Sognando di bere Ramlösa

A volte bisogna raccontare storie che possono sembrare più grandi di noi. Cosa pensate che vi ritroverete a sognare di fare il giorno in cui sarete debilitati sia fisicamente che psicologicamente ad un livello che non avreste mai ritenuto possibile?

Ecco, in questi giorni ho scoperto che il mio sogno, martellante per ogni instante, è di potere bere una grande fresca bottiglia di Ramlösa, la deliziosa acqua frizzante oligominerale che negli ultimi anni ha accompagnato molti miei pasti (e non solo).

(diritti dei rispettivi proprietari)

E sia chiaro che non sono qui a fare un post marchetta: avrebbe potuto essere la Fanta Lemon Zero o una delle tante birre artigianali svedesi che adoro e che non posso più bere, ma la mia psiche ha deciso che debba essere Ramlösa, e quindi Ramlösa sia.

Questa è una storia che inizia martedì 21 luglio, pochi giorni prima di quello che doveva essere il nostro viaggio verso l’amato borgo di Pioraco, nelle Marche. Da qualche settimana ero infastidito da un dente infiammato e finalmente, quel 21 luglio, mi ero deciso di andare dalla dentista a sistemarlo. Pensavo ad un ascesso, o a qualche conseguenza di un dente del giudizio.

Non era un ascesso.

La dentista si limita a guardarmi in bocca e dire: “qui non posso toccare niente, serve una biopsia”, e ovviamente potrete immaginare le sensazioni di fronte a queste parole.

Siamo a fine luglio, periodo in cui tutto in Svezia è chiuso, e anche l’accesso alla pratiche sanitarie è rallentato. La dentista mi dice che manderà una remiss ultraurgente all’ospedale, ma che ci potrà volere un paio di giorni in più rispetto al solito, per via del personale ridotto.

Appena arrivato a casa, dopo l’abbraccio rituale con Helena (che informo subito della shoccante notizia) attivo anche l’assicurazione privata fornitami da Qlik, che in teoria dovrebbe essere più veloce: mi fanno incontrare un medico il giorno dopo, che a sua volta manda un remiss. Beh, la via senza assicurazione è più celere, e il 28 luglio ho un appuntamento con un dentista dell’Ospedale Universitario Karolinska.

Il Karolinska è l’ospedale principale di Stoccolma e il secondo più grande di Svezia: qualche anno fa è stato in buona traslocato in un nuovo grande spettacolare complesso moderno, con costi stratosferici esplosi ben oltre le cifre inizialmente previste. Ovviamente le polemiche non sono mancate, ma, onestamente, ne è valsa la pena: la struttura è davvero accogliente e, prima di andare in reparto, non sembra neppure di essere entrati in un ospedale. Per questioni di privacy, non posso pubblicare foto dello spettacolare salone principale, ma potete trovare diverse gallerie autorizzate online.

Bene… il 28 luglio incontro questo dentista, che mi preleva due frammenti di tessuto per delle biopsie. Sul posto mi fanno anche delle radiografie per determinare l’impatto sulla mandibola. A quel punto, bisognerà solo aspettare il risultato delle biopsie.

E il risultato arriva, il 4 agosto. Il dentista mi chiama per informarmi che è tutto a posto, che è solo un infiammazione, e mi fissa un appuntamento per rimuovere i denti coinvolti. Urrà!

Urrà?

Sembra davvero tutto troppo bello, e infatti lo è. Ora… non so dire se il dentista si fosse dimenticato di avere preso due campioni, o se effettivamente è arrivato un risultato più approfondito, fatto sta che la sera dopo, mentre siamo fuori a festeggiare e decidere cosa fare delle nostre vacanze, arriva una seconda chiamata. E con questa il gelo vero: è un carcinoma spinocellulare. La grande C, quella malattia che speri sempre sia più lontana possibile da te.

Dopo la spiacevole situazione con il dentista, la macchina del Karolinska si mette in moto molto velocemente. Il 10 agosto incontro il primario di otorinolaringoiatra, Björn, che mi spiega la situazione: sarà un’operazione lunga e complessa. Dato che l’osso della mandibola è intaccato, me ne dovranno rimuovere una buona parte. Verrà sostituita da una parte di perone, un osso che, a quanto pare, è fondamentalmente una ridondanza del corpo umano: si può tranquillamente camminare senza. Assieme all’osso mi estrarranno dalla gamba la parte di tessuto circostante per impiantarla in bocca (lembo). Mi sento subito come l’uomo da sei centesimi di euro: ”lo possiamo ricostruire, abbiamo la tecnologia…”

Per rendere tutto ancora più simpatico, nelle prime settimane, al fine di evitare rischi da gonfiori, respirerò attraverso un buco nella trachea ed una cannula, mentre l’alimentazione avverrà tramite sondino nel naso. Una volta terminata questa fase, sarò mandato a casa, e quando l’impianto con lembo sarà guarito, arriveranno sei settimane di radioterapia.

La cosa più importante, però, sono le parole di Björn: ”Ovviamente non lo posso garantire, ma ritengo che sia totalmente curabile”.

Dopo una prima TAC, che non riscontra la presenza di metastasi, mi viene assegnato anche un oncologo, Einar, che mi seguirà nella fase immediatamente precedente all’operazione e poi, nel periodo a seguire. Mi vengono anche assegnate delle infermiere di contatto, sia pare la parte di otorinolaringoiatria che per quella oncologica. Per qualunque dubbio o problema, posso chiamare loro.

Una delle cose che funzionano molto bene è il sistema digitale di comunicazione: viene fatto tutto tramite un app che si chiama Alltid Öppet (”sempre aperto”) tramite la quale mi arrivano tutte le convocazioni per esami ed appuntamenti.

Dopo una discussione e una conferenza che vedono coinvolti anche un chirurgo plastico e un chirurgo maxillofacciale decidiamo assieme il piano di come procedere. Sì, assieme, perché la scelta è mia: posso farmi operare subito, o fare precedere l’operazione da due sessioni di immunoterapia, per fare sì che il sistema immunitario cominci a combattere il cancro. Mi viene detto che questa soluzione offre statisticamente risultati migliori, quindi… fidiamoci delle statistiche! Il 20 agosto, a 15 giorni esatti dalla diagnosi, inizio la terapia. La seconda sessione si terrà dopo tre settimane, il 10 settembre. In questa occasione conoscerò Roberto, simpatico infermiere di Pescara che sarà anche la persona che mi inserirà il catetere PICC il giorno prima dell’operazione.

