Sceneggiate

Premesso, sono da qualche decennio un lettore di Repubblica, un tempo della versione cartacea, poi di quella web. Sono anche da tempo abbonato pagante di REP.

Posso dire senza problemi che Repubblica è il primo giornale italiano che leggo quando ho un attimo di tempo, e quello che leggo più spesso.

Proprio per questo motivo, per il mio essere un affezionato cliente pagante, mi aspetto che il giornale che acquisto rispetti gli standard di quella che dovrebbe essere la missione sacra del giornalismo: la ricerca della Verità.

Nel caso della copertura della gestione svedese della crisi da covid-19, questa ricerca non c’è stata: sono stati pubblicati articoli che hanno disinformato, con notizie false e dati incorretti, e la sensazione di una totale mancanza di oggettività da parte di chi li ha scritti.

Probabilmente Repubblica non è stata la sola ad agire così: se me la sono presa con loro, e non con altri giornali, è perché quegli altri giornali li leggo molto meno spesso, e quindi noto meno certi errori.

Fatto sta, che la situazione non poteva non saltare all’occhio, ed ora ha iniziato a fare scalpore.

In Svezia, la giornalista Jennifer Wegerup ha attaccato su Expressen i servizi della stampa italiana, Repubblica e Corriere in primis. I due quotidiano vengono descritti, in generale, come esempi di buon giornalismo, ma non in questo caso specifico.

Voglio essere chiara, io non prendo posizione contro o a favore della linea svedese di questa crisi. Ce l’ho invece con il giornalismo di parte e menzognero.

In una prospettiva più grande è importante in questo momento il fatto che noi giornalisti dei media tradizionali abbiamo una responsabilità molto più grande. Dobbiamo avere un atteggiamento critico sì, ma obiettivo, in un’epoca in cui le bufale abbondano. E non si tratta più solo di agenti solitari, ma di forze più grandi che vogliono destabilizzarci e creare divisioni fra le nazioni.

L’atteggiamento di certa stampa è stato notato anche nello stivale da parte di Giap, che ha pubblicato un pezzo a titolo Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus. Se pure non mi sento di condividere con certezza le conclusioni finali, i fatti riportati sono comunque corretti.

Infine l’ambasciata. Sì, si è dovuta scomodare persino l’ambasciata di Svezia in Italia che ha dovuto critica Repubblica e Corriere con questo comunicato su Facebook:

Come l’ha presa l’eroe di Repubblica che ha scritto i pezzi incriminati?

Lo ha fatto attaccando la sua collega svedese (“filogovernativa”), l’ambasciata svedese (“verità ufficiali di odore sovietico”) e tutti gli italiani in Svezia che gli hanno fatto notare l’inaccuratezza dei suoi post (“non ebbi paura in prigioni comuniste a Praga nè a Bucarest sotto i cecchini della Securitate, voi e le verità ufficiali svedesi non mi fate paura”) e sempre ripetendo ad nauseam il mantra “Repubblica fa informazione, le parole di Löfven sono state riportate in maniera corretta”.

Talmente corretta, che, alla faccia del presunto “Mea Culpa” ieri Löfven ha ribadito il suo supporto alla strategia svedese: “sta tenendo”.

Covid-19: ricapitolando

Dato che mi si chiede continuamente lo stato della situazione coronavirus in Svezia, cerco di fare un riassunto della situazione. Mi limiterò a riportare i fatti per come sono riportati, senza considerazioni di merito sulle dichiarazioni e le scelte del governo e di Folkhälsomyndigheten (d’ora in poi, FHM). Questo perché, come detto in precedenza, non ho le competenze per esprimere giudizi.

Ricapitolando:

  • SÌ: è vero che in Svezia non ci sono grandi restrizioni. Le scuole e i ristoranti sono aperti. E anche le aziende, quantomeno quelle che non sono andate in difficoltà.
  • NO: non è vero che tutto è come prima. Ci sono comunque delle micro-restrizioni. Gli eventi pubblici con più di 50 persone sono proibiti. I ristoranti possono solo servire al tavolo e assicurandosi che le distanze siano mantenute. A partire da ieri, il governo si riserva la possibilità di fare chiudere i ristoranti che non rispetteranno le regole.
  • NO: non è vero che non c’è un impatto economico. I consumi non essenziali sono crollati, molte aziende hanno visto i propri ricavi crollati e tanti lavoratori sono rimasti a casa. Lo stato ha dovuto preparare delle misure per permettere di lavorare con orario ridotto, prendendosi carico esso stesso di gran parte della differenza di salario.
  • SÌ: è vero che non ci sono restrizioni personali sulle persone. FHM non ha nulla in contrario al fatto che la gente esca di casa, anzi incoraggia la cosa in determinati casi (“se ci si deve incontrare e stare in compagnia è meglio farlo all’aperto, a patto di mantenere le distanze”). Si chiede agli anziani e alle persone a rischio a restare a casa, e si chiede di evitare di andare in vacanza. Chi può lavorare da casa deve farlo. Non sono obblighi ma, secondo il governo, neanche semplici consigli: sono doveri civili.
  • SÌ: è vero che si fanno pochissimi tamponi. FHM continua ad insistere che il rischio di essere contagiati da persone senza sintomi, pur presente, è relativamente basso, quindi si limita a chiedere alle persone che hanno sintomi di stare a casa fino a un paio giorni dopo la fine degli stessi.
  • NÌ: è solo parzialmente vero che la gente faccia finta di niente. È vero che molti ignorano le raccomandazioni del governo, ma è anche vero che molti le seguono. Il governo e FHM sono abbastanza soddisfatti del comportamento della popolazione, anche se sicuramente non apprezzano chi non rispetta le raccomandazioni. Ci sono probabilmente grandi differenze fra le zone ad alto contagio (soprattutto Stoccolma) e quelle al momento meno coinvolte.
  • SÌ: si è valutata l’opzione di impedire la possibilità di uscire dalla contea di Stoccolma durante i periodi di vacanza (come Pasqua), per evitare che le persone che abitano nel focolaio più grande di Svezia possano andare in giro per il paese a diffondere il virus. Sì è scelto comunque di non proibire nulla, almeno per Pasqua. Resta l’indicazione del governo di non muoversi, intesa come dovere civico. Nelle località turistiche preferite dagli Stoccolmesi i cittadini si sono divisi fra chi “restate a casa, non vi vogliamo” e chi “venite comunque, che se no andiamo in difficoltà”. Non saprei dire in che percentuali.
  • SÌ: è vero che quasi nessuno indossa la mascherina. FHM continua a dire che i vantaggi sono minimi e che sia meglio lasciare la mascherine alla sanità e agli operatori delle case di riposo, che altrimenti rischiano di restare senza. Restano sempre le raccomandazioni di lavarsi le mani e non uscire se si hanno sintomi.
  • SÌ: al supermercato non sembra essere cambiato granché. Il governo chiede ai gestori di assicurarsi che non entrino troppe persone e che si mantengano le distanze in prossimità delle casse (in genere, le code qui sono sempre state minime). Tantissimi, comunque, si fanno recapitare la spesa a casa: dalle mie parti, prima della crisi, si poteva ordinare una consegna per il giorno dopo, ora capita di dovere aspettare una settimana o più.
  • SÌ: le scuole sono aperte, e c’è una seria possibilità che continuino a restarlo. Secondo FHM, questo sistema farà meno danni sulla lunga distanza, mentre i paesi che chiuderanno le scuole per riaprirle più avanti rischiano di avere conseguenze più gravi quando questo avverrà. (EDIT: mi è stato giustamente fatto notare che ho dimenticato di dire che le scuole superiori e le università, quantomeno per la parte di insegnamento, sono chiuse e procedono con corsi a distanza).
  • SÌ: c’era anche il problema che, lasciando a casa i bambini, i genitori impiegati in professioni necessarie (sanità, ma non solo) avrebbero avuto il diritto di restare a casa a loro volta. Il governo ha preparato la strada per un’eventuale, possibile, chiusura, con soluzioni alternative per chi è impiegato in quelle professioni. Ma la chiusura resta comunque solo una possibilità.
  • SÌ: i bambini di famiglie diverse di incontrano e giocano assieme senza problemi. Sono abituati a farlo a scuola, quindi non fanno differenza al di fuori della stessa.
  • SÌ: ci sono comunque genitori (non so dire in che percentuale) che hanno deciso di tenere a casa da scuola i bambini, con il rischio di andare in contro a parte a sanzioni. Perché se le scuole sono aperte e i bambini non sono malati è proibito tenerli a casa.
  • NO: nonostante quello che vi dicono alcuni giornali, il governo svedese non ha “cambiato idea”, o non sta per farlo. Sin dall’inizio, FHM ha detto che un’epidemia ha fasi differenti che richiedono misure differenti, che andranno valutate di volta in volta. Se e quando implementeranno misure più strette lo faranno perché riterranno che l’epidemia avrà raggiunto una fase che richieda queste misure.
  • SÌ: il governo ha chiesto alle opposizioni (con cui doveva trovare l’accordo, essendo un governo di minoranza) poteri più grandi per avere la possibilità di agire velocemente quando necessario. L’accordo è stato trovato e, per tre mesi, il governo potrà emanare direttive esecutive prima di discuterle in parlamento. Non si tratterà di leggi, ma di opzioni come chiudere specifici centri commerciali o punti d’incontro, proibire i raduni di persone, consentire limitazioni alle libertà, favorire l’acquisto di materiali di protezione e medicine. Si dovrà trattate solo di opzioni mirate e a tempo determinato e, fra tre mesi, il parlamento dovrà decidere se prolungare queste deleghe.
  • SÌ: l’opposizione di centrodestra si sta comportando in maniera molto responsabile. Ha sicuramente le sue proposte economico-sociali, ma ha un approccio costruttivo nei confronti del governo e di FHM, e i suoi rappresentanti principali non vanno starnazzando in giro sui media per cercare di attirare l’attenzione.
  • NO: il governo non sta “facendo finta di nulla” per permettere che l’economia non crolli. FHM sta gestendo la crisi secondo modelli che loro ritengono essere scientifici. Sono modelli basati su un’analisi della società svedese e su esperienze pregresse (come l’epidemia spagnola). Ritengono che l’approccio svedese possa, sì, risentire di un impatto maggiore nella prima fase, ma mitigare gli effetti della pandemia sulla distanza.
  • SÌ: la comunità scientifica svedese è divisa fra chi appoggia il piano di FHM e fra chi lo contesta pubblicamente. Non ho idea dei numeri, ma l’impressione non verificata è che i primi siano decisamente più dei secondi.
  • NO: non si parla di immunità di gregge. FHM ritiene che sarebbe disastroso cercare di arrivare a quel 60/70% di contagiati che rappresenterebbe il presupposto di questa immunità. Affermano invece di fare di tutto per evitare che il contagio si diffonda velocemente, abbattendo la curva dello stesso. Solo che vogliono farlo con misure che siano sostenibili per la popolazione. Anche se non detto apertamente, c’è sicuramente la paura che un lockdown porti ad un aumento esponenziale di casi di alcolismo e suicidio: quando, negli anni ‘90, ci furono licenziamenti di massa, queste casistiche esplosero. Inoltre c’è sempre il rischio che, ad un certo punto, sempre più gente inizi a violare le restrizioni. Si cerca quindi l’approccio opposto: convincere sempre più gente a restare a casa.
  • No: FHM non è Anders Tegnell. Anche se l’epidemiologo di stato è la persona più in vista, e l’uomo “immagine”, quelli dell’ente ci assicurano di essere una squadra di scienziati che lavora assieme nel prendere le decisioni. Visto il modello orizzontale tipico del lavoro in Svezia, non mi sento di contraddire questa affermazione.
  • SÌ: al momento i numeri sono molto peggiori, ad esempio, di quelli della vicina Norvegia, che invece ha adottato misure di quarantena. FHM afferma che, analizzando i dati in loro possesso, la differenza più grande fra i due paesi sembra essere nei decessi fra i residenti delle case di riposo. Soprattutto a Stoccolma, queste si sono rivelate essere essere delle bombe ad orologeria, dove, una volta entrato il virus, ha iniziato a fare stragi. Per ammissione di Tegnell, non si sa cosa abbia funzionato meglio in Norvegia al riguardo, e stanno cercando di capirlo.
  • NO: la situazione globale dei morti non è, in proporzione, peggiore che in Italia. Mettendo a confronto i decessi dal primo rispettivo giorno (quantomeno secondo i dati ufficiali dell’ECDC) si vede che, nei periodi equivalenti, la Svezia ha numeri leggermente migliori. Siamo nel trentesimo giorno dal primo decesso e siamo attualmente a quota 793 decessi, corrispondenti a 4739 con la popolazione rapportata a quella italiana. Nello stesso periodo, in Italia, ci sono stati 5476 decessi. L’andamento è comunque molto simile, ed è da vedere se, in mancanza di misure restrittive, questo rapporto si confermerà o meno.
    Rapporto decessi Italia-Svezia
    (EDIT: l’amico Emanuele, che ringrazio, mi ha fatto notare che, utilizzando i numeri dei ministeri anziché quelli dell’ECDC, c’è un leggero sfasamento delle curve, per cui la situazione sarebbe lievemente peggiore in Svezia. Il discorso non cambia più di tanto: gli andamenti restano comunque molto simili. Avevo visto girare curve decisamente più sballate che mostravano una situazione decisamente peggiore per la Svezia. Al momento non è così).
  • SÌ: anche nella Contea di Stoccolma ci sono grosse differenze di numeri, a seconda delle differenti aree: si è notato che le cifre sono molto peggiori nelle aree in cui vivono cittadini di origine extracomunitaria, come Rinkeby. In particolare, ci sono stati parecchi decessi nella comunità somalo-svedese. Si ritiene che la cosa sia dovuta alle differenti condizioni e usanze sociali, sia al fatto che la gran parte della comunicazione sia stata effettuata, da principio, in lingua svedese.
  • SÌ: FHM vede qualcosa di positivo nella situazione attuale. Affermano che la crescita sarebbe al momento stabile e non esponenziale; si ritiene, quindi, che si stia riuscendo a tenere la situazione sotto controllo. In particolare, la curva dei nuovi contagi avrebbe negli ultimi giorni raggiunto un plateau, e questo fa loro ritenere che il sistema sanitario riuscirà a reggere l’impatto della crisi. Chi vivrà (letteralmente) vedrà.

