa per una visita da noi, il tempo medio è di 18 mesi“. Sul momento ho riso della cosa ma la sera ho dovuto chiedere conferma ad Helena, nell’ipotesi remota che avessi frainteso una sfumatura dello svedese a me completamente ignota. Ovviamente c’era nulla da fraintendere.
Inutile dire che non ci si aspetta tempi così biblici da una sanità, quella svedese, che si fa vanto, spesso a torto, della propria efficienza, ma alla fine tutto il mondo è paese. Poi d’accordo, è sicuramente una cosa che ha un impatto sulla mia vita e sulle performance giornaliera (altrimenti non ne avrei parlato col medico), ma non è una cosa gravissima. Però 18 mesi…

Multimodalt bla blaMa le mie esperienze recenti con la sanità svedesi non si fermano qui!
Da anni soffro di mal di schiena. Posso immaginare che la cosa sia dovuta all’essere l’uomo più scoordinato dell’universo… fatto sta che, già da parecchi anni, ho un problema alla spina dorsale con, in particolare, un paio di dischi non allineati. Ho sempre sopportato ma, negli ultimi mesi, forse complice l’aumento di peso, la situazione si è fatta piuttosto seria: da tempo faccio fatica stare in piedi, ed ogni passo è decisamente doloroso. Probabilmente per via di un concatenarsi di posture errate, il dolore si è propagato alle ginocchia e ai talloni (soffro ora costantemente di tendinite). Anche dormire è un problema: nonostante abbia comprato un buon letto, stare sdraiato troppo a lungo rischia di bloccarmi al mattino. Risultato – considerando anche l’apnea – sono quotidianamente uno straccio! 😀
Al vårdcentral hanno dapprima deciso che la soluzione è la chiropratica, ed in effetti sono andato più volte dai terapeuti locali, che mi hanno sempre rimesso a posto per un certo periodo. Come già detto, però, negli ultimi mesi la situazione è davvero intollerabile, e i benefici sono sempre stati di breve durata. All’ultima sessione, il chiropratico ha deciso che bisogna andare alla radice del problema: la cosa è molto positiva, ma è il “come” che mi ha lsciato sorpreso. In Italia sarei stato probabilmente indirizzato da un ortopedico, magari con delle radiografie… ma qui, nulla di tutto questo. A parte il fatto che i “raggi” ti vengono ordinati solo in casi estremi, nessuno ha mai nominato, neanche per sbaglio, un ortopedico. Sono stato incluso in un “Corso di riabilitazione con un team multimodale per il dolore” (Rehabiliteringskurs inom multimodalt smärtteam) che mi vedrà impegnato per otto settimane con un “medico del dolore” (penso la traduzione italiana di smärtläkare sia “algologo”, ma non l’ho mai sentito prima di oggi), un kurator (figura a metà fra lo psicanalista e l’assistente sociale) e un fisioterapista, che cercheranno di indagare su tutte le cause (psicologiche e motorie) alla base del problema e studieranno un percorso riabilitativo. Il programma è previsto dalla regione Skåne per tutte le persone che abbiano dolori da più mesi, e può essere effettuato in qualunque struttura lo preveda (non necessariamente nel vårdcentral in cui sono registrato, quindi).
Nei due mesi mi dovrò presentare per tre volte alla settimana al centro di riabilitazione, allenarmi, seguire le indicazioni della fisioterapista e seguire anche dei meeting serali. Il costo di tutto ciò, sarebbe, in teoria, di 160 corone (19 euro) a sessione, ma, visto che ho già sforato il limite massimo di 1100 corone annuali (130 euro circa, la quota che la regione Skåne ha stabilito come massima per persona) sarà tutto gratuito.
Per me, questo sistema è, come dicevo, sorprendente: niente radiografie, niente cortisone, niente antidolorifici (che non sia il paracetamolo, lo standard qui in Svezia) niente ortopedico. Se sarà efficace è tutto da vedere, ma devo dire di essere ottimista.
La nota positiva è che, vista la particolarità del corso di riabilitazione, è che, alla fine del corso, mi verrano rimborsate (anche se, immagino, non al 100%), tutte le ore di assenza dal lavoro necessarie al corso, al tragitto da e verso il lavoro e ad eventuali interventi chiropratici nel periodo: la cosa non è banale, dato che, per me, i permessi sono non retribuiti, e le decurtazioni sullo stipendio saranno pesanti.
Il corso inizierà il 22 aprile: ho quindi tempo per sopportare, usare antidolorifici (in occasione dell’ultimo viaggio in Italia mi sono portato dell’OKI, ma lo devo utilizzare con moderazione perché in passato mi ha dato dei leggeri problemi) e prepararmi mentalmente. 😀

In tutto ciò vi risparmio il discorso sui problemi di stomaco che ho avuto negli ultimi sei mesi (sì, a neanche 39 anni sono ufficialmente un rottame!), e che mi hanno causato non pochi fastidi: per ora sembrano in via di risoluzione, quindi vi scampate tutta la storia… 😉

In coda

Da un articolo del Corriere della Sera.

