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Se il quattordici diventa quindici

keep-calmVolete mandare in tilt una discussione con uno/una svedese? Semplice: basta riferirsi al periodo di “due settimane” con l’espressione idiomatica “quindici giorni” e, dopo che sarete stati guardati come un essere proveniente da un altro pianeta, passerete la serata a discutere sul perché si dica così o cosà.
A quanto pare è uno scontro culturale che coinvolge le persone provenienti da paesi in cui si parlano lingue germaniche (inglese incluso) rispetto a quelle provenienti da aree neo-latine: cercando in rete ho visto che la domanda sul perché si usi “quindici” viene fatta anche da chi studia francese e spagnolo, lingua in cui si usa “otto giorni” per indicare una settimana. Cosa che, se vogliamo, la rende più coerente dell’italiano.

In Svizzera, addirittura, è stato fatto un interessante studio (pubblicato originariamente nel Bullettin VALS-ASLA, n° spécial, tome 1, 129-148,2015) in cui si spiega perché, nella norma giuridica, la locuzione tedesca 14 Tage debba essere resa in 15 giorni, e viceversa:

Secondo la mia ipotesi, in italiano si conta anche il giorno stesso in cui si enuncia la locuzione fra 15 giorni, giungendo allo stesso giorno di due settimane dopo, mentre in tedesco il primo giorno contato è quello successivo all’enunciazione della locuzione in 14 Tagen, giungendo parimenti allo stesso giorno di due settimane dopo.

La norma linguistica secondo cui il periodo o il concetto di due settimane si esprime con 15 giorni è antica; la troviamo già nel Decameron (III 7,11; III 7,99; VIII 2, 35; VIII 10, 31; VIII 10, 32; X concl., 3). Nella traduzione di un testo tedesco in italiano ci attendiamo che la locuzione 14 Tage venga resa con 15 giorni, e viceversa. Insomma, vorremmo leggere un testo che usi locuzioni proprie della lingua d’arrivo, come se si leggesse un testo originale. Ed è quanto normalmente accade.

Nella legislazione italiana, segnatamente nel Codice civile e nel Codice di procedura civile, si trovano soltanto esempi di 15 giorni (nessuno di 14 giorni). Anche nella legislazione cantonale ticinese figura soltanto il sintagma 15 giorni. Constatiamo dunque che nella legislazione monolingue italiana, in Italia e in Svizzera, l’espressione usata esclusivamente è 15 giorni, corrispondente alla locuzione della norma linguistica dell’italiano.

Come al solito: piccoli “scontri culturali” che emergono di tanto in tanto, quando meno te lo aspetti. Nel mio caso ci sono voluti solo sette anni! 😀


P.S.: Però lo ammetto: da bambino mi sono chiesto pure io perché si dicesse quattordici e non quindici!

Siamo in una botte di ferro!

Se a volte vi disperate per l’incompetenza delle autorità italiane, consolatevi: quelle svedesi possono essere anche peggio.
L’antefatto di questa storia sono, purtroppo, i tristi eventi di Parigi. Come potete immaginare, anche in Svezia il livello di guardia è stato elevato per rispondere alla minaccia terroristica.
Giovedi 18 novembre, in una grande conferenza stampa, la Säpo (Polizia per la Sicurezza interna, ovvero i servizi segreti) annuncia di essere in caccia di un pericoloso terrorista, entrato in Svezia da un paio di settimane dopo essere stato a combattere per Daesh (lo chiarisco una volta per tutte: da questo momento in poi non mi vedrete mai usare IS, ISIS o Califfato). Il nome e l’identikit non vengono però passati al pubblico. 

Il giorno dopo, il tabloid Expressen pubblica il nome della persona e una sua foto sfuocata, ottenuti in maniera anonima da una fonte interna alla polizia.
La foto e il nome vengono diffusi da tutti i siti web: una signora riconosce il sospetto su un autobus e informa la polizia. A quel punto parte l’operazione di cattura, che avviene nel centro rifugiati di Boliden (Skellefteå).
Il sospetto viene prima interrogato in loco, e poi trasferito a Stoccolma.

Ora… durante le investigazioni giornalistiche ci si comincia a rendere conto di qualcosa. Il ragazzo era registrato presso Migrationsverket da settembre, e risiede nel suo appartamento regolarmente. Ha anche il nome sulla porta. Ha un profilo Facebook con foto di qualità decente, molto migliori di quella sfuocata che era stata fornita alla polizia.

La domanda che tutti si sono posti è stata ovviamente: ma era proprio necessario fare una conferenza stampa, aumentare il panico a livello nazionale e scatenare la polizia del paese in una caccia all’uomo, quando bastava controllare con Migrationsverket l’indirizzo della persona? Ed era il caso di dare alla polizia una sola foto sfuocata, quando bastava andare sul suo profilo Facebook e scaricarne di molto migliori?

La risposta di Säpo non si è fatta attendere…un messaggio su Twitter della responsabile stampa che dice:

Il lavoro di investigazione consiste in molto più che il profilo Facebook e la targhetta col nome sulla porta. Säpo e la Polizia hanno valutato le informazioni raccolte e agito di conseguenza.

Säpo

Insomma, una meravigliosa non-risposta!

Pensate che la storia finisca qui? Non proprio: diversi criminologi ed esperti sollevano dubbi sul comportamento del giovane, che non è quello di chi sia braccato. Perché non è fuggito? Perché non si è armato? Perché ha continuato a vivere normalmente come prima? Un genio del sangue freddo?
Qualcuno va in Iraq ad intervistare il padre, e questo casca dalle nuvole, negando ogni radicalizzazione nella sorpresa più totale. “L’ho mandato io in Svezia, nella speranza che si faccia una vita migliore”.

Oggi, dopo l’interrogatorio, il ragazzo è stato rilasciato, e tutte le accuse nei suoi confronti sono cadute.
Siamo in una botte di ferro!

Una delle prime cose che impari appena arrivato in Svezia…

Avanti il prossimo!

Avanti il prossimo!