Ora, l’immunoterapia ha effetti collaterali noti, come infiammare ulteriormente la zona del tumore. Negli ultimi giorni mi ritrovo con la faccia gonfia e sono costretto a cibarmi solo di zuppe. Chissà quando potrò tornare a mangiare cibo normale.

Dopo un ulteriore incontro con il primario e con una giovane anestesista, il 21 settembre è il fatidico giorno in cui entro in quella che sarà la mia casa per i giorni a venire: decimo piano (ma i primi due sono sotterranei), stanza numero 11, con televisione e bagno in camera. Ho visto stanze d’albergo peggiori.

La sera doccia, ripetuta la mattina dopo. È il 22 settembre, ed è l’ora dell’operazione.

Il mio letto viene trasferito attraverso i differenti corridoi aerei del Karolinska, cosa che mi fa apprezzare ancora di più il modo interconnesso in cui l’ospedale è stato costruito.

Arrivato alla soglia della sala operatoria incontro nuovamente la giovane anestesista: sarà lei a condurmi nel mondo di Morfeo. Mi chiede se ho del metallo da qualche parte nel corpo, e la risposta sarebbe troppo complicata. Iron Maiden e Judas Priest non si offenderanno, quindi dico no. La sala è qualcosa di incredibile: spaziosa, avveniristica, con grandi luci. Mi sembra quasi di essere su un set di Star Tr…

È buio. Sento delle voci. Qualcuno chiama il mio nome. Attorno a me sento rumori, macchinari che bippano, strani jingles, il suono di un ecodoppler.

È di nuovo buio. Una persona mi dice che c’è Helena al telefono che mi vuole salutare. Sento la sua voce, mi riempie di gioia, sorrido.

Sono nel reparto post operatorio, ed è qui che cominciano le visioni. Visioni di Ramlösa. Perché la sete è di gran lunga la parte peggiore del tutto. Non sento male, perché qui c’è una forte cultura della terapia del dolore: ti imbottiscono di antidolorifici per assicurarti che tu non senta nulla. Ma la sete è terrificante. Quello che possono fare è inumidire denti e gengive con dei bastoncini spugnosi impregnati di Vichyvatten.

Quest’ultima non è l’acqua termale proveniente dalla nota (o famigerata) cittadina francese, ma è acqua gasata arricchita di bicarbonato, prodotta a sua imitazione in Svezia sin dalla fine dell’800. La si preferisce all’acqua normale perché riduce il rischio di candida e altre infezioni di funghi. Ovviamente è quasi inevitabile che quantità minime di quest’acqua vengano inghiottite nell’operazione, a fornire un inevitabile sollievo. Ricorderò la Vichyvatten come una cara amica ed alleata… ma non è lei che sogno in ogni momento. L’ossessione diventa appunto la Ramlösa, l’acqua gasata proveniente dal suggestivo sobborgo di Elsimburgo, che comincio a sognare in qualunque momento, di veglia e sonno. Non chiedetemi perché: è una fase di allucinazioni, quando chiudo gli occhi mi immagino che ci siano persone tutte attorno a me, a controllare quei dispositivi che bippano come sulla plancia dell’Enterprise. Appena li riapro, mi rendo conto che sono solo. E voglioso di Ramlösa. Tanta fresca, goduriosa Ramlösa.

In questa fase comincio anche ad apprezzare l’umanità di alcune delle persone che mi circondano. Come Sirin, l’undersköterska di Bangkok che mi accudisce come una mamma nelle due notti passate nel reparto post-op. Persona incredibile per dedizione.

Dopo due notti in cui vengo controllato e monitorato ad ogni ora, vengo rimandato al reparto, alla mia stanza numero 11. E la tortura dell’essere tracheostomizzato continua: niente acqua e cibo, solo tutto via sondino… cosa che peraltro è massacrante. Nelle due ore e mezzo in cui mi viene fornito ogni pasto (tre volte al giorno), divento stanchissimo, spossato. Forse anche per questo sono una persona che divora i suoi pasti in pochi minuti: non sono fatto per la lunga distanza.

In questa fase apprezzo l’organizzazione dell’ospedale: ad ogni turno ti vengono assegnati una sjuksköterska (infermiera) e un’undersköterska (equivalente dell’OSS italiana), con compiti al 90% sovrapponibili. L’infermiera é pero formalmente responsabile, mentre la USK ha certi incarichi in delega. La cosa interessante è che spesso la USK ha più esperienza del suo “capo”, che magari ha 20 anni di meno, e in questo caso è interessante studiare le dinamiche. Diverse USK sono in realtà infermiere provenienti da paesi asiatici, che aspettano di vedersi riconoscere la qualifica professionale in Svezia. Ma in generale non c’è snobismo, anche le infermiere non mancano di fare tutto quello che è necessario quando è il loro momento. In qualunque momento posso premere il pulsante rosso che ho a fianco del letto e qualcuno viene ad aiutarmi, anche per le cose più banali.

Anche qui mi ritrovo con un’umanità diversa: da persone semplicemente gentili e professionali a chi ha fatto davvero del suo lavoro una missione. “Mamme” che ti fanno sentire qualcosa di più che un sacco di carne e pus. In generale, a parte una persona particolarmente imbranata, non mi posso lamentare di nessuno, e ci sono diverse persone che mi porterò nel cuore: Fariba e Masi dall’Iran, Noor dal Pakistan, Rasitha dall’India, Yorda dall’Etiopia, Crina dalla Romania, Fatima da non so dove, Mark svedese di origine sudamericana, il simpatico Lars da Malmberget, Ioanna da chissà dove, Irina dall’Ucraina, Magdalena dalla Polonia, Aikaterini e Andriana dalla Grecia, le svedesi Tora, Moa, Sara, e diverse altre persone di cui non sono riuscito a segnarmi il nome. Quasi tutte donne, motivo per cui mi utilizzo i termini al femminile, ma anche qualche maschio, perché è giusto così.

Venerdì 9 ottobre sono stato finalmente detracheostomizzato, in ritardo rispetto ai piani iniziali per complicazioni dovute all’apnea del sonno, e ho potuto iniziare a mangiare cibo (per quanto in forma semisolida) e bere l’acqua. Presto ritornerò a casa.

E la Ramlösa? Per evitare di stressare il lembo aspetterò ancora qualche giorno. E poi sarà festa, anche se la convalescenza sarà ancora molto lunga, con mezza faccia gonfia come un melone e la radio da venire. Ma ne usciremo.