 

Spero che questo aiuti a chiarire molte idee su quello che sta succedendo qui.
Già che ci sono, ne approfitto per riportare alcune interviste che ho fatto in questo periodo, per chi abbia voglia di perdere tempo a vedere la mia brutta faccia:

Patrimonio Italiano TV – 5 Marzo


Casabresi (Mario Calabresi) – 29 Marzo

 

Radio Cusano TV – 3 Aprile

 

Onda TV – 8 Aprile

La scienza non è democratica

Ho alzato bandiera bianca.

Sono stato uno dei più accesi detrattori delle scelte (o mancanza di) del governo svedese o delle dichiarazioni dell’epidemiologo di stato Anders Tegnell nei primi giorni della crisi. Mi sono iscritto a gruppi di Facebook in cui si chiedeva il siluramento di Tegnell. Ho anche aiutato mia moglie a mettere in piedi una petizione a Stefan Löfven perché si convincesse a mettere il paese in quarantena proattiva.

Mi sono infervorato in discussioni sui social network con amici e conoscenti, tutta gente che, in buona fede come me, cercava di portare il suo piccolo contributo alla discussione, se non a cercare di risolvere la situazione.

Ho visto gente incazzata col mondo, frustrata e terrorizzata. Tutte reazioni comprensibili, e posso dirlo senza ipocrisie, dato che erano a tutti gli effetti identiche alle mie.

Se anche qui c’è una fetta importante della popolazione, guidata dal direttore del quotidiano Dagens Nyheter Peter Wolodarski e da una parte importante della comunità scientifica, che non condivide le scelte effettuate, nell’infuriare della discussione, un contributo in particolare mi ha aperto gli occhi.

Si è trattato di un’intervista alla nota batteriologa Agnes Wold che, criticando la massa di influencer che attaccavano Tegnell e il governo, ha usato parole del tipo: “Bisogna stare a sentire chi queste cose le ha studiate” e “è assurdo che certe pressioni arrivino da gente che, probabilmente, non conosce la differenza fra un virus e un batterio”. Una variazione soft di quel mantra “la scienza non è democratica” che è un caposaldo del mio modo di pensare.

E a quel punto ho capito che dovevo stare zitto.

Perché, in fondo, cosa so io di come si combatte una pandemia? Niente, zero, ingenting, rien, nada, nothing.

Certo, posso cercare di informarmi, leggere e condividere le informazioni degli studiosi che la pensano come me, o le raccomandazioni dell’OMS. Ma, alla fine, si tratterebbe, da parte mia, di un puro e semplice ricorso all’autorità, che è sempre una fallacia logica se usata per contestare qualcuno che ne sa più di me su un argomento. Il governo svedese ha scelto di mettersi totalmente nelle mani degli scienziati che fanno parte di Folkhälsomyndigheten (equivalente del nostro Istituto Superiore di Sanità), e la realtà è che io non ho alle spalle studi o le conoscenze che mi permettano di contestare le loro scelte e decisioni. Se non, eventualmente, a posteriori.

Perché la scienza non è democratica.

Sia chiaro: continuo ad informarmi, seppure con una frequenza giornaliera ridotta rispetto a prima, quando mi ero praticamente esposto a un flusso continuo di notizie in tre, se non più, lingue. Continuo a farmi le mie idee. Ma mi sono chiamato fuori da ogni discussione sull’argomento coronavirus. Ho ridotto la mia partecipazione sui social network del 90%, cosa che è solo positiva per il mio morale: fondamentalmente mi sto limitando a partecipare a una manciata di gruppi in cui si parli di cose attinenti ai miei interessi (musica, storia urbanistica di Genova). Gruppi di evasione.

Perché non ne potevo più di essere uno di quelli costantemente incazzati col mondo, frustrati e terrorizzati. Ora leggo più libri, ascolto più musica e mi godo di più la vita nell’autoimposta quarantena.

A questo punto potremo solo attendere e vedere cosa succederà e capire se il governo e quelli di Folkhälsomyndigheten passeranno alla storia come geni assoluti o folli irresponsabili. Temo la seconda, posso solo sperare nella prima.

La vita in Svezia ai tempi del Coronavirus

Mi si chiede “e lì la situazione com’è?”, e sinceramente non ho una risposta semplice.
Il motivo è che la situazione non è ancora drammatica, ma che probabilmente lo diventerà anche per la lentezza del governo e delle istituzioni svedesi nel capire la gravità del problema.

Non si capisce se ci sia una grande arroganza da parte di chi gestisce la sanità svedese (e sia chiaro che non ne sono un grande detrattore, a differenza di buona parte dei connazionali che vivono qui) nell’affrontare la situazione, o se si stia cercando di limitare il panico dando spiegazioni troppo rassicuranti per essere credibili a chi ha informazioni costanti su quello che succede da altre parti. L’ipotesi è che comunque siamo nel primo caso.
E a dare manforte a questa ipotesi, mentre da diverso tempo il governo ci assicura che la Svezia è assolutamente in grado di affrontare l’emergenza, diversi virologi ed esperti ci dicono che non è così (ecco un paio di post sull’argomento per chi si voglia cimentare con un traduttore automatico:  1 e 2).


Una figura molto controversa in questi giorni è quella di Anders Tegnell, l’epidemiologo di stato (titolo ufficiale) della Folkhälsomyndigheten (Autorità della salute pubblica): Tegnell prima ha banalizzato il problema, poi si è lasciato andare a dichiarazioni contradditorie che hanno generano solo confusione.
Personalmente sono rimasto estremamente perplesso, a leggere giovedì sera un’intervista sul Dagens Nyheter  (diciamo l’equivalente svedese del Corriere Della Sera), in cui diceva che il numero di casi di coronavirus in Svezia poteva aveva raggiunto il culmine e che presto ci sarebbe stato un calo della quantità di svedesi infettati. La mattina dopo la notizia era stata corretta con “numero di casi di importazione” e di “svedesi infettati all’estero”. Ora, non so sinceramente dire se la confusione sia stata generata dal quotidiano o dall’epidemiologo, ma, in ogni caso, anche la seconda versione è molto dubbia.

Ieri sera, Tegnell ha ammesso di essere stato “un po’ troppo ottimista”, e che il calo arriverà invece lunedì (oggi) o martedi. Vedremo.