… è che, alla cassa del supermercato, devi mettere TU la barretta separatrice per il cliente che è in coda dopo di te. In Italia non ci avevo mai fatto troppo caso, è, generalmente, ho sempre dovuto mettere quella per me stesso. Dopo un paio di occhiatacce da parte di chi ha dovuto mettersela da solo (nessuno che ti dica apertamente che sei un maleducato), nel 2009, ho capito in fretta la situazione, e ho iniziato a farlo. Oggi, a distanza di qualche anno, sono io quello che tira le occhiatacce a chi viene prima di me e non lo fa. Poi ripenso al Daniele del 2009 e mi metto a ridere con me stesso (e se qualcuno chiede scusa, sorrido e dico “ingen fara”). Svedesisazzione in corso. 😀

E non vi dico la rabbia che mi monta in Italia al supermercato. 😛

Gay pride ecclesiastico e gay pride xenofobo

Non discriminareIn questi giorni siamo in piene celebrazioni Pride da parte della Chiesa. Già, avete capito bene: la Chiesa è, ovviamente, quella svedese, di stampo protestante-luterano.
La cosa non è certo una novità: la Svenska Kyrkan è da tempo aperta non solo alle donne, ma anche a tutti i rappresentanti LGBT. Stoccolma ha per vescovo una signora gay già dal 2009 e, in generale, non è impossibile di ritrovarsi a che fare con un prete trans o apertamente omosessuale.

Il motto del pride di questi giorni, basato sulla Lettera di Giacomo, capitolo 2 verso 1, è “Non discriminare le persone, e la Chiesa ha allestito un sito web speciale dedicato all’evento.

Se il nodo centrale è Stoccolma, anche le altre parrocchie nazionali non si sono astenute: ad esempio, la Chiesa di San Pietro a Malmö sta organizzando una serie di “eventi arcobaleno”, illustrati sul proprio profilo Facebook, mentre un tappeto multicolore ha adornato, in questi giorni, la chiesa di San Nicola ad Örebro 

Un Pride decisamente più controverso, almeno qui in Svezia, è quello organizzato dal partito xenofobo Sverigedemokraterna. Solitamente contrario ad ogni riconoscimento dei diritti LGBT, e comunque non benvenuto alle celebrazioni Pride ufficiali, il partito ha organizzato delle proprie celebrazioni gay in un paio di förort, le cittadine di periferia (o, se vogliamo, le cosiddette città ghetto) abitate per lo più da musulmani: l’intento è ovviamente di provocare, dal momento che le comunità islamiche sono fra le più chiuse e contrarie ai diritti dei gay. L’obiettivo è di dimostrare che gli immigrati sono fra coloro che più si oppongono fra i valori di tolleranza svedesi. Le manifestazioni non hanno avuto successo in termini di partecipazione (come prevedibile: le associazioni LGBT non vedono di buon occhio SD), ma sicuramente hanno ottenuto un grande eco mediatico: si tratterà di una sincera apertura da parte del più conservatore dei partiti, o semplicemente una mossa di puro opportunismo? La seconda è decisamente l’opzione più probabile. 

Una storia dal ricco Nord Europa

Troppo spesso, nell’Italia delle favolette, si legge e sente di come chi vada al Nord abbia la vita facile, di come ci si liberi di tutti i problemi per andare a vivere in una società paradisiaca.
Purtroppo, storie come quella di Mattia, troppo spesso ignorate dalla stampa delle storielle sui cervelli in fuga, sono la realtà quotidiana e il leggerle ci riporta prepotentemente con i piedi per terra.
O, meglio, riporta forse coi piedi per terra coloro che nulla sanno di cosa voglia dire veramente emigrare.
A Mattia, che è un grande, mando i più grandi auguri. So che ne uscirai!

1 anno di solitudine – Emigrare, lavorare, vivere …

Non me ne fate una colpa ma ciò’ che scrivo e racconto riguarda chi come me, non e’ nessuno, senza capitali e l’unica cosa nella valigia e’ la volontà’ di riuscirci in qualche modo e facendo qualsiasi cosa gli capiti.
Questo lo dico perché’ sebbene si legga molto di fantastico sulla Danimarca e sulle classi sociali inesistenti, devo aprire un capitolo spiegando che esistono e possono fare la differenza.
L’emigrazione dei paesi “poveri” sta aumentando sempre di più’ e i paesi “ricchi” sono sempre di meno, questo se fate un veloce calcolo implica che ci si troverà’ di fronte a una fascia di persone che stanno lottando per rimanere e non faccio differenza di nazionalità’, una volta all’estero, siamo tutti uguali, di fronte l’uno all’altro.

Leggi il resto dell’articolo qui:
Vivere in Danimarca: 1 anno di solitudine – Emigrare, lavorare, vivere ….

Parlare inglese in Svezia: lavoro e comunicazione

A volte mi capita di trascurare il blog per troppo tempo. Ho cose da raccontare, ma un insieme di altre priorità mi tiene sempre lontano. Prometto che, nelle prossime settimane, cercherò di essere più attivo.

Quello che segue è un file che ho scritto per il gruppo Facebook Italiani In Svezia: anche se, fondamentalmente, ripropone cose che ho già espresso su queste pagine (ad esempio qui), mi sembra comunque una buona cosa proporlo anche nel blog, come riassunto della situazione e promemoria.

Comunicare in Svezia: l’inglese, lo svedese e le differenze culturali 

Una delle richieste che molti fanno quando chiedono informazioni a noi residenti in Svezia è “riuscirò a trovare lavoro lì parlando solo inglese?”
La risposta è: “nella stragrande maggioranza dei casi, no. Soprattutto se cercherai un lavoro che richiede un minimo di contatto con il pubblico.”

Anche se quasi tutti gli svedesi parlano inglese, molti di loro si trovano fortemente a disagio nel farlo.

Questo perché per loro la cosa richiede comunque uno sforzo, oltre che il dubbio di esprimersi correttamente e la paura di scatenare incomprensioni da cui possano scaturire conflitti. E nessuno vuole sentirsi in una posizione di svantaggio rispetto all’interlocutore. I datori di lavoro lo sanno, e preferiscono assumere persone che, parlando lo svedese, possano mettere a loro agio gli interlocutori. Soprattutto se parliamo di loro clienti che, altrimenti, potrebbero rivolgersi alla concorrenza.