Hej då, Skåne! (ritorno a Stoccolma)

Sono passati oltre 13 anni da quando questioni di lavoro mie ci portarono al trasferimento in Skåne. Sono stati tredici anni intensi, non privi di difficoltà, ma che ci hanno regalato la nascita della nostra splendida Aurora, grandi emozioni e anche una crescita professionale importante in questo paese.

Ora, invece, situazioni familiari ci “costringono” a fare un passo indietro e tornare alle origini (le mie di Italiano in Svezia e quelle di Helena come svedese purosangue): abbiamo mollato quell’Österlen in cui vivevamo da oltre tre anni, e siamo tornati nei dintorni di Stoccolma. Era una decisione che avevamo preso oltre un anno fa, ma che purtroppo è stata rimandata per una grande causa di forza maggiore: l’impossibilità di vendere la nostra casa a Smedstorp. Da qualche tempo a questa parte, infatti, il mercato immobiliare è completamente fermo, danneggiato dall’inflazione che ha colpito il paese (complicata dalla svalutazione della corona) e dalla crescita dei tassi d’interesse.
Mentre un tempo vendere casa era un’operazione quasi indolore, con aste al rialzo, e tempi velocissimi, oggi i tempi sono lunghissimi, con abitazioni che restano sul mercato anche per un paio d’anni, e prezzi decisamente sotto le aspettative che in genere si risolvono con offerte al ribasso: è un ottimo mercato per chi compra, ma chi vende resta spesso bloccato. Che è esattamente quello che è successo a noi.

Dopo averci provato a lungo, ed essendo diventata la situazione non più rimandabile, abbiamo dovuto optare per una soluzione di ripiego: abbiamo affittato un appartamento a Vaxholm, una cittadina dell’area della Grande Stoccolma a circa 40 minuti di macchina dalla capitale (un’ora con i mezzi, che possono essere l’autobus o il battello). È un affitto di seconda mano, per ora senza una data di termine, ma per forza di cose non potrà essere a lungo termine.
Vaxholm è una suggestiva meta turistica, ma è anche una città viva tutto l’anno, con negozi, supermercati, scuole e persino un piccolo cinema sotto casa… una bella differenza rispetto a ciò cui ci eravamo abituati negli ultimi anni.
Aurora inizierà la scuola qui lunedì, mentre Qlik (grazie!) mi ha permesso di lavorare in una situazione ibrida andando a volte nell’ufficio di Stoccolma (nonostante non ci sia nessuno del mio dipartimento) e occasionalmente in quello di Lund. Helena, invece, proverà a trovare un lavoro da queste parti, a Vaxholm stessa o nella capitale.

Uno scorcio di Vaxholm
Il cinema sotto casa

Nel frattempo stiamo cercando di affittare a qualcuno la casa di Smedstorp, cosa non facile contando che non siamo lì a poterla mostrare: inoltre, a differenza che per gli appartamenti, non è facilissimo dare in affitto una villa per un periodo di tempo limitato (il piano, per ora, è sempre di vendere una volta che il mercato si sarà ripreso). Quindi, ora siamo nella non troppo piacevole situazione di dovere pagare mutuo e affitto, cosa che ovviamente non è esattamente sostenibile sul lungo termine. In qualche modo, ce la faremo…

Interessa?

La vita in Österlen
Ma come è stata, quindi, la vita a Smedstorp? Sicuramente diversa da come ce la saremmo aspettata quando ci siamo trasferiti nel 2021. Allora, in piena pandemia, ci era sembrata un’ottima idea andare a stare in una villa in campagna, con le mucche, i cavalli e la natura letteralmente a due passi, pur restando comunque in un villaggio servito dal treno e con la scuola a poche centinaia di metri. Col senno di poi, avremmo fatto un’altra scelta. Innanzitutto, ci siamo resi conto in fretta che in Österlen mancano molte delle comodità a cui eravamo abituati, a partire dal fatto che era necessario prendere la macchina molto più spesso del previsto, spesso per dovere andare a Malmö o Kristianstad, entrambe ad un’ora di distanza. E vi posso assicurare che fra l’essere ad un’ora da Malmö ed essere ad un’ora da Stoccolma c’è una differenza enorme. Il trasferimento, inoltre, ci aveva allontanato definitivamente da Copenaghen, che prima della pandemia era il nostro punto di riferimento in termini di “vera grande città”. Sia chiaro: negli ultimi anni non avremmo comunque potuto andare nella capitale danese troppo spesso in ogni caso anche se fossimo rimasti a Malmö, viste l’inflazione e la svalutazione della corona svedese rispetto a quella danese (quest’ultima, un “euro in incognito”) nel post-pandemia. Però era comunque una possibilità.


Nelle campagne dell’Österlen, inoltre, si è amplificata all’ennesima potenza una delle caratteristiche negative della società svedese: l’impossibilità quasi totale di fare nuovi amici. Se già è complicato nelle città, dove comunque hai la possibilità di incontrare quotidianamente gente… potete immaginare in un paesino senza centri di aggregazione (no, non c’è neppure il bar dei paesini italiani) e senza situazioni sociali importanti.
Ma il vero motivo che ci ha impedito di goderci la vita in un posto che comunque aveva tanto di idilliaco, e sicuramente tanti aspetti positivi, è stata una questione familiare: la lunga malattia dell’unica persona a noi veramente cara, appena al di fuori del nostro nucleo familiare più stretto. È stata una cupa nube sulla nostra esperienza a Smedstorp, e una volta rimasti completamente soli ci è stato chiaro che non potevamo più stare lì, considerando anche che al tempo stesso è emersa un’altra situazione familiare seria a Stoccolma che rendeva necessaria la nostra presenza frequente qui.
L’Österlen è un posto davvero meraviglioso, con cittadine e borghi splendidi. Però ci siamo resi conto che non fa per noi.

Ora il nostro futuro è nei dintorni di Stoccolma: dove abiteremo esattamente fra un paio d’anni è difficile da dire, ma è altrettanto difficile pensare che non sarà da queste parti, dove Helena ha vecchi amici e familiari, e dove ci sentiamo di appartenere..
E lasciatemelo dire: mi sono trasferito in Svezia per amore di Stoccolma, prima ancora di incontrare mia moglie, e, per me, tornare qui è anche una questione di cuore.

Stockholm i mitt hjärta!

