La riforma del Tu

Avvocato? Dottore? In Svezia scordatevi di sentire la gente chiamata con l’equivalente di questi termini. Da queste parti non esistono infatti concetti come dare “del lei” (o del voi), né la formula all’inglese di chiamare per cognome o nome a seconda che si voglia proferire o meno rispetto. E non esiste neanche la formula di chiamare le altre persone con il proprio titolo professionale (“Venga, Dottore!”, “Buongiorno avvocato!”).
Da queste parti il Dirett. Farabutt. Gran Figl. di Putt. Avv. Lars Petersson sarà per tutti, anche per il più umile impiegato dell’azienda, semplicemente Lars.

È una rivoluzione che ha preso piedi molto velocemente nel corso degli anni ’60, e che qui viene chiamata Du-reformen, la riforma del tu.

Il nuovo sistema è stato in primis una risposta ai cambiamenti culturali, ma ha anche risolto un grosso problema pratico.
Per esprimere rispetto, infatti, non ci si dava del lei o del voi, ma si utilizzava una formula arzigogolata in terza persona, che richiedeva sempre l’utilizzo del titolo e del cognome (“Cosa ne pensa l’Avvocato Ohlsonn?”, “La Signora Petersson desidera qualcosa in particolare?”).
Una formula di questo tipo andava bene fino a che si viveva in piccoli borghi dove tutti conoscevano tutti, ma potete immaginare l’imbarazzo di una cassiera del supermercato della grande città moderna…

La rivoluzione prese quindi piede molto velocemente e, a partire dalla fine degli anni ’60, tutti, in Svezia, si chiamano per nome senza troppi salamelecchi. I titoli sono rimasti solo in pochissimi ambiti: ad esempio quello militare, alcune rare occasioni in Parlamento (ma fuori dall’aula nessuno è “onorevole”) e quando ci si rivolge ufficialmente ai reali (sembra che, al di fuori delle situazioni pubbliche, anche i Bernadotte preferiscano essere chiamati per nome).
A partire dagli anni ’80 qualche giovane svedese che non ha vissuto i giorni della riforma ha importato dall’estero, magari dopo aver viaggiato o studiato altre lingue, l’uso del ni (“voi”), ma è comunque un utilizzo molto circoscritto che può capitare di sentir rivolto a persone anziane in ristoranti o boutique particolari. La cosa curiosa è che non è detto che l’anziano gradisca: storicamente il ni si utilizzava per le persone di rango inferiore, come la servitù, cui non si dovevano ne l’onore del titolo né la confidenza del “tu”.

In generale il sistema svedese mi piace parecchio. È vero che anche in Italia, anche in grandi aziende, hanno preso piede, col tempo, modi di comunicazione meno formali: nelle ultime due aziende in cui ho lavorato, ad esempio, anche il Grande Capo veniva chiamato per nome. Direi però che il titolo, l’utilizzo di salamelecchi e persino il semplice “lei” sono probabilmente metodi che esprimono un rispetto solo formale quando non una forma di servilismo fantozziano.
Magari possiamo farne a meno anche nello Stivale…

10 risposte a “La riforma del Tu

  1. Io adoro il fatto di poter dare del tu a tutti!
    In università, in particolare, è una manna dal cielo!🙂

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  2. Io mi accorgo che sto perdendo l’uso del “lei” anche in italiano… mi viene sempre piú naturale dare del “tu” a tutti…

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  3. Se provassi a intrudurlo in grande stile qui in Germania, finirei per direttisma in un ospedale psichiatrico🙂

    Già in molti ambienti vengo guardato strano quando, se voglio esprimere rispetto, uso solo “signor” o “signora”, rifiutandomi categoricamente di usa titoli (accademici, nobiliari, militari o altro che siano).

    Vero che il tu qui sembra più diffuso che in Italia… ma quante cerimonie e giri di valzer prima di poterlo proporre o sentirselo proporre. E guai, a meno che il tuo interlocutore non sia decisamente più giovane di te, usarlo spontaneamente senza prima chiedere il permesso!

    Saluti,

    Mauro.

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  4. Io ho intervistato Amelia Adamo (la fondatrice delle riviste Amelia, Tara e M-Magazine). Lei è venuta qui piccolissima ma parla italiano quasi perfettamente. Commentando le differenze tra italiani e svedesi ha detto: “Gli italiani sempre a dire ‘avvocato’, ‘dottore’, ‘ingegnere’…Siete un po’…. come si dice…. siete un po’…. leccaculo?”.

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  5. In effetti, il vizio di chiamare la gente col proprio titolo professionale è molto italiano (e l’ho sempre trovato abbastanza odioso, sembra quasi che si senta il dovere di dire al mondo “ehi, guarda, io ho questo pezzo di carta e quindi sono per forza più bravo di te!”, e lo dico da possessore di uno di quei pezzi di carta…), ed è un’usanza di cui faccio volentieri a meno (tranne quando mi arrivano mail di lavoro col classico “gentilissimo Dott.”, lì ci si adegua). Al contrario, per quanto lavorare in università mi permetta di dare del tu praticamente a tutti, proprio non riesco a non dare del lei a persone che reputo comunque degne di un certo rispetto (può essere il decano che è massimo esperto mondiale di quel campo, come il semplice anziano a cui cedo il posto in autobus).

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  6. Anche io adoro questo modo di fare. Ho lasciato l’Italia nell’ambiente medico universitario in cui il titolo crea imbarazzi notevoli. Faccio qualche esempio: bisogna dare del lei alle infermiere, purché non siano troppo giovani, in tal caso si incazzano perché si sentono trattate come vecchie. Dare del “professore” ad un “semplice dottore” è ridicolo, ma dare del “dottore” ad un prof è l’ottavo peccato capitale… e così via!

    Il rispetto (che poi è lo stile svedese), lo si mostra nel modo di esporsi, senza dover per forza costringersi in formalità. Ho amici stranieri che ritengono che mi esprimo in modo più garbato dei miei colleghi svedesi ed entrambi diamo del tu, il kroppspråk e le scelte linguistiche fanno il resto.

    Detto questo, io oltre ad aver perso il “lei” in Italia ho anche perso il “buongiorno”, “salve” etc… “hej!” a tutti, il che è imbarazzante🙂

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  7. Antonio di Carpegna

    Per carità… meglio il lei, i titoli accademici e i titoli nobiliari!

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