C’è un altro fattore che i datori di lavoro conoscono bene: persone di nazionalità diverse comunicano, per abitudine culturale, in maniera molto diversa.

Italiano - Svedese

L’infogratica di cui sopra, concepita dal linguista Richard D. Lewis, ne è un perfetto esempio.
(trovate il file completo, con altre nazionalità, qui.)

Il fatto di avere una lingua in comune, come l’inglese, non ti mette al riparo da incomprensioni culturali nel modo in cui le cose vengono dette, soprattutto quando metti a confronto due modi diversi di comunicare come quello italiano (schietto, diretto e rumoroso) e quello svedese (pacato, mediato, misurato).
Quello che per te può essere un comportamento o un modo di parlare assolutamente normale, per uno svedese può essere inopportuno, ineducato, fastidioso o offensivo.

Anche se non sei a contatto con il pubblico, i datori di lavoro sono al corrente di queste problematiche, e potrebbero volere, ad esempio, limitare contrasti o situazioni spiacevoli fra colleghi.
Soprattutto in un paese in cui ai contrasti aperti non sono abituati.

Il fatto che tu sappia lo svedese, al di là della lingua stessa, implica, nella maggior parte dei casi, che tu sia già stato abbondantemente esposto alla cultura, la mentalità, il modo di pensare e di discutere di uno svedese medio. E questo, per un datore di lavoro, può essere sicuramente una garanzia di minori incidenti culturali.

Peraltro, le problematiche di cui sopra potrebbero esprimersi già in fase di colloquio di lavoro, indisponendo il potenziale datore o facendogli/le pensare che tu non sia ancora adatto a lavorare in un contesto svedese.

Poi, sia chiaro, ci sono sempre le eccezioni: ci sono datori di lavoro che non si fanno problemi al riguardo (ma solo perché ritengono di avere l’ambiente giusto perché sia così), ci sono professionalità per cui la questione lingua/comunicazione passa in secondo piano rispetto alle altre capacità richieste o, ebbene sì, ci sono anche quelli che cercano semplicemente persone da sfruttare biecamente e senza regole (situazione per cui la non conoscenza della lingua e della realtà locale da parte del lavoratore diventa persino un vantaggio). Ecco quindi che molti riescono comunque a trovare lavoro sapendo solo l’inglese. Ma sono, appunto, l’eccezione, non la norma. E, a parità di altre competenze, una persona che non sappia lo svedese sarà sempre sfavorita rispetto ad un concorrente che lo parli.

Perciò, se vuoi vivere in Svezia… STUDIA LO SVEDESE!


POSTILLA: tutto quanto scritto qui sopra è, ovviamente, un’aggiunta alla considerazione, più semplice e che davo per scontata, per cui, in ambito, ci possono essere istruzioni (scritte o parlate) solo in svedese. In tal caso ci potrebbero essere incomprensioni se non veri e propri problemi di sicurezza.

La lotteria per vincere la cittadinanza svedese

Decisamente meno nota rispetto all’americana Green Card Lottery, la lotteria per vincere la cittadinanza soddisfa da un paio di lustri i sogni di persone provenienti dai paesi più disperati del mondo; persone che, grazie ad essa, hanno avuto l’opportunità di ricominciare una vita nel paese scandinavo.
Le regole, fino ad oggi, sono sempre state le stesse: i cittadini di paesi del terzo mondo, gli apolidi e gli appartenenti a minoranze perseguitate hanno avuto la possibilità di registrarsi gratuitamente sul sito di Migrationsverket e sperare di essere uno dei cento fortunati che, ogni anno, vincono cittadinanza e benefit in occasione dell’estrazione della Festa Nazionale del 6 giugno.

La grande novità dell’edizione 2014 della lotteria è che la Svezia ha deciso di dedicare trenta posti aggiuntivi per i comuni cittadini di paesi dell’Unione Europea. Per evitare polemiche, e finanziare in parte l’operazione, si è deciso però che i comunitari, e solo loro, dovranno pagare un “biglietto” virtuale da 500 corone (poco meno di 60 euro) al momento dell’iscrizione al sito. Ogni persona può, chiaramente, acquistare un solo biglietto.

Lotteriet

Ma quali sono i vantaggi per chi vince il premio? Beh, oltre all’ambita cittadinanza, che già di per sé dà accesso al normale welfare nazionale, la Svezia mette a disposizione una serie di benefit di non poco conto, per permettere a tutti di adattarsi alla nuova vita qui: due anni di sussidio di disoccupazione pieno (circa 1800 euro al mese netti), appartamento gratuito per lo stesso periodo, corsi di lingua, full immersion culturali (fra le cose più curiose: lezioni di danze di midsommar, corsi di caccia all’alce e di pesca dei kräftor), biglietti gratuiti per il Melodifestival, abbonamenti per i campionati di hockey, bandy e curling.
Per quanto riguarda l’alloggio, la scelta spetta esclusivamente alle autorità svedesi (in base a disponibilità e necessità), quindi non è impossibile ritrovarsi in un villaggio sperduto di pescatori: chiaramente, vi si può sempre rinunciare e cercare casa a pagamento in una grande città.
Da notare che, mentre la cittadinanza non può essere revocata, i benefit sono condizionati alla buona condotta legale e fiscale e al superamento dei (piuttosto facili) esami di lingua, esami da sostenere dopo ogni corso.
Peraltro, si è discusso a lungo in Parlamento della possibilità di non dare i benefit ai cittadini europei (considerati già fortunati di loro rispetto a chi arriva dai paesi in via di sviluppo) ma, alla fine, la linea dura del partito Femtorskar-rörelse non è passata: anche i comunitari potranno quindi godere di tutti gli extra.