Un mondo all’incontrario

Uno degli svantaggi del vivere in campagna è che spesso hai a che fare con persone dalla non troppo ampia apertura mentale e comprensione di ciò che sta succedendo nel mondo. Quello che però non ti aspetti è a che a presentarsi in questa maniera siano le persone che lavorano nel sistema educativo.
Ora, cominciamo con una premessa: l’inizio scolastico di Aurora non è stato dei più fortunati. Proprio in coincidenza dell’apertura dell’anno didattico, mio padre si è malato gravemente, ed è poi venuto a mancare. Quindi, fra viaggio in Italia, quarantena che ci siamo imposti (perché moglie e figlia si sono prese un forte raffreddore al rientro) ed altro ancora, Aurora ha effettivamente perso dei giorni di scuola all’inizio. Ma ha comunque recuperato in fretta (qui si procede molto lentamente, e lei sa già leggere bene), e a scuola va sempre volentieri.
Alla direzione e al personale scolastico, però, questo inizio non è andato bene, e soprattutto non va bene una cosa: Aurora è l’unica bambina a scuola a preoccuparsi di 1) indossare la mascherina 2) cercare di mantenere le distanze. E sia chiaro che non la costringiamo noi: lei è ben felice di portare la mascherina e ci tiene a non avere altri bambini incollati a lei.
All’inizio dell’anno scolastico, ancora, qualcosa per provare ad arginare la pandemia si faceva. La ginnastica si faceva all’aperto, non si faceva la doccia a scuola, le classi pranzavano separate. A nostro avviso era troppo poco, ma comunque meglio che niente. Da metà settembre, nulla di tutto ciò. Ginnastica al chiuso, Aurora obbligata condividere la doccia con un’altra bambina (!), banchi raggruppati ad isola, alunni incoraggiati a suonare a turno lo stesso strumento a fiato (!!), a massaggiarsi (!!!) Insomma: secondo la nostra scuola (che sicuramente seguirà alte direttive), la pandemia non esiste.
Il vero problema, per loro, è la mascherina. Più volte è stata invitata a togliersela dal personale docente (indecente?) perché “non ti sentiamo bene”, “ma perché la porti?”, “se fai la doccia la devi togliere”. Lei, giustamente, si rifiuta.
Poi sia chiaro, ci sono state altre assenze occasionali. Se Aurora un giorno è fortemente raffreddata o ha la temperatura alta, quel giorno non la mandiamo a scuola, in giornata la testiamo (abbiamo comprato i test rapidi salivari, che facciamo a casa) e se tutto è a posto la mandiamo il giorno dopo. Cerchiamo di avere un approccio responsabile.
Ora, da oltre una settimana Aurora ha una febbriciattola che si trascina: nulla di serio (speriamo!) ma stiamo indagando con il vårdcentral per capire cosa sia esattamente, visto che non è la prima volta che succede. La diagnosi sta prendendo più tempo del previsto perché all’inizio non eravamo sicuri che la febbre fosse una conseguenza del vaccino anti-influenzale e poi perché l’ambulatorio non ha accettato (giustamente!) il risultato del test rapido e, prima di visitarla, ha voluto il risultato di un tampone molecolare.
Bene: approfittando di questa assenza, la preside della scuola ha deciso di segnalarci ai servizi sociali. Per le assenze? Anche, ma soprattutto perché “costringiamo la bambina ad indossare una maschera a scuola”. Oggi abbiamo chiamato la responsabile dei servizi sociali per fissare un appuntamento, ma ci ha chiesto subito “ma che maschera è?” E quando le abbiamo spiegato che è una mascherina per evitare il Covid-19 si è messa a ridere, ha risposto “ma io vi capisco!” e ci ha detto che rispedirà la segnalazione al mittente. Qualcuno con cervello, in un mondo all’incontrario, c’è.

Vovve, Volvo, Villa

Si dice che il sogno di ogni famiglia svedese sia di possedere le “tre V”: vovve (cane, nella parlata dei bambini), Volvo (l’auto, ovviamente), villa (la casa indipendente). Noi abbiamo un gatto, una Dacia e una Ford, ma abbiamo appena messo una spunta sulla terza casella.

Ci siamo trasferiti a Smedstorp, comune di Tomelilla, nell’Österlen, a poco più di un’ora da Malmö. Ne parleremo più avanti!

Qual è il posto più noioso in cui abbiate mai guidato?

Per me, ve lo dico subito, quel posto è l’autostrada E4 lungo lo Småland, la provincia storica che sta subito a nord dello Skåne e che è la patria dell’IKEA.

Un’area dove crescono solo conifere, per boschi su boschi che ti fanno affogare nella noia più totale. Se già a salire verso Stoccolma il tratto è davvero pesante, a discendere verso casa la sera è semplicemente un tragitto infinito: da Jönköping ad Örkelljunga (ma poi bisogna aggiungere anche un prolungamento ulteriore in Skåne) sono quasi 200 chilometri dove l’unico brivido può venire da un cantiere stradale o dal breve tratto in cui l’autostrada diventa una statale. Anche lì resta tutto uguale dato che cambiano solo i limiti di velocità, e ci sono passaggi ad una sola corsia.
Il panorama. Non. Cambia.

La verità è una sola: in Småland i chilometri sono più lunghi. Enoncelodicono!

L’Estate

Mentre leggo che da altre parti d’Europa ci si lamenta per il tempo, qui nel Sud della Svezia ci stiamo godendo, da inizio maggio a ora, una delle estati* più belle di sempre.

Giornate calde (ma mai torride), tanto sole e tante ore di luce e una meravigliosa sensazione di pace.
Esserci trasferiti in campagna a Lackalänga è la cosa migliore che potessimo fare: Aurora passa tanto tempo nella piscinetta gonfiabile o a giocare nel prato di fronte a casa e non c’è un solo momento in cui rimpiangiamo l’essere andati via da Malmö!

Finirà, e anche presto probabilmente, ma quest’anno il tempo sta andando davvero oltre ogni aspettativa!

Questa mattina a colazione

Ieri sera dopo cena

Un’ordinaria sera di relax

La nostra veranda dopo il tramonto


* Sì, estati. Perché qui in Svezia l’estate non è definita in base a date fisse, ma sul calcolo delle temperature medie giornaliere. E da inizio maggio, siamo ufficialmente nell’estate meteorologica.

Hej då, Malmö!

Una camicia (almeno all’apparenza) insanguinata abbandonata fuori dal portone di casa a Kirseberg.

Lo avevamo deciso da tempo: a meno di vivere in uno dei quartieri davvero bene, Malmö non è una città in cui crescere bambini. Troppa violenza, troppe sparatorie, troppi accoltellamenti, troppi episodi anche di piccole dimensioni ma che comunque contribuiscono a rendere la città sempre meno vivibile.