Il numeretto, quel triangolino di carta con su scritta una cifra preceduta da una lettera, ormai siamo costretti a staccarlo ovunque, anche al banco più sperduto del mercato o nel panificio di periferia. Ha un nome che la dice lunga: il tagliacode.
Chi va in giro per l’Europa, sa che quegli aggeggi esistono solo da noi. Difficile vederne, soprattutto nel Nord Europa. Insomma, noi italiani abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci metta in riga. Da soli non ne siamo capaci. Siamo geneticamente incompatibili alle code.

Eh no, caro Roberto Ferrucci: la premessa è una corbelleria bella e buona.
Il “numeretto” qui in Svezia lo usiamo, e tanto: dal banco rosticceria del supermercato alla farmacia, passando per quei Systembolaget che non hanno il selfservice, molte konditori, il pronto soccorso e tanti altri posti ancora.

Poi è verissimo: gli Italiani sono incapaci di stare in fila. Nel Bel Paese, il concetto di “coda” è stato sostituito con quello di “bolla”, e la cosa è davvero irritante per ognuno di noi quando torna nel proprio paese: soprattutto in certi contesti non è bello ritrovarsi addosso persone da ogni lato.
Questo non è però un buon motivo per fare disinformazione costruendo un articolo a partire da una premessa falsa.

Consoliamoci con il meraviglioso video del grande Bruno Bozzetto che ci racconta delle differenze fra Italiani e resto d’Europa! 😀

Cervicale

Mia moglie soffre di cervicale.
Ok, non sono un medico e, ovviamente, potrei prendere un’enorme cantonata, però ha tutti i sintomi (mal di testa, stordimento, perdita di equilibrio, dolore cervicale) di un qualcosa che potrebbe far pensare alla cervicale. Qualunque medico italiano sospetterebbe, quantomeno, il problema e valuterebbe la possibilità di far fare una radiografia al collo.
Mia moglie non ha mai sentito parlare della cervicale, non sa cosa sia e come lei il 99% della popolazione svedese e del Nord Europa.
Il medico che l’ha visitata venerdì, dopo un piccolo spavento, le ha prescritto delle analisi del sangue per valutare la presenza di un’infezione e non ha mai menzionato neanche per sbaglio l’equivalente svedese dei termini “vertigini da cervicale” o “artrosi cervicale””. Ha, anzi, detto: “se le analisi non evidenziano un’infezione, probabilmente è solo stress ma, se proprio non sei convinta, qui abbiamo anche un otorino”.

Noi italiani, siamo generalmente visti all’estero come un popolo di schizzati ipocondriaci che hanno malattie che conoscono solo loro: questo (peraltro divertentissimo) articolo della BBC ne è un perfetto esempio. Basta cercare un po’ su google per rendersene conto: colpo d’aria e congestione sono esempi leggendari.
Helena non aveva mai sentito parlare neanche di questi due problemi, né della colite o della “stanchezza di primavera”; resta sconvolta ogni volta che, ad un piccolo sintomo, le dico “probabilmente è Xxx, mi sa che dovresti prendere Yyyy”; non ha mai preso una limonata calda per problemi di stomaco (probabilmente perché in pochi avevano visto un limone fino a qualche decina d’anni fa: manca, quindi, questo tipo di saggezza popolare); in pochissime occasioni ha visto di persona delle proprie radiografie, né, tantomeno, ne ha mai portate a casa (mia mamma ha ancora tutte le lastre dei miei problemi di schiena e ginocchio dagli anni ’90 ad oggi).
Noi italiani, forse per via della nostra capacità di arrangiarci, siamo più propensi all’automedicazione: abbiamo sempre la scorta di medicinali in casa, ci facciamo fare le iniezioni in famiglia o da conoscenti, siamo maestri dell’autodiagnosi (giusta o sbagliata non importa) e andiamo dal medico già convinti di sapere cosa può essere.
E soffriamo di cervicale.
La cosa strana è che cercando in rete, ad esempio, cervical vertigo le informazioni in inglese al riguardo non mancano, quindi non può essere certo un’invenzione tutta nostra. Eppure la “cervicale” sembra essere un problema comune solo da noi.

Però anche qui hanno le loro malattie: ogni svedese ha gli incubi pensando alla vinterkräksjuka, la malattia invernale del vomito. Chiaramente è qualcosa che c’è anche dalle nostre parti, un virus responsabile di molte gastroenteriti, ma, a quello che senti dire, pare che qui assuma dimensioni epocali. Ogni Svedese sa infatti che i bambini, d’inverno, saranno automaticamente contagiati a scuola, portando a casa la malattia e infettando tutta la famiglia, con il risultato di far passare a tutti parecchi giorni chini sulla tazza del water. La cosa sarebbe un fatto accettato e puntuale, ormai da parecchi decenni a questa parte: non so se le cose siano cambiate negli ultimi anni, ma, personalmente, non ricordo di averne mai sofferto, non in questa maniera, da bambino. E voi?