Come fare quindi per partecipare? La procedura è molto semplice: basta andare su migrationsverket.se, cercare le parola chiave rödspätta-lotteriet (potrebbe bastare rödspätta, ma non ne sono sicuro) e apparirà la pagina di registrazione dalla quale sarà anche possibile allegare una scansione del documento d’identità e pagare con carta di credito.
Il processo di registrazione si apre oggi e si concluderà il 15 maggio, in tempo per preparare le scartoffie necessarie all’estrazione solenne alla presenza del Re: visto il costo piuttosto elevato del biglietto per gli europei, è però difficile pensare che l’operazione possa avere un qualche successo…

Portieri

Per motivi a me assolutamente sconosciuti, in Svezia i prestanome si chiamano målvakt, lo stesso termine che viene utilizzato per indicare i portieri di calcio o hockey: immagino che il termine sia una metafora per indicare la protezione finale dalle autorità o delle forze dell’ordine, ma la mia è solo un ipotesi cui non ho trovato conferma.
Se pensate che il fenomeno sia tipicamente nostrano, vi sbagliate di brutto: vi basti pensare che a Malmö un auto su dieci è intestata ad un bilmålvaktare, per cifre impressionanti che fanno scalpore oltre a danneggiare notevolmente l’economia comunale.

målvakt

L’articolo di Sydsvenskan parla chiaro: su 140.463 auto, 14.137 sono falsamente intestate. In termini economici, vuol dire che il comune di Malmö non riesce ad incassare 42 milioni di corone all’anno (quasi 5 milioni di euro) fra multe e tasse.
I prestanome sono, ovviamente, ufficialmente nullatenenti e la cosa rende, almeno ad oggi, il sistema di recupero crediti totalmente inefficace; se buona parte di loro sono sicuramente sbandati che accettano di intestarsi l’auto per pochi soldi, altri hanno messo in piedi un vero e proprio business “nero” con sistemi di noleggio evidentemente fruttuosi.
I loro nomi sono assolutamente noti e vengono pubblicati regolarmente dai giornali in classifiche imbarazzanti, che evidenziano come ci siano persone che devono, in multe e tasse automobilistiche, oltre 8 milioni di corone. Il fatto che, poi, nessuna di queste persone abbia un nome esattamente “svedese” fa solo il gioco degli anti-immigrazione, che trovano piacere nel gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali.
Anche perché non è solo una questione economica, ma di sicurezza: avere in giro così tante auto, per lo più non assicurate, il cui reale proprietario non è rintracciabile è sicuramente un problema. Non a caso, il fenomeno è anche citato in uno degli episodi della da me tanto apprezzata serie Bron.

Ancora ad oggi, le autorità possono fare ben poco: di recente, uno dei prestanome più attivi, un tipo che nel giro di due anni si è visto intestare (per poi rivendere immediatamente dopo brevi periodi di noleggio) oltre 1800 auto è stato condannato a sei mesi di prigione, una pena considerata da tutti decisamente mite (visto anche il regime morbidissimo delle carceri locali).

Qualcosa sta però per cambiare: una nuova legge, che ha richiesto cinque anni (!) di preparazione, prevede che, a partire da maggio, le autorità comunali avranno il potere di rimuovere le auto in normale divieto di sosta, se il proprietario ha multe e tasse automobilistiche non pagate per grosse quantità di denaro. Dopo tre mesi dal sequestro, in caso di mancato pagamento, le auto potranno poi essere vendute all’asta da Kronofogden per ripianere i debiti. Qualcosa si sta decidendo anche al riguardo di ipoteche sulle auto stesse, per fare in modo che le auto possano essere sequestrate anche dopo essere state vendute.
Tutto bene, quindi? Quasi. Il capo del gatukontoret (l’ufficio comunale che si occupa della gestione delle vie cittadine) di Malmö lamenta di non avere assolutamente idea di come mettere in pratica la legge e di dovere discutere al riguardo con Kronofogden. Posso immaginare che la discussione verterà sugli spazi per ospitare le auto sequestrate, il personale e i costi per le operazioni di rimozione… insomma, anche ai politici e gli amministratori svedesi piace avere la vita semplice e poche spese da gestire! 😀

Il partito del sorriso

Si è parlato spesso in Italia, e lo si rifarà, degli Sverigedemokraterna, l’anima svedese del populismo nazionalista. Ora, come molti abitanti di Malmö, ricevo regolarmente nella casetta della posta, senza che lo abbia mai richiesto, materiale informativo dei Democratici. La prima cosa che salta agli occhi, sfogliando le pubblicazioni, è l’immagine stessa del partito, assolutamente lontana dagli stereotipi che uno potrebbe associare ai tipici movimenti di estrema destra. Il simbolo dei Demokraterna è un bel fiore (gialloblù, ovviamente), l’impaginazione e le foto lasciano grande spazio al bianco, le persone rappresentate sorridono in maniera serena, a lasciare intendere un messaggio positivo e solare.

Nulla, quindi, che faccia pensare ad una forza politica che si pone “contro” qualcosa, e una bella differenza rispetto agli inizi, quando prevalevano un’immagine decisamente più guerresca e una simbologia più tipica dell’estrema destra.