Certo, la gente “normale” raramente viene colpita dai delitti più seri, e, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di questioni interne alle gang, ma la sensazione di mancanza di sicurezza cresce ad ogni giorno di più, ad ogni nuovo episodio piccolo e grande. Tutto questo mentre la Polizia (e con lei lo Stato) sembra essere sempre più impotente, e limitarsi a piccole operazioni di facciata che non risolvono certo il problema alla radice.

ref=”https://unitalianoinsvezia.com/wp-content/uploads/2017/10/img_1043.jpg”> Alba su Lackalänga[/ca
Per questo, prima dell’estate, abbiamo iniziato a cercare un posto in affitto in campagna per provare come si vivesse e, per fortuna, siamo riusciti a trovarlo quasi subito.
Passati i tempi tecnici, lo scorso fine settimana ci siamo trasferiti in una meravigliosa moderna radhus (casa a schiera) a Lackalänga, piccolo villaggio da idillio alle porte di Furulund, cittadina inclusa nel comune di Kävlinge.
E stiamo alla grande, con la pace, la tranquillità e un ambiente decisamente più salutare.
Solo il tempo ce ne darà conferma, ma al momento sembra davvero improbabile che ci possiamo pentire della scelta.

È difficile trovare cannoli in Svezia…

…ma ad Elsimburgo mi sono imbattuto nella Pasticceria Cucco, l’unica konditori italiana di cui sia a conoscenza. Ottimi cannoli, appunto, eccellente caffè e tante altre paste invitanti. Perché, per quanto le adori, non si può vivere di sole fika svedese e prinsesstårta.

E bisogna dire che il bolognese David e sua moglie Nadia sono davvero persone squisiste e cordiali!

Ramlösa Hälsobrunn

A volte ti capita di finire in un posto quasi per caso, e di rimanerne meravigliosamente affascinato. Mercoledì sera ci siamo ritrovati a passeggiare velocemente per il Brunnpark di Ramlösa, un luogo meraviglioso che sembra essere rimasto fermo nel tempo.
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Ramlösa era una località che oggi è diventata un suggestivo sobborgo di Elsimburgo (Scania), e che è piuttosto famosa nel mondo per l’omonima marca di acqua minerale. Acqua minerale che nasce proprio in questo parco dalla storia particolare: intorno al 1677, mentre la Svezia era impegnata in guerra con la Danimarca, ci si rese conto che i soldati che si dissetavano a Ramlösa si rimettevano in forze riprendendosi da alcuni malanni. In un bosco della località, ad inizio ‘700 fu scoperta, in particolare, una sorgente di acqua ferrosa capace di ottime doti curative, cosa che diede il via a quello che fu un “centro benessere” frequentato da persone di tutto il regno. La fonte fu inaugurata nel 1707 e, pian piano, nuove strutture cominciarono a sorgerle intorno per aiutare e ospitare il crescente numero di pazienti e turisti desiderosi di benessere: persone di tutte le classi sociali si incontravano nel Parco durante i periodi di cura con l’acqua salutare. Ad inizio ‘800 il parco era un gran luogo di villeggiatura e festeggiamenti. Nel 1807 si costruì il primo Grand Hotel, una struttura con grandi sale e venti stanze totali. In seguito ad un incendio, sarà rimpiazzato dalla versione attuale (uno degli edifici in legno più grandi di Svezia) nel 1880. Attorno cominciarono a fiorire splendide ville, un centro termale e anche un “lazzaretto”, finanziato dal Re nel 1835 per permettere anche ai più poveri di potere godere delle acque curative di Ramlösa.  A fine ‘800 alcuni lavori di escavazione portarono alla scoperta di una seconda fonte, questa volta di un’acqua con poco calcare, ricca di minerali e leggermente alcalina. Questa nuova acqua fu molto apprezzata, al punto che si decise di iniziare a imbottigliarla e commercializzarla. Nacque l’acqua minerale Ramlösa, diffusa in tutto il mondo e oggi una parte importante del colosso Carlsberg. Il parco continuò la sua vita, ma dopo l’apice di fine ‘800 e inizio ‘900 (periodo nel quale si installarono brevemente anche delle attrazioni da parco divertimenti), arrivò l’inesorabile declino. Ad Elsimburgo fu costruito un Parco Popolare più adatto ad ospitare la voglia di sfogo dei locali, l’inesorabile accorciamento delle distanze globali portò i turisti a preferire destinazioni più esotiche, mentre le condizioni dei malati furono risolte da scienza e medicina meglio di quanto potesse fare la miracolosa acqua di Ramlösa. Durante la Seconda Guerra Mondiale il Parco fu utilizzato per ospitare 13000 rifugiati, operazione ripetuta a seguito della rivoluzione ungherese del 1956.  Dopo la guerra, mentre si impennava la vendita di acqua minerale, l’area perdette sempre più importanza, rischiando di cadere nelle mani di speculatori che progettavano di abbattere il Grand Hotel per costruire un centro commerciale attorniato da campi sportivi. Per fortuna prevalsero le proteste e il buon senso. Dichiarato come monumento protetto nel 1973, l’intero parco è stato quindi salvato e restituito alla collettività. Certo, il Grand Hotel è oggi sede di uffici e di un centro di riabilitazione, il centro termale è un condominio, le grandi feste e i balli sontuosi non esistono più, ma tutto è ancora bello come un tempo e le splendide ville in legno ottocentesche (di proprietà di privati, ma comunque protette) sono una gioia per gli occhi che ci portano indietro nei tempi. E mi dispiace tanto che non ci sia una Dear Miss Fletcher trapiantata in Svezia che possa immaginare e raccontare le vite delle persone che sono passate per quei prati e per quei viali sterrati!

Il parco oggi…

E ieri…

Kivik, Österlen

L’Österlen, la parte sud est della Scania, è una delle zone turistiche più suggestive e amate di Svezia, grazie al suo clima temperato, al mare, ai frutteti, ai paesaggi suggestivi e ai piccoli borghi idillici che sanno di serenità.
Fra questi, spicca sicuramente Kivik, una frazione di Simrishamn che, nel tempo, è diventata la “capitale” svedese della coltivazione delle mele, oltre che una suggestiva e pittoresca cittadina con nomi di vie speciali quali “Via del Pirata” o “Via del cucù-sette”.