Se la Folkhälsomyndigheten è un ente non politico, la parte puramente politica non sembra essere molto meglio.
Ancora il 3 marzo, il ministro degli affari sociali Lena Hallengren diceva in un’intervista che non sarebbero stati fatti investimenti particolari per aumentare le risorse necessarie ad affrontare l’emergenza: “non ci sono più ore di lavoro, più personale e più posti di quelli che abbiamo”. In pratica l’intenzione era solo quella di riallocare le risorse esistenti, riducendo, ad esempio, le operazioni non necessarie. Nel resto del mondo si costruiscono ospedali, si allestiscono postazioni di emergenza, si fanno assunzioni di massa e la Svezia, che è il paese EU con il minor numero di posti d’ospedale percentuali e ha già grosse difficoltà a gestire l’ordinario, pensa di riuscire a cavarsela con quello che si ha. Per capirci: ci sono 2.2 posti letto per mille abitanti, contro i 3.18 dell’Italia e gli 8 della Germania (fonte: OECD per via di Expressen).
Anche in una conferenza stampa del governo (il cui link non riesco più a trovare), si diceva, in pratica “abbiamo sentito le regioni (qui la sanità è in gran parte devoluta) e sappiamo di essere pronti a gestire l’emergenza”.

Negli ultimi giorni pare che sia leggermente mutato l’atteggiamento, ma non ne ho ancora la certezza, visto che non ci sono ancora grandi dichiarazioni sull’argomento.

I casi finora registrati sono relativamente pochi (203 e nessun morto a ieri), ma c’è da dire che, fino ancora a pochi giorni fa, ottenere un tampone era molto difficile: bisognava essere stati in una delle zone del mondo più interessate dal problema (o in contatto non occasionale con una persona che lo avesse fatto) avere sintomi acuti. Anche così, a quanto pare, molte persone sono state rimbalzate quando hanno contattato il numero sanitario nazionale 1177. Da qualche giorno, si dice che tutte le persone con polmonite verranno testate, ma in generale pare che ci sia una certa discrepanza fra quello che viene detto e quello che viene effettivamente fatto.
Per ora, la maggior parte della prevenzione si è basata sul tracciare i contatti e i percorsi delle persone che si sono rilevate positive. Basterà?

Anche a livello di iniziative volte a prevenire i contatti sociali, non ho visto queste grandi iniziative. Qualche scuola è stata chiusa, ma non molto più che questo. Ha fatto un po’ di scalpore il fatto che si sia deciso di tenere la finale del Melodifestival di fronte al numeroso pubblico della Friends Arena, mentre nella vicina Danimarca si è optato, per la manifestazione equivalente, per le porte chiuse. Come ha scritto l’opinionista del DN Peter Wolodarski, “La Danimarca non rischia e annulla tutti i grandi eventi pubblici. Ma in Svezia sembra che crediamo che al virus importi se siamo gentili gli uni con gli altri ed evitiamo di tossire. Ci ritroviamo tutti nonostante tutto alla Friends Arena.”

Se poi volete chiedere a me cosa pensa “la gente” della situazione, cascate male: sto lavorando da casa il più possibile e cercare di limitare al massimo i contatti sociali e facendo anche la spesa a domicilio. Quindi non so dire se i centri commerciali siano pieni, o quanta gente ci sia generalmente in giro.

Certo, qualcosa si può dire: la Svezia ha una densità molto bassa e qui siamo più abituati a mantenere le distanze da chi ci sta attorno e a seguire le direttive governative, quindi c’è una possibilità che il virus si diffonda meno che da altre parti. Ma l’impressione che stiamo per prendere una grande, enorme facciata, c’è, e non è esattamente rassicurante. Mandateci un bell’i vargens mun!

 

Cose che hanno del surreale

Foto ufficiale dal sito del Parlamento svedese
Foto ufficiale dal sito del Parlamento svedese
A Malmö la criminalità è ormai completamente fuori controllo.
Gli ultimi avvenimenti nel giro di pochi giorni sono stati: un dipendente comunale cui hanno sparato mentre spargeva sale nel Parco di Pilldamm di prima mattina, una donna violentata di sera nel parcheggio del centro commerciale Mobilia (in orario di apertura), un tipo ucciso ieri nel tardo pomeriggio in piena Möllevångstorget (una piazza centrale, molto viva e frequentata) vicino ad un ristorante.
Polisen non è assolutamente in grado di gestire l’emergenza, che le è da tempo sfuggita di mano.
Oggi attendevamo con ansia la visita del ministro degli interni.
Ecco, sapete cosa è riuscito a fare questo signore, il socialdemocratico Anders Ygemans?

È riuscito a prendersela con i cittadini poco responsabili che si fanno tagliare i capelli per 50 corone.

Se la cosa non avesse del tragico, ci sarebbe di che ridere.

 

Cose che in Italia non succedono 

Foto da Wikipedia di Frankie Fouganthin, rilasciata su licenza CC
Foto da Wikipedia di Frankie Fouganthin, rilasciata su licenza CC
Dopo una serata a Copenaghen, al suo ritorno in Svezia, il  ministro dell’istruzione Aida Hadžialić viene beccata alla guida dalla polizia con una percentuale di alcool troppo alta nel sangue. Il valore è lo 0,2 ‰, esattamente la quota limite per cui già si viola la legge svedese sulla questione. 

Il giorno dopo (oggi), il ministro si dimette. Impensabile da altre parti. 


Aida Hadzialic (S) körde bil med alkohol i blodet – och togs av polisen för rattfylleri. Nu avgår hon som gymnasie- och kunskapslyftsminister. – Jag vill ta ansvar för det jag har…

Source: Ministern togs för rattfylleri – avgår | Nyheter | Aftonbladet

Simboli del…

Il partito dei Liberali, già Partito Popolare, ha presentato ieri il suo nuovo logo. Fra l’ilarità generale. 

Il commento migliore? “Duro come la pietra. Rasato a nuovo. Neo-liberale”

Liberalerna

Marcus Birro e Mehmet Kaplan: di pranzi e cene

L'articolo di Aftondbladet che raccontò dell'incidente diplomatico fra Birro, allora scrittore di Expressen, e l'ambasciata italiana.
L’articolo di Aftondbladet che raccontò dell’incidente diplomatico fra Birro, allora scrittore del diffuso tabloid Expressen, e l’ambasciata italiana.