Questo cambiamento è da imputarsi alle politiche di moderazione imposte dai leader che, a partire dalla seconda metà degli anni ´90, hanno guidato il gruppo: prima l’ex centrista Mikael Jansson, poi il giovane Jimmy Åkesson hanno cambiato profondamente il partito, sconfessando le origini neo-naziste, bandendo l’uso delle uniformi e del simbolismo estremo, accettando la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, estromettendo gli estremisti e chi propagandava idee razziste. La politica degli Democratici Svedesi di oggi è una politica nazionalista, che sconfessa pubblicamente il razzismo ma si dichiara contraria alle politiche di immigrazione, che si pone contro l’Islam e a favore della conservazione dell’identità tradizionale svedese. In sostanza, qualcosa di molto simile alla nostra Alleanza Nazionale prima maniera e, per altri versi, ad una certa parte della Lega, pur mancando – ovviamente – la componente separatista. Questa scelta di intraprendere una strada moderata e “rispettabile” ha permesso ai Demokraterna di conquistare consensi anche fra chi non avrebbe mai accettato un partito apertamente razzista e di costruirsi, in particolare, una roccaforte a Malmö e nello Skåne, l’area in cui la presenza dell’immigrazione è più massiccia, inserita nel tessuto cittadino e meno confinata alle cosiddette “aree ghetto”, come invece a Stoccolma. Nonostante questo processo, e la crescita di consenso, i Democratici restano una forza ostracizzata nel panorama politico nazionale: se, da un lato, bisogna ricordare che gli Svedesi non hanno mai vissuto la forte contrapposizione politica tipica di quello che è il dualismo storico all’Italiana fra (centro)destra e (centro)sinistra, e nessuno si è mai scandalizzato se una persona vota l’altra fazione, dall’altro il partito di Åkesson resta tabù e i suoi simpatizzanti vengono automaticatamente, a volte a torto a volte a ragione, bollati come razzisti (se poi lo siano o no, è davvero difficile capirlo: è rarissimo che gli svedesi parlino di politica, e, sicuramente, i primi a non esporsi sono proprio i simpatizzanti democratici). Anche dopo le ultime elezioni, che hanno visto il primo ingresso dei Demokraterna in parlamento, nessun altro partito del Riksdag, sia di destra che di sinistra, ha ufficialmente aperto un dialogo con la forza di estrema destra. Il fatto è che, secondo molti, il rinnovamento dei Demokraterna è stato solo un’operazione di marketing di facciata, e, dietro il doppiopetto, continuerebbero a nascondersi un’anima profondamente razzista e una cultura neonazista, pronta a manifestarsi al momento giusto. Non aiutano, certo, alcuni incidenti in cui sono stati coinvolti rappresentanti del partito, come il caso che ha visto tre di loro (di cui due parlamentari) insultare una donna e un immigrato ubriaco, per poi armarsi con spranghe prima dell’arrivo della polizia. Curiosamente, l’intera scena era stata filmata proprio da uno dei tre politici, e solo dopo un paio d’anni è entrata in possesso del tabloid liberale Expressen, che l’ha resa pubblica. In seguito allo scandalo scoppiato, i due parlamentari sono stati costretti ad abbandonare le posizioni di vertice in seno al partito, pur conservando l’iscrizione allo stesso e, soprattutto, il seggio in parlamento. Un altro degli elementi curiosi di questa storia è che una delle persone coinvolte è l’ebreo Kent Ekeroth: la comunità ebraica svedese ha sempre condannato apertamente i Demokraterna, considerandoli dei nazisti in borghese, ma il fatto che il figlio di un’ebrea polacca abbia avuto un ruolo importante nel partito fa sicuramente pensare. D’altronde il “nemico” principale odierno dei Demokraterna è sicuramente, se non l’islam in sè, l’islamizzazione della Svezia, e allora ecco che anche il “compromesso” filo-ebraico, come già successo per Alleanza Nazionale in Italia, diventa improvvisamente accettabile anche per chi ha radici di estrema destra. Come ovunque in Europa, peraltro, la questione islam sembra essere diventata una prerogativa della destra, con la sinistra che tollera tutto nel nome del multiculturalismo: se lo volete conoscere, il mio pensiero al riguardo è riportato perfettamente qui. Alla resa dei conti, questi Sverige Demokraterna non sembrano quindi assimilabili a movimenti estremisti come Alba Dorata e Casa Pound. Quando la notizia del loro ingresso nel Riksdag, nel 2010, fece scalpore in Italia, mi veniva da sorridere: forze equivalenti erano già al parlamento, e al governo, nel Bel Paese da una ventina d’anni. Anzi, personaggi politici decisamente discutibili che in Italia la fanno da padrone con atteggiamenti apertamente razzisti, senza perdere la propria posizione, non avrebbero vita facile con un Åkesson che prova ad eliminare (o a nascondere, secondo molti) il marcio che ancora emerge fra i Demokraterna. Allo stesso modo mi fanno sorridere anche i commenti di questi giorni riguardo all’ingresso nel governo norvegese del “partito di Breivik”: l’Italia, in queste cose, è decisamente all’avanguardia. Ma quindi, dietro il partito del sorriso e la sua facciata “rispettabile”, si nasconde davvero un’anima razzista? In tutta sincerità, non mi interessa neanche troppo saperlo: qualunque sia la situazione, i Demokraterna restano distantissimi dalle mie idee e non prenderanno mai il mio voto. Anzi, spero proprio di non doverla scoprire mai, un’eventuale anima oscura nascosta…

Inseriti e integrati

Sono in Svezia da 25 anni, e ho festeggiato Midsommar solo una volta.

Questa frase, pronunciata da un conoscente una decina di giorni fa, mi ha dato parecchio da pensare sulla questione immigrazione. La persona in questione è un ragazzo di neanche trent’anni, immigrato quando era bambino dall’America Latina con la sua famiglia; pur con un accento terribile (una versione innaturale e imbruttita dello skånska) parla, ovviamente, uno svedese migliore del mio ed è inserito in Svezia sin dalla sua infanzia. Scelgo la parola “inserito” di proposito, perché oggi più che mai mi rendo conto di quale sia la differenza fra “inserito” ed “integrato”.
La stragrande maggioranza degli immigrati svedesi è infatti palesemente inserita, ma non integrata.