L’abbiamo visitata una prima volta durante l’estate, e ne siamo rimasti affascinati al punto che – per almeno un giorno – abbiamo valutato seriamente l’ipotesi di prendervi casa, prima di arrenderci al fatto che la distanza dal mio posto di lavoro è davvero eccessiva.


Nei dintorni di Kivik c’è anche un monumento importante: la Tomba del Re (Kungagraven), una grande sepoltura risalente all’Età Nordica del Bronzo.

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Ma Kivik è anche e soprattutto sinonimo di mele e di succhi di mele (oltre alla Kiviksmusteri, una delle più grandi aziende produttrici di succhi di frutta, ci sono tanti laboratori artigianali che producono le loro varianti), ed ecco che, ad ogni fine di settembre, viene allestito un importante mercato visitato da tutta la Svezia.
A rendere il tutto più suggestivo, viene costruito ogni anno un gigantesco quadro fatto di diverse varietà di pomi, quadro che viene poi lasciato in prossimità del porticciolo a risplendere illuminato dalla luce del sole (che, la sera, tramonta alle spalle del mare), per un effetto davvero impressionante.
Quello di quest’anno era di 108 metri quadrati e per la sua creazione sono state utilizzate circa 35 mila mele di quattordici varietà differenti.
Per questioni di lavoro ci siamo persi la giornata del sabato, che è la più importante, e siamo arrivati giusto un paio d’ore prima della chiusura della domenica (cosa che ci ha permesso di risparmiare di pagare l’ingresso), ma ne è comunque valsa la pena: ci siamo goduti un giorno caldo e vissuti un’esperienza sicuramente speciale.

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Scoprire cose nuove

10352273_10202940590408347_997573685707094391_nIeri, per cercare di sfuggire alla torrida estate svedese, siamo andati a Skanör, gran bel posto di villeggiatura nel sud dello Skåne.
Mentre mi stavo incamminando lungo il lento declivio marino (temperatura dell’acqua: 23 gradi), mi sono ritrovato completamente circondato da meduse. Tornato a fatica sulla riva cercando di evitare ogni contatto, mi sono chiesto come facessero tutti gli altri a correre, nuotare e giocare a palla senza alcun problema in un mare pieno di meduse.
Ho chiesto e mi hanno risposto: quel tipo di meduse non brucia. Nella mia ignoranza, pensavo che tutte le meduse fossero pericolose, invece queste sono piuttosto comuni qui e non danno fastidio.
Fare il bagno alle sette di sera è stata una cosa meravigliosa: l’acqua era ancora calda ed era un vero piacere stare immersi. Adesso, però, spero sinceramente che le temperature si riabbassino! 😀

La spiaggia di Skanör (foto di questa primavera)
La spiaggia di Skanör (foto di questa primavera)
Il porto di Skanör (foto di questa primavera)
Il porto di Skanör (foto di questa primavera)

In compenso, fra le cose belle da segnalare, c’è il saluto al sole da parte di Malmö.
Da qualche anno a questa parte, nel mese di luglio, si tiene a Västra Hamnen una manifestazione chiamata Goodnight Sun: concerti acustici per accompagnare il tramonto, in una cornice davvero suggestiva.
Ecco alcuni momenti da una serata di quest’anno:
Goodnight Sun 2014 - concerto
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http://instagram.com/p/qzhEzgv3ek/
Goodnight Sun 2014

E un paio dall’anno scorso:
Goodnight Sun 2013
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Due sabati

Approfittando dell’estate svedese, abbiamo dedicato gli ultimi due sabati ad escursioni a basso costo in due apprezzate località turistiche scaniche, Mölle e Båstad.

Mölle

Mölle, sulle pendici del promontorio di Kullaberg, è un altro di quei piccoli borghi originariamente devoti alla pesca e poi evolutisi in apprezzato luogo di villeggiatura. Adorata dai tedeschi (a inizio ventesimo secolo c’erano addirittura treni diretti da Berlino), è una cittadina affascinante e suggestiva, la cui vista è dominata dallo spettacolare Grand Hotel. Nonostante una giornata nuvolosa, siamo riusciti a godercela grazie ad una temperatura piacevolissima.
Alle spalle di Mölle giace la riserva naturale di Kullaberg, che abbiamo esplorato velocemente nel tardo pomeriggio, scovando un luogo suggestivo come la mini spiaggia di Ransvik.

Ransvik
Ransvik pier

Sempre nei pressi di Mölle si trovano il castello di Krapperup e un caratteristico café di nome Flickorna Lundgren. Se il primo è il tipico castello svedese, le cui parti più interessanti sono il giardino e l’aia esterni, il secondo è un posto con un che di magico, che serve dolci davvero deliziosi.

Krapperup Castle
Flickorna Lundgren

In serata, ci siamo poi lanciati in una mini spedizione lampo nella vicina Ängelholm, ma lì, più che il bel centro, non abbiamo visto praticamente nulla.

Due giorni fa, invece, è stata la volta di Båstad. Nota agli appassionati sportivi per i Swedish Open di tennis, la cittadina offre sensazioni decisamente diverse rispetto al feeling caratteristico di Mölle: la parte vicino al porticciolo è dominata dalla spettacolare arena tennistica e da hotel e ristoranti moderni, mentre nella periferia si trovano ville lussuose con splendida vista mare. Sarà che vi siamo capitati, senza saperlo preventivamente, negli ultimi giorni della manifestazione, ma anche il tipo di turisti presenti ha dato sensazioni differenti: decisamente più in tiro e “stoccolmese” (inteso, in particolare, come stoccolmese di Stureplan, il quartiere posh della città) rispetto a quello visto in Mölle o Grebbestad.
A fare la differenza in Båstad è sicuramente la bella spiaggia: mai come sabato, in una giornata perfino troppo calda, ho rimpianto di non essermi portato dietro il costume da bagno!

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Come molte altre spiagge svedesi, anche quella di Båstad è dominata dalla Kallbadhuset, una costruzione posta in mezzo al mare in cui è possibile cambiarsi per poi immergersi direttamente in acque abbastanza profonde (il declivio, da queste parti, è generalmente piuttosto lento). Molte Kallbadhus includono anche una sauna, per coloro cui piace alternare le due sensazioni.
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Båstad in the evening
Anche il porticciolo di Båstad è particolarmente bello, pieno di locali, negozietti ed altro ancora. Certo, in qualche modo, però, sembra mancare quel feeling speciale che pervade posti più sinceramente caratteristici. Purtroppo, però, non abbiamo avuto il tempo di visitare i Giardini di Norrviken, che ci hanno detto essere splendidi, e probabilmente torneremo un giorno solo per questi.
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Una curiosità: tanto da Mölle/Kullaberg quanto da Båstad partono due strade note come Italienska Vägen (“La Strada Italiana”) per via del loro inerpicarsi su promontori a ridosso del mare. E, in particolare, quella di Kullaberg mi ha proprio dato, a tratti, l’impressione di trovarmi quasi in Liguria. Una sensazione quasi surreale!