Marcus Birro è un giornalista e scrittore italo-svedese. Autore di popolari libri e serie tv, grande appassionato ed esperto di calcio, è noto pure per non avere paura ad esporsi anche in maniera non sempre diplomatica.
Nel 2012, un suo articolo su Expressen, in cui affermava che i politici italiani sono tutti in qualche modo collusi con la mafia, causa un piccolo incidente diplomatico con l’Italia, che coinvolge anche l’allora ambasciatore Stefano Persiani (che alla fine dovrà scusarsi con Birro per avere reagito in maniera esagerata). Ma i veri problemi iniziano nel novembre 2014, a seguito di un podacast pubblicato sul sito di estrema destra Exponerat in cui Marcus si permette, cosa che nella politically correct Svezia è quasi un tabu, di criticare l’islam. Birro viene immediatamente crocifisso da gran parte della rete, minacciato di morte, e finisce con il perdere il posto ad Expressen, ufficialmente per avere criticato il quotidiano. Poco meno di un paio di mesi dopo, il secondo evento di questa storia: per dimostrare di avere fatto bene a cacciare Birro, Expressen pubblica una notizia “sconvolgente”. Il giornalista viene pescato in un “pranzo segreto” assieme a due rappresentanti di Sverige Demokraterna, il partito di “estrema destra” (in realtà, come dico spesso, su posizioni ufficiali più moderate rispetto a quelle di un Salvini qualunque). E poco importa che il pranzo sia avvenuto assolutamente alla luce del sole in un ristorante frequentato da giornalisti e politici della città vecchia: per molti questa riunione “segreta” è solo la conferma del razzismo di Marcus, che ora perde anche il posto di redattore del blog dedicato al calcio italiano “Solo Calcio” e diventa un “paria” rinnegato da molti amici e colleghi. Reazione esagerata? A mio avviso nella maniera più assoluta: pur avendo opinioni politiche diverse, trovo che Birro sia tutto fuorché un esagitato estremista o razzista.

Ma andiamo oltre.

Mehmet Kaplan è il Ministro dello Sviluppo Urbano.  È il primo ministro svedese ad essere un musulmano praticante, è stato il leader e fondatore di più associazioni musulmane ed appartiene al partito dei Verdi, al governo dalle elezioni del 2014. Kaplan è una figura controversa: poco prima di diventare ministro afferma che i jihadisti che vanno a combattere in Siria sono come gli Svedesi che andarono a combattere in Finlandia durante la Guerra d’Inverno (dirà poi di essere stato frainteso e di avere scelto male le proprie parole). Molte delle critiche che gli arrivano addosso, però, non giungono dalla destra, ma anche dalle comunità di immigrati e dai suoi alleati di governo. Per i kurdi, gli armeni e anche per molti turchi progressisti, Kaplan è nulla più che un lacchè del presidente turco Erdoğan e la chiave di grimaldello per fare affermare la sua politica anche in Europa, nonché un islamista in maschera. Fra i detrattori di Kaplan, c’è ad esempio l’ex parlamentare socialdemocratica Nalin Pekgul, che non ha esitazioni ad utilizzare il termine “islamista”. Per gli estimatori, come il responsabile dei Verdi, Gustav Fridolin, invece, Kaplan è un democratico, progressista e femminista, una persona di cui fidarsi.

Keplen con la moglie. Foto ddi Johan Fredriksson, pubblicata su Wikimedia su licenza Creative Common
Keplen con la moglie.
Foto di Johan Fredriksson, pubblicata su Wikimedia con licenza Creative Common

Ma per Kaplan è un momento difficile: il 14 aprile Aftonbladet ha pubblicato le foto di una cena di fine Ramadan in cui il ministro si è ritrovato a sedere a fianco di persone decisamente scomode, come esponenti dei Lupi Grigi turchi, un gruppo responsabile di atti di terrorismo, e con Barbaros Leylani: un tipino per bene noto per avere tenuto comizi in Sergels Torg (la piazza principale di Stoccolma) in cui invitava i turchi a svegliarsi e uccidere “quei cani degli armeni”. Kaplan, si è appurato, ha anche incontrato a più riprese gli esponenti dell’organizzazione di estrema destra Milli Görüs, un gruppo islamico-fascista con base in Turchia.

Inutile dire che queste situazioni hanno fatto scalpore, scuotendo non poco quella stessa maggioranza in cui crescono i malumori verso il ministro. Kaplan si è difeso dicendo che alla cena è stato invitato, e che non poteva sapere chi sarebbero stati gli altri ospiti, mentre deve essere “tollerante” nei confronti di Milli Görüs in quanto rappresentanti di una parte della minoranza turca in Svezia. Nonostante le polemiche (esterne ed interne alla maggioranza), Fridolin resta deciso nel difendere Kaplan. In queste ore, però, sempre più elementi oscuri emergono dal passato del ministro, incluso un discorso del 2009 in cui paragonava Israele ai nazisti (cosa che ha immediatamente fatto scattare le proteste dell’ambasciatore israeliano). Kaplan resta per ora al suo posto, ma in un paese in cui ci si dimette per scandali molto minori, il sospetto è che abbia i giorni contati.

Fra le voci più forti nel chiedere le dimissioni c’è, ovviamente, quella di Marcus Birro, che si chiede apertamente se Kaplan sarà punito in maniera tanto dura quanto lo è stato lui, che ha perso amici e lavoro per un pranzo con rappresentanti di uno dei partiti più votati di Svezia.
Per Stefan Löfven una Kobayashi Maru senza via di uscita. Se, come è lecito attendersi, Kaplan perderà il posto, sarà un’ulteriore porta che si chiuderà nei confronti di quella comunità islamica che, come sempre, ritiene di non avere alcuna reale possibilità di integrazione nella società svedese. Ma permettere al ministro di continuare sarebbe, chiaramente, una follia.

AGGIORNAMENTO: In una conferenza stampa del 18 aprile, ore 12:30, Stefan Löfven ha annunciato le dimissioni di Kaplan.

 

Gay pride ecclesiastico e gay pride xenofobo

Non discriminareIn questi giorni siamo in piene celebrazioni Pride da parte della Chiesa. Già, avete capito bene: la Chiesa è, ovviamente, quella svedese, di stampo protestante-luterano.
La cosa non è certo una novità: la Svenska Kyrkan è da tempo aperta non solo alle donne, ma anche a tutti i rappresentanti LGBT. Stoccolma ha per vescovo una signora gay già dal 2009 e, in generale, non è impossibile di ritrovarsi a che fare con un prete trans o apertamente omosessuale.

Il motto del pride di questi giorni, basato sulla Lettera di Giacomo, capitolo 2 verso 1, è “Non discriminare le persone, e la Chiesa ha allestito un sito web speciale dedicato all’evento.

Se il nodo centrale è Stoccolma, anche le altre parrocchie nazionali non si sono astenute: ad esempio, la Chiesa di San Pietro a Malmö sta organizzando una serie di “eventi arcobaleno”, illustrati sul proprio profilo Facebook, mentre un tappeto multicolore ha adornato, in questi giorni, la chiesa di San Nicola ad Örebro 

Un Pride decisamente più controverso, almeno qui in Svezia, è quello organizzato dal partito xenofobo Sverigedemokraterna. Solitamente contrario ad ogni riconoscimento dei diritti LGBT, e comunque non benvenuto alle celebrazioni Pride ufficiali, il partito ha organizzato delle proprie celebrazioni gay in un paio di förort, le cittadine di periferia (o, se vogliamo, le cosiddette città ghetto) abitate per lo più da musulmani: l’intento è ovviamente di provocare, dal momento che le comunità islamiche sono fra le più chiuse e contrarie ai diritti dei gay. L’obiettivo è di dimostrare che gli immigrati sono fra coloro che più si oppongono fra i valori di tolleranza svedesi. Le manifestazioni non hanno avuto successo in termini di partecipazione (come prevedibile: le associazioni LGBT non vedono di buon occhio SD), ma sicuramente hanno ottenuto un grande eco mediatico: si tratterà di una sincera apertura da parte del più conservatore dei partiti, o semplicemente una mossa di puro opportunismo? La seconda è decisamente l’opzione più probabile. 