Per un attimo vorrei però rovesciare la prospettiva, e non dare, come spesso capita, tutte le colpe alla società svedese. Società svedese che, si chiaro, è stata tutto fuorché impeccabile nel gestire il fenomeno (un po’ troppo facile accettare tanta gente e abbandonarla a se stessa nei cosiddetti “quartieri ghetto”, non favorendo un vero processo integrativo); un assunto fondamentale, questo, che non può essere messo in dubbio.
Di questi immigrati, quanti, però, hanno cercato veramente di integrarsi con la società svedese, anziché limitarsi a trapiantare i propri usi e costumi in un’altra nazione?
Per carità, è un problema vecchio come il mondo: le varie Little Italy e Chinatown rese popolari da Hollywood c’insegnano che l’immigrazione di massa porta a comunità che, qualcuna più qualcuna meno, tendono a chiudersi in se stesse, prima che ad integrarsi nel tessuto locale.
Ora… non conosco la persona di cui ho parlato sopra al punto di potere giudicare in qualche modo la sua storia e quella della sua famiglia, ma, in generale, quanti immigrati provano a fare in modo di accettare un qualche livello di svedesità e quanti si chiudono nei propri usi e costumi, nelle proprie credenze e tradizioni, innalzando loro stessi un muro contro ogni possibilità di integrazione?
Non lo nego: per me è facile parlare… mia moglie è svedese e quindi sono esposto in maniera diretta a tutte le usanze, le tradizioni e al modo di pensare degli “indigeni”. E, non lo nascondo, quando vedo coppie o famiglie provenienti “in blocco” anche dall’Italia o altri paesi europei, mi chiedo sempre quanto riusciranno ad integrarsi realmente, parlando la propria lingua in casa, mangiando solo quello cui sono da sempre abituati e così via. Mi chiedo se, se e quando riceveranno la cittadinanza, per loro sarà qualcosa di realmente sentito (come lo è stato per me), o se sarà solo un “pezzo di carta” che ti semplifica la vita.
Mi rendo poi conto di come emigrare non sia facile per nessuno, soprattutto per famiglie che arrivano da condizioni non proprio ideali: per molti, unirsi ad altri connazionali è una necessità, ed è chiaro che in parecchi scelgono la Svezia proprio sapendo già di andare a far parte di comunità di espatriati provenienti dalle stesse aree. Un sistema che rende sicuramente le cose piuttosto facili all’inizio ma che, a mio avviso, le complica inevitabilmente già sul medio termine. E il primo passo, purtroppo, deve essere compiuto dagli immigrati di prima generazione, perché, altrimenti, già i loro bimbi si troveranno in grossa difficoltà.

Che poi, sia chiaro, non è assolutamente una questione di abbandonare le proprie tradizioni, di rinnegare la propria identità. Si tratta, per l’appunto, di integrarle, di accettarne di nuove e di dare un contributo con le proprie: dal confronto fra culture, che deve venire da entrambi i lati, ci può essere, a mio avviso, solo una crescita.

Alcuni svedesi (per fortuna non tanti), quando vedono, ad esempio, una famiglia mediorentale alle celebrazioni di Midsommar, storcono il naso. Io, invece, sono contento: vuol dire che, almeno, ci stanno provando.

Le Colline

Se per la stragrande maggioranza degli Svedesi i giorni passati sono stati quelli di Midsommar, per me sono stati giorni di lavoro: l’unico scampolo di festa è stato rappresentato una piacevole (e immancabile) grigliata a casa di amici la sera del venerdi, graziata da un tempo davvero apprezzabile.
A parte questo, il venerdi sono stato uno dei pochi in tutta la nazione a doversi recare in ufficio, mentre nel resto del weekend sono stato impegnato con il proseguimento dei lavori successivi al trasloco, iniziato nel fine settimana precedente.

Quello in cui ci siamo trasferiti è il quarto appartamento in due anni, da quando ci siamo spostati a Malmö. Per fortuna è anche quello che ci piace di più, nonché quello da cui non ci sposteremo per un po´ di tempo, visto che, finalmente, abbiamo ottenuto un contratto di prima mano.

L’area di Kirseberg è appena ad est del centro esteso di Malmö, a 10 minuti a piedi dal punto nevralgico di Värnhem. Per molti versi, pur appartendendo a tutti gli effetti al comune di Malmö, è una vera e propria cittadina nella città, dotata di una particolare anima propria: non è un caso che il nucleo principale si chiami Kirsebergs-staden (staden è il vecchio termine svedese per “città”), a rimarcare il carattere proprio della zona.
Kirsebergs-staden sorge su due colline, cosa piuttosto inusuale per la piattissima Malmö: anche per questo l’area viene chiamata informalmente Backarna, “le colline” appunto.
Il nome Kirseberg (pronuncia approssimativa “scirseberi”) potrebbe derivare dalle piantagioni di ciliegie (körsbär) che un tempo si trovavano sulle colline o da un vecchio verbo, ormai non più utilizzato, che significa “scegliere” e imparentato con l’inglese to choose: pare che gli abitanti della zona eleggessero infatti i loro capi, cosa evidentemente non troppo comune nell’area durante il Rinascimento. Berg vuol dire “montagna”, ma può essere usato anche per “collina”.

Le Colline hanno iniziato a popolarsi in maniera intensiva sulla fine dell’800, diventando un’area per la classe operaia. Accanto alle piccole, e suggestive, casette monofamiliari risalenti più o meno al 1850 sono stati via via costruiti condominî e ville più moderne. Ad un certo punto, il crescente sviluppo della zona ha portato alla conversione in abitazioni della vecchia cisterna dell’acqua: la Tornet (“torre”) è ancora adesso uno degli elementi più caratteristici del panorama locale.
Nel corso del XX secolo Kirseberg ha avuto momenti di degrado: in particolare, negli anni ’70 e ’80 era una zona piuttosto malfamata, in cui pochi volevano vivere. A partire dagli anni ’90 è iniziata la rinascita del quartiere, rinascita che ha portato ad una progressiva valorizzazione dell’area.
Come gran parte di Malmö, escludendo giusto le area più centrali, Kirseberg è un’area multiculturale: il 28% dei residenti (più uno, contando il sottoscritto) è nata all’estero; questo valore è anche quello medio di Malmö. Oggi le Colline sono considerate un posto sicuro, anche se il furtarello occasionale in cantina è qualcosa che, di tanto in tanto, capita ancora.