Italienska Vägen con Mölle negli anni '50 Foto di pubblico dominio.
Italienska Vägen con Mölle negli anni ’50
Foto di pubblico dominio.

Il ponte

Per chi mi chiede cosa ci sia di bello da guardare sulla televisione svedese, segnalo una serie che mi ha folgorato di recente: una spettacolare coproduzione poliziesca svedo-danese intitolata Bron/Broen (“il ponte”).

Nonostante sia ambientata fra Malmö e Copenaghen, e quindi praticamente a casa mia, l’avevo inizialmente snobbata: mi era capitato di vedere uno spezzone di episodio a serie iniziata e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a qualcosa di terribilmente deprimente.
Nulla di più sbagliato! Riscoperta tramite Netflix, e vista dall’inizio, la serie ti cattura da subito con una tensione incredibile, una trama avvincente e grandi personaggi.

Bron

I protagonisti sono tre: una detective svedese fiscale ed asociale (si intuirà in fretta essere colpita dalla sindrome di Asperger), la sua controparte danese (un poliziotto amichevole e umano, ma chiaramente disastroso nella gestione della vita sentimentale) e, ovviamente, il gigantesco e silenzioso ponte di Öresund, che dà il titolo alla serie ed è teatro di molte scene cardine.
La prima stagione è davvero d’alta scuola: pochissimi effetti speciali, nessun imbellimento, suspence e colpi di scena determinanti.
La seconda ha un impatto iniziale minore (e, forse, qualche incongruenza) ma è comunque notevole nel crescendo.
In ogni caso, roba da tenerti inchiodato di fronte allo schermo!

La serie gioca talvolta sugli stereotipi delle differenze fra i rigidi svedesi e i libertini danesi, ma lo fa senza indulgervi, ed anche per questo è estremamente godibile, grazie anche all’ironia di certi dialoghi e situazioni.
In ogni caso, non aspettatevi solarità e lieto fine a tutti i costi.

L’unica cosa poco credibile di Bron è il parlato: non solo non c’è quasi traccia dello skånska, ma svedesi e danesi comunicano nella rispettiva lingua senza mai alcun problema di comprensione (salvo una scenetta nel primo episodio, messa lì per sbarazzarsi della questione).
D’altronde si è trattato praticamente di una scelta obbligata: le alternative sarebbero state di recitare in inglese (scelta fattibile ma poco “nazionale”) o moooooolto lentamente e con continue ripetizioni. Per fortuna ci sono i sottotitoli!

E, a proposito di sottotitoli, la serie è stata trasmessa dalla BBC con il titolo The Bridge, quindi si trova senza problemi con testo inglese.

Bron è talmente bella che gli americani ne hanno fatto un remake, chiamato anch’esso The Bridge e ambientato fra Texas e Messico: non l’ho visto e non ho, in tutta sincerità, troppe intenzioni di farlo; purtroppo sospetto che in Italia sia arrivato quello e non l’originale, ma forse è bene così: l’ottima interpretazione di Sofia Helin e Kim Bodnia risulterebbe probabilmente uccisa dal doppiaggio. Anche inglesi e francesi hanno fatto un remake di Bron, intitolato, con molta fantasia… (The) Tunnel.
Magari nel frattempo sarete fortunati al punto di avere un rifacimento italo-austriaco a titolo Broennero; personalmente, mi tocca aspettare fine 2015 per la terza stagione dell’originale!

Tutto il mondo è paese

Ieri sera il sud della Svezia è stato colpito da una dei più grandi uragani che si ricordino, la prosecuzione di quello che in Inghilterra è stato chiamato Saint Jude. Per questioni di santi sul calendario, che sono diversi, il nome assegnato localmente a questa tempesta di vento è stato Simone, ma il succo è stato lo stesso. Certo, dopo avere sfogato la propria potenza in Irlanda, Regno Unito, Olanda e Danimarca, la tempesta di vento ha sicuramente perso un po’ di forza al suo arrivo da queste parti, ma i disagi non sono mancati. Ci sono stati ingenti danni alle cose, ma pochi alle persone: la cosa è stata merito dell’organizzazione di sicurezza, che ha saputo gestire ottimamente l’emergenza.
L’autorità Trafikverket ha disposto la chiusura senza precedenti di tutto il traffico ferroviario, senza mezzi sostitutivi, già dal primo pomeriggio, costringendo di fatto molti pendolari al rientro anticipato. Gli asili sono stati chiusi, e molte aziende (ma non la mia, ovviamente) hanno autorizzato i dipendenti a rientrare a casa prima dell’arrivo della tempesta. Persino Emporia ha chiuso con un paio d’ore d’anticipo!
Rientrare a casa nel mezzo dell’uragano non è stato per nulla bello, con la macchina in balia del vento, e oggetti ed edifici che se ne volavano qua e là. Ad Entrè, il centro commerciale in prossimità del quale i colleghi mi hanno lasciato, ho avuto la fortuna di vedere una porta di vetro andare in pezzi proprio nel momento in cui stavo per passare; sotto casa ho dovuto accuratamente evitare un angolo in cui cadevano le tegole dal tetto.
Dentro casa si stava tranquilli, ma non troppo: abbiamo cercato di mettere in sicurezza la porta del terrazzino, mentre il vento pulsava forte contro le finestre (ricordo che qui non esistono serrande o persiane) e le tegole continuavano rumorosamente a cadere sulla strada, il marciapiede, e le auto sottostanti. A quelcuno è andata peggio: noi almeno avevamo la corrente elettrica, mentre 70.000 persone sono rimaste senza.

Tegole cadute, questa mattina.
Tegole cadute, questa mattina.

Insomma, non ce la siamo passata bene ma, tutto sommato, poteva andare molto peggio: un po’ grazie all’organizzazione, un po’ grazie alle caratteristiche orografico-territoriali (in Italia sarebbe stato un disastro), lo Skåne ne è uscito benino. Qui una minigalleria fotografica.