Il Sindaco non c’è! (…o quasi)

Una delle cose che più distanzia l’amministrazione della cosa pubblica svedese da quella italiana, è che qui spesso non avviene, allo stesso modo, la focalizzazione del potere su singole persone.  La cosa si è evidenzia al massimo nella gestione della città. Per farla breve e semplice, qui in Svezia il sindaco non esiste. Dal 1971, infatti, la figura del borgmästare è starta definivitamente abolita, e il compito di amministrare la città lasciato ad una giunta di “assessori” (kommunalråd) eletti dal consiglio comunale, ognuno con competenze specifiche, senza che ci sia una singola persona ad essere responsabile di tutto. Nei comuni più piccoli il numero di kommunalråd può essere di anche solo due o persino una persona, ma, chiaramente, si va a salire nelle città più grandi.  Già storicamente la figura del borgomastro non era necessariamente univoca: soprattutto nelle città più grandi capitava che ci fosse un borgomastro magistrato (responsabile della giustizia locale) ed uno politico (equivalente del nostro sindaco, appunto). In casi particolari si è arrivato ad avere anche quattro borgomastri nella stessa città.

Karin Wanngård, capo coalizione di centrosinistra, e ora
Karin Wanngård, capo coalizione di centrosinistra, e ora “sindaco” di Stoccolma. Foto di Frankie Fouganthin presa da Wikipedia

Come dicevamo, dal 1971, la figura del sindaco non esiste più, almeno legalmente. In molti casi, però, i comuni continuano ad utilizzare il titolo in forma puramente rappresentativa, per mantenere contatti con l’estero o partecipare a funzioni ed eventi pubblici. Non essendoci una legge  al riguardo, ogni comune fa un po’ come gli pare: il “borgmästare” può essere ad esempio il presidente del consiglio comunale o uno (o più, eventualmente anche a turno) degli assessori della giunta. Spesso è anche il leader locale del partito vincitore delle elezioni. Ad esempio, dopo le elezioni del 2014, il titolo di borgomastro di Stoccolma è stato assegnato a Karin Wanngård, kommunalråd alle finanze e già capo delle forze locali di centrosinistra durante le elezioni. Si tratta, però, per l’appunto, di un titolo non ufficiale e puramente rappresentativo, senza alcun valore legale o altro.

Nelle occasioni ufficiali, la persona con l’incarico di sindaco indossa la catena della città: ecco quella di Trelleborg. Foto di Erik Roman su licenza Creative Common

Al riguardo del se questo sistema sia migliore o peggiore di quello italiano, ormai quasi “presidenziale”, ognuno avrà le sue opinioni: da un lato, l’assenza di una singola persona ufficialmente responsabile dell’amministrazione può dare al cittadino la sensazione di avere a che fare con un apparato puramente burocratico, dall’altro si evita la personalizzazione della politica, con tutti gli aspetti negativi che la cosa porta.

L’Accordo di Dicembre: niente elezioni a Marzo!

Come scritto poche settimane fa, il 29 dicembre ci sarebbe stato, da parte del primo ministro Stefan Löfven, l’annuncio ufficiale dello scioglimento delle camere, per indire, per la prima volta in cinquant’anni, delle elezioni anticipate.

Invece, non se ne farà nulla.

In questi giorni, i due grandi blocchi (i Rossoverdi e l’Alleanza) hanno infatti tenuto fitti colloqui per risolvere la crisi. In una grande conferenza che ha riunito tutti i partiti del parlamento, esclusi Sverigedemokraterna e la Sinistra, è stato appena annunciato quello che è stato definito come Decemberöverenskommelsen, l’Accordo di Dicembre.

Questo accordo porterà a questa situazione:

  • i due gruppi non si pesteranno i piedi: in primavera ci sarà una nuova votazione sul budget, e l’Alleanza si asterrà. La cosa permetterà al budget di centrosinistra di passare.
  • ci sarà un cambio delle regole. Dal momento che, con l’ingresso in Parlamento dell’estrema destra, il sistema proporzionale puro non garantisce più governabilità, si troverà un sistema per permettere ad un governo di minoranza di poter durare.

L’accordo è stato accolto con molta soddisfazione dalle due parti e, con più moderazione, anche dalla Sinistra, che appoggerà il nuovo budget primaverile.
Meno contenti, ovviamente, i Demokraterna, che hanno annunciato una mozione di sfiducia verso il governo. Inutile dire che non passerà.

Cosa c’è dietro quello che in Italia verrebbe chiamato “inciucio”? L’aspetto fondamentale è quello della governabilità: gli svedesi hanno sempre voluto (e avuto) una situazione di stabilità. Qui è praticamente un dogma: si accetta la vittoria degli altri, si protesta, ma li si lascia governare, nel rispetto delle regole democratiche.
Più realisticamente, c’è poi la paura che i Demokraterna continuino a fare il pieno di voti, confermandosi forza di ricatto che possa pregiudicare il governo di ciascuna delle due parti.
I due grandi blocchi hanno annunciato di avere trovato un accordo sulle politiche dell’immigrazione, ed è da vedere se questo contribuirà a ridurre il successo dell’estrema destra.
Ne riparleremo, però, fra quattro anni.

Non poteva durare

Come previsto, il neonato governo minoritario di centro sinistra, non è durato e, per la prima volta in cinquant’anni la Svezia andrà incontro a delle rielezioni lampo.

Cosa è successo? Prima di tutto bisogna capire come funziona il sistema del budget di governo. Semplificando di molto le cose, alla fine di ogni anno le differenti forze politiche propongono il loro budget per l’anno a venire, che stabilisce quanto soldi verranno stanziati e, in linea di massima, in quali campi. Una cosa simile alla Finanziaria italiana, con la differenza fondamentale che ogni coalizione propone la sua.

Il sistema svedese, basato su un proporzionale con sbarramento, funzionava bene finché i grandi gruppi erano due ma, ora che sono tre (con gli Sverigedemokraterna a fare da ago della bilancia), tutto è diventato molto più instabile.
E, quello che è successo è questo: il partito di estrema destra ha “violato” la regola non scritta per cui una forza politica o vota il budget della propria colizione o si astiene. Dando il loro appoggio al budget dell’Alleanza di centrodestra, che diventa così maggioritario, hanno messo nei guai il governo socialdemocratico.