Fare una passeggiata nella “staden” `può essere davvero intrigante: in particolare, la piccola microarea di Korngatan e dintorni, composta delle piccole casette dell’800 è davvero suggestiva, come può testimoniare una visita virtuale con Google Street View…

Attorno a questa zona ci sono piccoli condomini a pochi piani, più o meno moderni, che danno comunque una gran bella sensazione di vivibilità.
A due passi da casa abbiamo un piccolo supermercato Coop aperto ogni giorno fino alle 10 di sera, e un più grande, ma con orari più stretti, Netto (catena danese abbastanza simile alla Lidl): se si vuole qualcosa di meglio, l’area di Värnhem è decisamente fornita.
Attorno a noi ci sono comunque negozietti, alimentari, fioristi, centri di benessere e altri piccoli esercizi che rendono la zona molto viva. A pochi passi da casa abbiamo anche un pub/ristorante che, nel weekend, offre musica blues e jazz dal vivo fino a tardi. Non abbiamo ancora avuto modo di provarlo, ma l’atmosfera sembra quella giusta.
Dietro casa nostra c’è anche una gigantesca prigione, ma non contiamo di visitarla negli anni a venire. 😀
Uscendo dalla staden, a Kirseberg c’è anche altro: due grandi parchi (di cui uno ricavato dal vecchio e dismesso aeroporto di Bulltofta), piscine, aree sportive e tante altre cose che dobbiamo ancora scoprire. Avremo sicuramente modo e tempo per farlo…

Il nostro appartamento è al “terzo” piano (in Svezia si considera primo già quello che in Italia è il “terra”) di un piccolo edificio risalente probabilmente (ipotizzo) agli anni ´20 del ventesimo secolo. Il tutto è un po’ spartano: non abbiamo ascensore, la cucina è un po’ vecchiotta ma, almeno, il bagno è stato rifatto di recente. Anche la Tvättstuga, la sala condivisa con lavatrici e asciugatrici, è stata rimodernata da poco. L’appartamento è composto da ingresso, cucina abitabile, due camere, un interspazio e una sala con un piccolo terrazzino. Abbiamo finestre su tre lati, cosa che contribuisce a rendere la casa soleggiata. Sopra di noi abbiamo solo la soffitta con i förråd (“scantinati” è la traduzione che mi viene in mente, ma mi sembra strana trattandosi di soffitta), mentre nel seminterrato si trovano la tvättstuga e degli altri, più piccoli, ripostigli.
Nel complesso, anche se ci sarebbero alcuni lavoretti da fare, ci troviamo decisamente bene e sicuramente non abbiamo intenzione di muoverci da qui per lungo tempo.
Per quanto riguarda me, l’unico aspetto negativo è che dovrò contare una decina/quindicina di minuti in più, sia al mattino che la sera, per andare e tornare dal lavoro: già prima, per arrivare nell’area di Gunnesbo (ufficialmente parte di Lund, ma, in pratica, in tergis ad lupos) ci mettevo un’oretta scarsa, ora mi troverò a sforare. Abitare a Triangeln mi piaceva poco, ma era decisamente comodo, dato che avevo il treno a due passi.
Le Colline sono comunque ben servite da un paio di autobus che passano di frequente, anche se in questo periodo dell’anno in cui il numero di corse viene ridotto in maniera sensibile.
Adesso non ci resta che aspettare e vedere se, nei mesi a venire, cambieremo idea: per ora l’impatto è stato molto positivo!

Korngatan in Kirseberg

Emigrare in Svezia per Dummies

I ragazzi di One Way To Sweden (fate un giro sul loro blog!) hanno preparato questa splendida infografica che illustra chiaramente quali siano le difficoltà cui va incontro oggi chiunque voglia provare a trasferirsi in Svezia.

© onewaytosweden.blogspot.se Pubblicato su autorizzazione

© onewaytosweden.blogspot.se
Pubblicato su autorizzazione


La chiave è ottenere il fatidico personnummer, il codice fiscale che è quello che ti permette veramente di agire in libertà: conti in banca, abbonamenti e molte altre operazioni richiedono, appunto, questo fatidico numerino identificativo.
Le cose sono cambiate parecchio rispetto a quando sono arrivato io: allora bastava avere un indirizzo di residenza e dichiarare l’intenzione di restare più di un anno.
Oggi bisogna necessariamente passare prima dal Dipartimento Immigrazione.
Il cambiamento, guarda caso, è avvenuto dopo le elezioni del 2010: personalmente penso sempre male, e ritengo che l’affermazione degli Sverige Demokraterna (il partito nazionalista ufficialmente schifato da tutte le altre forze) abbia avuto un ruolo rilevante nella questione; un po’ per cercare di inseguire i suoi elettori, un po’ perché il loro voto in parlamento può sempre venire utile ad un governo di minoranza.
Peraltro, non penso che siano state cambiate delle leggi al riguardo, ma che il governo abbia mandato delle direttive per modificare procedure e regolamenti.

Mi chiedo se queste procedure così complicate non siano oltre i limiti del lecito degli accordi di Schengen e dell’Unione Europea: la Svezia farà anche bene a proteggere se stessa e il proprio welfare (o quello che ne è rimasto), ma forse è un po’ troppo comodo prendere quello che di positivo viene da certe alleanze, cercando ogni strada possibile per imbrigliare in ogni modo le cose più negative (complicando però le cose agli altri).

Quello che è certo è che, oggi come oggi, la Svezia sembra volere fare tantissima selezione all’ingresso anche se, una volta passati, poi, il meccanismo burocratico diventa decisamente più snello.
Forse sarebbe davvero il caso di allentare un po’ la stretta per i cittadini Europei ed introdurre un test linguistico e culturale per la cittadinanza, come in altri paesi…


AGGIORNAMENTO: a partire dal primo maggio 2014 non è più necessario passare per Migrationsverket. Per potersi iscrivere al registro dei residenti e ottenere il personnummer bisogna comunque soddisfare in ogni caso i criteri elencati dal grafico, con la documentazione che deve essere presentata direttamente a Skatteverket. In pratica, oggi si può venire in Svezia e stare qui quanto si pare ma, finché non ci si mette a posto, si è tagliati fuori dal welfare, dai servizi, e non si puó prendere la residenza qui.

Passaporto e carta nazionale d’identità

Ancora scioccato per avere ottenuto la cittadinanza in soli sette giorni (Migrationsverket ha ricevuto la mia raccomandata il 13 maggio, la delibera è del 20), anzichè i lunghi mesi preventivati, il passo successivo è stato, ovviamente, di richiedere il passaporto. Non che non abbia già quello italiano, ma ci si sente anche un po’ orgoglioni a potere dire di avere, appunto, il “doppio passaporto”.