Ancora questa mattina ci sono pesanti disagi, con molti treni cancellati o in ritardo, ma la situazione sta tornando alla normalità. Il cielo è coperto ma, per ora, non piove e non c’è vento.

In tutto questo casino, quale era, secondo voi, la notizia principale sui siti web dei giornali locali, ieri sera, dopo che l’allarme era passato? Ma, ovviamente, la vittoria nel campionato di calcio del Malmö FF!

Malmö FF Guld

E anche stamattina le locandine non scherzavano.

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Insomma. Per tutti quelli che dicono “Solo in Italia, il calcio…”

Il continente

Mi ha sempre fatto impazzire il fatto che gli svedesi si riferiscano a Copenaghen come “continente”, quando la capitale Danese è posta su un isola, mentre la Svezia è parte di una penisola che, del continente Europeo, fa parte sul serio.

La recente visione di un documentario (in svedese) del 2006 sul dialetto scanico, mi ha permesso di capire veramente il modo di pensare degli Svedesi. Il documentario (purtroppo non ho trovato sottotitoli di alcun tipo) è davvero interessante, e porta avanti una tesi importante per cui il “confine continentale” non sarebbe quello marino dello stretto di Öresund, ma andrebbe invece identificato all’interno del territorio svedese.

Immagine presa dal documentario della tv di stato Svenska dialektmysterier
Immagine presa dal documentario della tv di stato Svenska dialektmysterier

Ci sono alcune differenze fondamentali che, ancora oggi, separano lo Skåne dal resto della Svezia. Le più evidenti sono nella lingua e nell’architettura, ma anche in certe situazioni pubbliche.
Il giornalista autore del servizio fa infatti notare come nei caffè e nelle Konditori del sud si venga talvolta ancora serviti ai tavoli, cosa che gli Svedesi associano allo stile di vita continentale. Nel resto del paese bisogna portarsi da soli cibo, caffè e tazze dal banco o da grosse tavolate appositamente predisposte.
Ed effettivamente, a pensarci, anche la mia pasticceria preferita di Svezia, la suggestiva ed elegante Sundbergs a Stoccolma, è basata sul “self service”.

Sulla lingua ho già fatto qualche accenno in passato: gli svedesi trovano ostico il dialetto skånska, le cui due peculiarità principali sono la erre arrotolata (presente anche nel danese e di origine francese) e i particolari dittonghi (minuto 17:40 del documentario). Questi ultimi sono invece una caratteristica unica condivisa solo con i danesi dell’isola di Bornholm, la sola zona in cui si parla ancora il “danese orientale” che è alla base, appunto, dello skånska.

Ma è con l’architettura che le cose si fanno più interessanti anche per chi non coglie le sfumature del parlato: uno degli elementi simbolo dei panorami svedesi sono infatti le celebri case di legno colorate in Rosso Falun, diffusissime in tutta la nazione. Tutta la nazione tranne lo Skåne.

Da Wikipedia - foto di Susann Schweden. Licenza Creative Common
Da Wikipedia – foto di Susann Schweden.
Licenza Creative Common

Abitazione a Mullhyttan
Abitazione a Mullhyttan

Qui nel sud è infatti molto più tipico il mattone con intelaiatura a traliccio (Korsvirke in svedese), in forme simili a quelle molto diffuse, appunto, nel continente e Inghilterra (le cosiddette “case Tudor”).
Abitazioni di questo tipo sono molto frequenti nelle campagne, ma se ne trovano spesso anche in città, come nel caso di Lilla Torg a Malmö, o di buona parte del centro storico di Ystad.

Case in korsvirke ad Ystad
Case in korsvirke ad Ystad
Da Wikipedia – foto di Jorchr.
Licenza Creative Common

Lilla Torg
Lilla Torg

I motivi di queste differenze sono soprattutto storici e geografici. Lo Skåne apparteneva infatti alla Danimarca fino al 1658, anno in cui, durante una delle molte guerre del periodo, l’esercito Svedese marciò dalla Polonia fino alla Danimarca del sud per poi attraversare (a piedi e cavallo!) i tratti di mare ghiacciato del Piccolo e del Grande Belt, arrivando a sopresa alle porte di Copenaghen. Nonostante le promesse iniziali, secondo cui l’allora Danimarca dell’Est avrebbe conservato lingua e leggi originali, ci fu una spietata assimilazione, con il divieto di parlare danese e il rogo di tutti i testi che non fossero in svedese. Quello che resta di questa operazione di pulizia è, appunto, lo skånska, la versione svedesizzata del vecchio danese dell’est.
Ma anche la geografia ha avuto il suo ruolo: la Scania è situata nella penisola Scandinava, ma è, in realtà, separata dal resto della Svezia da paesaggi aspri e fitte foreste che rendevano piuttosto complicati gli scambi, mentre lo stretto di Öresund poteva, invece, essere percorso agevolmente da imbarcazioni. Insomma, la cultura continentale riusciva ad arrivare piuttosto facilmente a Malmö e dintorni, ma si fermava sulle foreste che separano lo Skåne dal resto della Svezia.

Il giornalista di SVT ha fatto un semplice esperimento: è risalito lungo le campagne da Malmö per cercare il punto in cui le case in korsvirke vengono rimpiazzate da quelle in legno rosso. Lo ha trovato (minuto 21:07) in Örkelljunga, cittadina in cui le due tipologie abitative coesistono.
A fare da controprova, l’area di diffusione dei dittonghi dello svedese del sud coincide, più o meno, con lo stesso territorio.
La conclusione del servizio è quindi che il confine fra il “continente” e un non specificato “non continente” (il “Nord”?) sia da trovare proprio a Örkelljunga e nei paesi che fanno parte della stessa fascia.

Personalmente, non so come reagire a questo tipo di pensiero. Devo dire che il sud è la zona del Regno che ho visitato per prima, e quindi, per me, è quasi naturale associare questo tipo di architettura alla Svezia. Per mia moglie, invece, non è proprio così: sin dalla prima volta che siamo scesi assieme al sud non ha mai mancato di farmi notare come tutto per lei fosse “danese” o, appunto, continentale. Ed, effettivamente, le sensazioni ambientali che ricevi da una città come Lund sono decisamente diverse da quelle che hai da Uppsala, giusto per citare due località paragonabili: lo Skåne è sicuramente il ponte culturale che unisce la Svezia alla Danimarca, così come la Danimarca è il ponte fra il Nord e la Mitteleuropa. Pur con questo assunto, devo dire, però, che trovo davvero difficile pensare che il continente finisca ad Örkelljunga…