Löfven, si è ritrovato di fronte a scelte difficili: governare per come possibile con gli stanziamenti decisi dall’opposizione; rielaborare profondamente la propria proposta per renderla appetibile anche ad alcune forze di centrodestra in una sorta di Große Koalition alla tedesca o (orrore!) negoziare con gli Sverigedemokraterna. Vista la forte convinzione nella necessità di fare riforme che rinforzino il welfare, ha deciso invece di rischiare il tutto per tutto e provare a conquistare una maggioranza più solida a marzo, facendo cadere il parlamento (come da sua prerogativa). Il 29 dicembre ci dovrebbe essere l’annuncio ufficiale delle nuove elezioni.

Inutile dire che, come in tutte le situazioni simili, è partito il prevedibile teatrino delle accuse: l’Alleanza è stata accusata di irresponsabilità di fronte ad una situazione difficile che pregiudicherà la stabilità del paese; i Demokraterna di essere i soliti razzisti che badano solo a quello che interessa a loro; Löfven stesso (un sindacalista con poca esperienza politica ad alto livello) di essere un intransigente purista che ha rotto ogni dialogo con l’opposizione; SD dice che non si asterrà mai di fronte ad un governo che comprenda anche i Verdi e che non faccia abbastanza sforzi per ridurre i costi dell’immigrazione.

Ma che senso ha la scelta di Löfven? E se a marzo si presenterà lo stesso scenario? Löfven spera di no, per una serie di motivi.
Da un lato conta nel fatto che gli svedesi ritengano le proposte dei socialdemocratici effettivamente necessarie; dall’altro conta di un indebolimento dei Demokraterna, tacciati come forza irresponsabile (in Svezia le crisi di governo sono una cosa seria), e privi del loro leader carismatico Jimmie Åkesson, al momento fuori dalla vita politica a causa di un esaurimento nervoso. Il suo vicario, il più rude, Mattias Karlsson potrebbe non avere la stessa capacità di convincere gli elettori meno estremisti.
Una scommessa all’insegna del purismo, quindi: se pagherà è tutto da vedere!

Di elezioni, mancate (?) elezioni e atti di guerra

Come preannunciato qualche giorno fa, torno ad avere un ruolo più attivo sul blog, cominciando con un piccolo riassunto di alcune cose importanti di questi giorni.

Con colpevole ritardo, vi racconto della mia prima esperienza come elettore svedese con cittadinanza. Per la prima volta, infatti, lo scorso settembre ho potuto votare non solo per le amministrative, ma anche per il Parlamento.
Rispetto a quanto scritto in passato per altre consultazioni, è cambiata solo una cosa: ho votato in anticipo. In Svezia, infatti, è possibile decidere di andare a votare per parecchi giorni, prima del giorno effettivo delle elezioni. Il mio voto è avvenuto il 12 settembre, nel centro commerciale di Caroli. L’unica differenza rispetto al passato (vedi anche il mio primo post sulle elezioni) è appunto questa: per il resto, assolutamente uguali il senso di informalità e apparente mancanza di segretezza (ho persino espresso il voto in una cabina senza tendina, perché non avevo voglia di aspettare che se ne liberasse un’altra).
Del risultato, forse avrete saputo: dopo otto anni di centrodestra, hanno vinto i Socialdemocratici, ma con una maggioranza decisamente minore rispetto alle europee di primavera. Il primo passo è stato di scaricare i compagni del Partito della Sinistra per formare un governo (di minoranza, come il precedente) con i soli Verdi, più flessibile e disposto a negoziare con i partiti di centro.
I veri protagonisti delle elezioni sono, però, i soliti Sverigedemokraterna, ormai divenuti il terzo partito di Svezia. Questa vittoria sembra però essere costata cara a Jimmie Åkesson, che pochi giorni fa si è sospeso a tempo indeterminato dalla guida del partito per via di un esaurimento nervoso.
Per il nuovo primo ministro Stefan Löfven si preannunciano però tempi duri: mentre il suo predecessore Reinfeldt aveva potuto contare spesso sull’appoggio esterno di Sverigedemokraterna, per lui non sarà così.

Decisamente più sfortunata, a quanto pare, l’esperienza elettorale italiana legata ai Comites. Questi ultimi, originariamente istituiti a metà anni ’80, sono un’istituzione che ha assunto via via un’importanza sempre maggiore a seguito dei tagli sulle spese di rappresentanza consolare e allo smantellamento di buona parte dei consolati. In pratica, un modo del governo per risparmiare, affidando a cittadini non retribuiti il compito di fare da intermediario fra gli altri cittadini e i consolati. Il problema è che la procedura per costituire una lista per le elezioni dei comitati ha dell’assurdo, se pensiamo che siano nel 2014. In pratica, cento persone devono firmare di fronte al console o suo rappresentare sottoscrivendo la lista di candidati. Ora, viste le questioni geografiche, la scarsa disponibilità dei consoli e la poca informazione, questa impresa è parecchio difficile, e il risultato è che la FAIS ha dovuto rinunciare a presentare la sua lista. Non so, a questo punto, se qualcun altro riuscirà a farlo: in assenza di liste non si tengono le elezioni, ed ecco che gli Italiani in Svezia finirebbero col non avere un loro comitato di cittadini.
Oltre al danno (una rete consolare pessima), la beffa.

Infine, chiudiamo con la grande notizia di questi giorni. L’esigua Marina Militare svedese è interamente impiegata da venerdì pomeriggio in una grande operazione di intercettazione fra i fiordi dell’arcipelago di Stoccolma. Pare che una “potenza straniera” abbia infatti inviato dei sottomarini a fare operazioni nei fondali svedesi. Forse una semplice provocazione, forse un intervento per rimpiazzare, aggiornare o riparare le armi e dispositivi di spionaggio che si sospetta essere segretamente installati dai tempi della guerra fredda. Una delle cose degne di nota è il codice deontologico della stampa: dato che non c’è una conferma ufficiale, anche se è chiaro a tutti di chi si tratti, il nome della “potenza straniera” non viene quasi mai riportato apertamente, se non con trucchetti vari (del tipo “i giornali russi non fanno nome della Russia negli articoli sulla caccia al sottomarino”). Dopo diverse provocazioni coi caccia e addirittura una simulazione di attacco nucleare, pare che lo Zar ci stia prendendo gusto e, sicuramente, nei prossimi mesi si riaccenderà il dibattito fra la minoranza che vorrebbe la Svezia nella NATO e chi spinge per ricostruire un esercito e una marina degne di questo nome.

Da DN.se
Da DN.se

Voto Europeo

Per la seconda volta da quando sono qui, la prima da quando sono cittadino svedese, domenica ho votato a delle elezioni in Svezia.
L’essere cittadino, per una volta, non ha implicato cambiamenti sostanziali: tutti i cittadini europei che risiedono qui potevano infatti decidere se votare per una lista del proprio paese d’origine (in locali allestiti dai consolati) o per una lista svedese.
L’unica differenza è che chi è senza la cittadinanza doveva esplicitamente iscriversi alle liste elettorali locali (rispondendo a un modulo inviato a casa) mentre noi abbiamo ricevuto automaticamente l’opportunità di farlo in entrambe le modalità. Ovviamente, in osservanza al principio “una testa un voto” votare per entrambi i sistemi è un reato, quindi bisognava guardarsi bene dal farlo.
Io, come molti altri residenti, ho scelto di votare “da svedese”: non solo era più pratico, ma mi sono risparmiato un certo senso di orrido.