Come tutte le altre nazioni dell’Unione Europea, la Svezia ha da qualche anno abbandonato il colore nazionale della copertina (che era blu e oro) per adottare quel rosso borgogna che è lo standard europeo. Ovviamente i nuovi passaporti sono tutti biometrici e contengono il chip con le informazioni personali in formato elettronico.
Conoscendo già quello di Helena, devo dire che la differenza principale rispetto al passaporto Italiano è che la foto è stampata in bianco e nero, mentre lo stile generale è più essenziale, con le pagine meno “pasticciate” e più eleganti.
Il passaporto svedese costa 350 corone (circa 41 euro) e vale cinque anni; ovviamente non sono previsti bolli annuali o altre porcate simili.

Carta nazionale d'identità  ©  PRADO

La Carta Nazionale d’Identità
© PRADO

Come in altri paesi, esiste anche un’alternativa al passaporto: la carta nazionale d’dentità, rilasciata anch’essa dalla Polizia e solo a chi ha la cittadinanza. Il rapporto degli Svedesi con questo tesserino è molto particolare: la stragrande maggioranza di loro, infatti, non sa neppure che esista. Il documento è infatti stato indrodotto solo di recente (2005), non è obbligatorio (a differenza che in Italia) e non offre vantaggi particolari rispetto a quella che è l’accoppiata standard “passaporto + patente (o altro tipo di id)”.
Chi mi legge da tempo sa che in Svezia esistono diversi tipi di carte d’identità con valore legale che, a differenza della nationellt possono essere richieste anche da chi non è cittadino: la più comune è quella di Skatteverket, che io stesso ho avuto e poi smarrito, ma anche le banche hanno l’autorizzazione a rilasciare id.
Le carte d’identità alternative hanno una caratteristica: sono valide per l’espatrio solo nei paesi del Nordens. Gli Svedesi possono infatti andare in Danimarca, Norvegia, Finlandia, etc. (e viceversa) anche solo con la patente, o con qualunque documento abbia validità ufficiale.
La carta nazionale, invece, permette l’espatrio in tutti i paesi dell’Area Schengen, ma non, un po’ a sorpresa, in quelle nazioni che fanno “solo” parte dell’Unione Europea. Può essere, insomma, utilizzata per andare in Svizzera, ma non in Inghilterra.
Come potete immaginare, la serie di fatti sopra esposta rende piuttosto superfluo avere questo documento, che è stato ideato probabilmente solo ed esclusivamente per rispondere ad alcune esigenze venitesi a creare con l’adesione svedese a Schengen: Wikipedia riporta, senza specificare una data, che solo circa 100.000 i cittadini svedesi che ne sono in possesso.
Io ho deciso di richiederla comunque, un po’ perché sono un Italiano abituato ad avere la carta d’identita`, un po’ perché penso che sia comodo potere andare all’estero usando un documento che si può tenere nel portafogli (è un tesserino con chip), anzichè l’ingombrante passaporto.
La nationellt id-kort costa 400 corone (46 euro) e ha validità di cinque anni. Esattamente come il passaporto viene rilasciata dalla Polizia, e i due documenti possono essere richiesti in un’unica sessione.

Ieri pomeriggio, quindi, finito di lavorare, sono andato alla Polishuset di Lund, situata subito dietro la stazione ferroviaria; in altre parti di Svezia è necessario prenotare un appuntamento (solitamente per il giorno dopo), ma in Skåne puoi semplicemente presentarti ad una delle stazioni di polizia abilitate al rilascio dei documenti e metterti in coda.
Dopo avere preso il “kölapp con il mio numerino” ed avere atteso si e no 20 secondi, mi sono presentato davanti al banco, ed una poliziotta mi ha chiesto di vedere i documenti di Migrationsverket e un mio id (in questo caso la patente).
La cosa positiva è che tutto viene fatto sul posto: al tuo fianco c’è infatti un apparato che viene utilizzato per fotografarti e su cui apponi le impronte digitali e la tua firma. Il vantaggio, soprattutto per le foto, è doppio: innanzitutto sei sicuro che l’immagine sarà ripresa “a regola d’arte” (alcune nazioni, come gli USA, ti rispediscono indietro se la foto non è fatta secondo standard ben precisi) e poi ti risparmi il costo delle fototessere, che qui è incredibilmente alto anche nelle macchinette self service (non parliamo del fotografo).
Pagato con il bancomat, fornito il mio numero di cellulare, riceverò un doppio sms quando entrambi i documenti saranno pronti: il tempo di attesa medio per il passaporto è, generalmente, di cinque giorni lavorativi.

Aggiornamento del 29 maggio: la carta era pronta ieri, il passaporto l’ho ritirato oggi. Rispettivamente tre e quattro giorni lavorativi, quindi. Non mi posso lamentare!

Ho la mascella per terra

Al ritorno a casa mi ritrovo l’avviso di una raccomandata e non ho idea di cosa possa essere.
Vado a ritirarla al supermercato.
Vedo che è da Migrationsverket.
Sento che c’è dentro il mio passaporto e penso “ok, non vogliono tenerselo dieci mesi”.
E poi trovo anche questo, e resto senza parole.

20130522-175853.jpg

Sono diventato cittadino svedese.
Aggiornamenti a quando mi sarò ripreso dallo shock.

Pronti… via!

Ansökan

Quest’oggi ho spedito, con una raccomandata destinata a Migrationsverket, la mia domanda di cittadinanza.
I requisiti li rispetto tutti: sono sposato con una cittadina svedese da più di due anni, sono registrato ufficialmente in Svezia da tre, ho pagato le tasse e mi sono comportato bene.
Il plico che ho spedito contiene un modulo di quattro pagine da me compilato e firmato, il mio passaporto italiano in originale, il permesso di residenza permanente e la ricevuta del pagamento di 1500 corone.

Curiosamente, si può anche fare la richiesta via web, ma il passaporto e un modulo firmato vanno comunque inviati, quindi ho preferito fare tutto alla vecchia maniera.
I tempi di attesa per la decisione sono lunghi: Migrationverket dichiara sul proprio sito che bisogna aspettare 10 mesi (evidentemente sono tanti quelli che vogliono diventare sudditi di Carlo Gustavo) e non mi resta, quindi, che pazientare.
Se mi dovesse servire il passaporto nel frattempo? Basta contattare Migrationsverket per farselo mandare a casa. Poi, però, te lo richiedono…