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Stiamo bene!

Non date retta ai giornali italiani (o, comunque, non svedesi). Stanotte non c’è stata alcuna “notte di terrore a Malmö”. Ci sono stati un paio di casi di cronaca nera, come ce ne sono tanti altri in questa città, a quel che sembra pure scollegati fra loro. 

Quindi, le aspettative della stampa che spera in attentati e terrorismo per aumentare vendite e clic devono puntare in un’altra direzione. 

Siamo in una botte di ferro!

Se a volte vi disperate per l’incompetenza delle autorità italiane, consolatevi: quelle svedesi possono essere anche peggio.
L’antefatto di questa storia sono, purtroppo, i tristi eventi di Parigi. Come potete immaginare, anche in Svezia il livello di guardia è stato elevato per rispondere alla minaccia terroristica.
Giovedi 18 novembre, in una grande conferenza stampa, la Säpo (Polizia per la Sicurezza interna, ovvero i servizi segreti) annuncia di essere in caccia di un pericoloso terrorista, entrato in Svezia da un paio di settimane dopo essere stato a combattere per Daesh (lo chiarisco una volta per tutte: da questo momento in poi non mi vedrete mai usare IS, ISIS o Califfato). Il nome e l’identikit non vengono però passati al pubblico. 

Il giorno dopo, il tabloid Expressen pubblica il nome della persona e una sua foto sfuocata, ottenuti in maniera anonima da una fonte interna alla polizia.
La foto e il nome vengono diffusi da tutti i siti web: una signora riconosce il sospetto su un autobus e informa la polizia. A quel punto parte l’operazione di cattura, che avviene nel centro rifugiati di Boliden (Skellefteå).
Il sospetto viene prima interrogato in loco, e poi trasferito a Stoccolma.

Ora… durante le investigazioni giornalistiche ci si comincia a rendere conto di qualcosa. Il ragazzo era registrato presso Migrationsverket da settembre, e risiede nel suo appartamento regolarmente. Ha anche il nome sulla porta. Ha un profilo Facebook con foto di qualità decente, molto migliori di quella sfuocata che era stata fornita alla polizia.

La domanda che tutti si sono posti è stata ovviamente: ma era proprio necessario fare una conferenza stampa, aumentare il panico a livello nazionale e scatenare la polizia del paese in una caccia all’uomo, quando bastava controllare con Migrationsverket l’indirizzo della persona? Ed era il caso di dare alla polizia una sola foto sfuocata, quando bastava andare sul suo profilo Facebook e scaricarne di molto migliori?

La risposta di Säpo non si è fatta attendere…un messaggio su Twitter della responsabile stampa che dice:

Il lavoro di investigazione consiste in molto più che il profilo Facebook e la targhetta col nome sulla porta. Säpo e la Polizia hanno valutato le informazioni raccolte e agito di conseguenza.

Säpo

Insomma, una meravigliosa non-risposta!

Pensate che la storia finisca qui? Non proprio: diversi criminologi ed esperti sollevano dubbi sul comportamento del giovane, che non è quello di chi sia braccato. Perché non è fuggito? Perché non si è armato? Perché ha continuato a vivere normalmente come prima? Un genio del sangue freddo?
Qualcuno va in Iraq ad intervistare il padre, e questo casca dalle nuvole, negando ogni radicalizzazione nella sorpresa più totale. “L’ho mandato io in Svezia, nella speranza che si faccia una vita migliore”.

Oggi, dopo l’interrogatorio, il ragazzo è stato rilasciato, e tutte le accuse nei suoi confronti sono cadute.
Siamo in una botte di ferro!