Il mio certificato elettorale riportava le indicazioni sulla scuola in cui votare oltre alle istruzioni su cosa fare nel caso non sia possibile andare a votare nel giorno stabilito.
Sì, perché, cosa molto conveniente, volendo si poteva votare in anticipo in alcuni centri preposti, già a partire dal sette maggio. L’affluenza complessiva è stata, alla fine, decisamente buona, superiore al 50%: forse il fatto di considerarla una prova generale per settembre ha aiutato.

In coda per il voto anticipato al centro commerciale Triangeln
In coda per il voto anticipato al centro commerciale Triangeln

In una Svezia che è concentrata sulle elezioni nazionali di settembre, la campagna per le Europee ha preso piede veramente solo nelle ultime settimane. Al momento l’approvazione degli svedesi per l’UE è minima, e l’interesse di molti per queste consultazioni era scarso.
Se alcuni partiti minori radicali hanno invitato apertamente al boicottaggio delle elezioni, non presentandosi, altre forze dichiaratamente anti Unione Europea, come gli ex comunisti del Vänsterpartiet o i nazionalisti degli Sverige Demokraterna, hanno deciso di esserci per imporre la propria linea in quel di Strasburgo.
Una nota positiva della campagna elettorale è sempre l’atteggiamento della stampa: mai deferente o compiacente e il più delle volte pronta a fare domande vere ai candidati.

Le schede elettorali prestampate. Notare le professioni. Pochissimi politici a tempo pieno.
Le schede elettorali prestampate. Notare le professioni. Pochissimi politici a tempo pieno.

Domenica nel tardo pomeriggio mi sono recato al seggio. A quattro anni e 650 km di distanza, poco è cambiato rispetto alla mia precedente esperienza: ambiente rilassato, niente forze dell’ordine a vista, “cabine” elettorali che sono dei semplici trespoli, schede elettorali prestampate che si possono prendere liberamente da un banchetto o che vengono distribuite da volontari (quasi in assenza di segretezza del voto), e tanti piccoli particolari che rendono tutto più tranquillo rispetto alle più tese situazioni italiane. Avendo già descritto tutto quattro anni fa, non vi tedio con le ripetizioni e vi rimando direttamente all’articolo che scrissi allora.

I risultati sono stati quelli che più o meno ci si attendeva, anche se il crollo dei Moderati e della loro maggioranza è stato davvero clamoroso. Bene il centrosinistra, mentre, dall’altra parte, si è purtroppo rinforzato il ruolo dei Democratici Svedesi. La novità di questa tornata è rappresentata da Iniziativa Femminista, che ha conquistato un seggio, mentre il Partito Pirata (che aveva fatto scalpore alle elezioni precedenti) questa volta non ce l’ha fatta.
Se i numeri saranno confermati alle prossime elezioni, probabilmente a settembre avremo un governo a guida socialdemocratica, con l’appoggio (esterno o interno) del Vänsterpartiet, dei Verdi e di almeno uno fra il Partito Popolare Liberale ed Iniziativa Femminista.
Ne riparleremo in autunno.

Portieri

Per motivi a me assolutamente sconosciuti, in Svezia i prestanome si chiamano målvakt, lo stesso termine che viene utilizzato per indicare i portieri di calcio o hockey: immagino che il termine sia una metafora per indicare la protezione finale dalle autorità o delle forze dell’ordine, ma la mia è solo un ipotesi cui non ho trovato conferma.
Se pensate che il fenomeno sia tipicamente nostrano, vi sbagliate di brutto: vi basti pensare che a Malmö un auto su dieci è intestata ad un bilmålvaktare, per cifre impressionanti che fanno scalpore oltre a danneggiare notevolmente l’economia comunale.

målvakt

L’articolo di Sydsvenskan parla chiaro: su 140.463 auto, 14.137 sono falsamente intestate. In termini economici, vuol dire che il comune di Malmö non riesce ad incassare 42 milioni di corone all’anno (quasi 5 milioni di euro) fra multe e tasse.
I prestanome sono, ovviamente, ufficialmente nullatenenti e la cosa rende, almeno ad oggi, il sistema di recupero crediti totalmente inefficace; se buona parte di loro sono sicuramente sbandati che accettano di intestarsi l’auto per pochi soldi, altri hanno messo in piedi un vero e proprio business “nero” con sistemi di noleggio evidentemente fruttuosi.
I loro nomi sono assolutamente noti e vengono pubblicati regolarmente dai giornali in classifiche imbarazzanti, che evidenziano come ci siano persone che devono, in multe e tasse automobilistiche, oltre 8 milioni di corone. Il fatto che, poi, nessuna di queste persone abbia un nome esattamente “svedese” fa solo il gioco degli anti-immigrazione, che trovano piacere nel gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali.
Anche perché non è solo una questione economica, ma di sicurezza: avere in giro così tante auto, per lo più non assicurate, il cui reale proprietario non è rintracciabile è sicuramente un problema. Non a caso, il fenomeno è anche citato in uno degli episodi della da me tanto apprezzata serie Bron.

Ancora ad oggi, le autorità possono fare ben poco: di recente, uno dei prestanome più attivi, un tipo che nel giro di due anni si è visto intestare (per poi rivendere immediatamente dopo brevi periodi di noleggio) oltre 1800 auto è stato condannato a sei mesi di prigione, una pena considerata da tutti decisamente mite (visto anche il regime morbidissimo delle carceri locali).

Qualcosa sta però per cambiare: una nuova legge, che ha richiesto cinque anni (!) di preparazione, prevede che, a partire da maggio, le autorità comunali avranno il potere di rimuovere le auto in normale divieto di sosta, se il proprietario ha multe e tasse automobilistiche non pagate per grosse quantità di denaro. Dopo tre mesi dal sequestro, in caso di mancato pagamento, le auto potranno poi essere vendute all’asta da Kronofogden per ripianere i debiti. Qualcosa si sta decidendo anche al riguardo di ipoteche sulle auto stesse, per fare in modo che le auto possano essere sequestrate anche dopo essere state vendute.
Tutto bene, quindi? Quasi. Il capo del gatukontoret (l’ufficio comunale che si occupa della gestione delle vie cittadine) di Malmö lamenta di non avere assolutamente idea di come mettere in pratica la legge e di dovere discutere al riguardo con Kronofogden. Posso immaginare che la discussione verterà sugli spazi per ospitare le auto sequestrate, il personale e i costi per le operazioni di rimozione… insomma, anche ai politici e gli amministratori svedesi piace avere la vita semplice e poche spese da gestire! 😀