Sognando di bere Ramlösa

A volte bisogna raccontare storie che possono sembrare più grandi di noi. Cosa pensate che vi ritroverete a sognare di fare il giorno in cui sarete debilitati sia fisicamente che psicologicamente ad un livello che non avreste mai ritenuto possibile?

Ecco, in questi giorni ho scoperto che il mio sogno, martellante per ogni instante, è di potere bere una grande fresca bottiglia di Ramlösa, la deliziosa acqua frizzante oligominerale che negli ultimi anni ha accompagnato molti miei pasti (e non solo).

(diritti dei rispettivi proprietari)

E sia chiaro che non sono qui a fare un post marchetta: avrebbe potuto essere la Fanta Lemon Zero o una delle tante birre artigianali svedesi che adoro e che non posso più bere, ma la mia psiche ha deciso che debba essere Ramlösa, e quindi Ramlösa sia.

Questa è una storia che inizia martedì 21 luglio, pochi giorni prima di quello che doveva essere il nostro viaggio verso l’amato borgo di Pioraco, nelle Marche. Da qualche settimana ero infastidito da un dente infiammato e finalmente, quel 21 luglio, mi ero deciso di andare dalla dentista a sistemarlo. Pensavo ad un ascesso, o a qualche conseguenza di un dente del giudizio.

Non era un ascesso.

La dentista si limita a guardarmi in bocca e dire: “qui non posso toccare niente, serve una biopsia”, e ovviamente potrete immaginare le sensazioni di fronte a queste parole.

Siamo a fine luglio, periodo in cui tutto in Svezia è chiuso, e anche l’accesso alla pratiche sanitarie è rallentato. La dentista mi dice che manderà una remiss ultraurgente all’ospedale, ma che ci potrà volere un paio di giorni in più rispetto al solito, per via del personale ridotto.

Appena arrivato a casa, dopo l’abbraccio rituale con Helena (che informo subito della shoccante notizia) attivo anche l’assicurazione privata fornitami da Qlik, che in teoria dovrebbe essere più veloce: mi fanno incontrare un medico il giorno dopo, che a sua volta manda un remiss. Beh, la via senza assicurazione è più celere, e il 28 luglio ho un appuntamento con un dentista dell’Ospedale Universitario Karolinska.

Il Karolinska è l’ospedale principale di Stoccolma e il secondo più grande di Svezia: qualche anno fa è stato in buona traslocato in un nuovo grande spettacolare complesso moderno, con costi stratosferici esplosi ben oltre le cifre inizialmente previste. Ovviamente le polemiche non sono mancate, ma, onestamente, ne è valsa la pena: la struttura è davvero accogliente e, prima di andare in reparto, non sembra neppure di essere entrati in un ospedale. Per questioni di privacy, non posso pubblicare foto dello spettacolare salone principale, ma potete trovare diverse gallerie autorizzate online.

Bene… il 28 luglio incontro questo dentista, che mi preleva due frammenti di tessuto per delle biopsie. Sul posto mi fanno anche delle radiografie per determinare l’impatto sulla mandibola. A quel punto, bisognerà solo aspettare il risultato delle biopsie.

E il risultato arriva, il 4 agosto. Il dentista mi chiama per informarmi che è tutto a posto, che è solo un infiammazione, e mi fissa un appuntamento per rimuovere i denti coinvolti. Urrà!

Urrà?

Sembra davvero tutto troppo bello, e infatti lo è. Ora… non so dire se il dentista si fosse dimenticato di avere preso due campioni, o se effettivamente è arrivato un risultato più approfondito, fatto sta che la sera dopo, mentre siamo fuori a festeggiare e decidere cosa fare delle nostre vacanze, arriva una seconda chiamata. E con questa il gelo vero: è un carcinoma spinocellulare. La grande C, quella malattia che speri sempre sia più lontana possibile da te.

Dopo la spiacevole situazione con il dentista, la macchina del Karolinska si mette in moto molto velocemente. Il 10 agosto incontro il primario di otorinolaringoiatra, Björn, che mi spiega la situazione: sarà un’operazione lunga e complessa. Dato che l’osso della mandibola è intaccato, me ne dovranno rimuovere una buona parte. Verrà sostituita da una parte di perone, un osso che, a quanto pare, è fondamentalmente una ridondanza del corpo umano: si può tranquillamente camminare senza. Assieme all’osso mi estrarranno dalla gamba la parte di tessuto circostante per impiantarla in bocca (lembo). Mi sento subito come l’uomo da sei centesimi di euro: ”lo possiamo ricostruire, abbiamo la tecnologia…”

Per rendere tutto ancora più simpatico, nelle prime settimane, al fine di evitare rischi da gonfiori, respirerò attraverso un buco nella trachea ed una cannula, mentre l’alimentazione avverrà tramite sondino nel naso. Una volta terminata questa fase, sarò mandato a casa, e quando l’impianto con lembo sarà guarito, arriveranno sei settimane di radioterapia.

La cosa più importante, però, sono le parole di Björn: ”Ovviamente non lo posso garantire, ma ritengo che sia totalmente curabile”.

Dopo una prima TAC, che non riscontra la presenza di metastasi, mi viene assegnato anche un oncologo, Einar, che mi seguirà nella fase immediatamente precedente all’operazione e poi, nel periodo a seguire. Mi vengono anche assegnate delle infermiere di contatto, sia pare la parte di otorinolaringoiatria che per quella oncologica. Per qualunque dubbio o problema, posso chiamare loro.

Una delle cose che funzionano molto bene è il sistema digitale di comunicazione: viene fatto tutto tramite un app che si chiama Alltid Öppet (”sempre aperto”) tramite la quale mi arrivano tutte le convocazioni per esami ed appuntamenti.

Dopo una discussione e una conferenza che vedono coinvolti anche un chirurgo plastico e un chirurgo maxillofacciale decidiamo assieme il piano di come procedere. Sì, assieme, perché la scelta è mia: posso farmi operare subito, o fare precedere l’operazione da due sessioni di immunoterapia, per fare sì che il sistema immunitario cominci a combattere il cancro. Mi viene detto che questa soluzione offre statisticamente risultati migliori, quindi… fidiamoci delle statistiche! Il 20 agosto, a 15 giorni esatti dalla diagnosi, inizio la terapia. La seconda sessione si terrà dopo tre settimane, il 10 settembre. In questa occasione conoscerò Roberto, simpatico infermiere di Pescara che sarà anche la persona che mi inserirà il catetere PICC il giorno prima dell’operazione.

Ora, l’immunoterapia ha effetti collaterali noti, come infiammare ulteriormente la zona del tumore. Negli ultimi giorni mi ritrovo con la faccia gonfia e sono costretto a cibarmi solo di zuppe. Chissà quando potrò tornare a mangiare cibo normale.

Dopo un ulteriore incontro con il primario e con una giovane anestesista, il 21 settembre è il fatidico giorno in cui entro in quella che sarà la mia casa per i giorni a venire: decimo piano (ma i primi due sono sotterranei), stanza numero 11, con televisione e bagno in camera. Ho visto stanze d’albergo peggiori.

La sera doccia, ripetuta la mattina dopo. È il 22 settembre, ed è l’ora dell’operazione.

Il mio letto viene trasferito attraverso i differenti corridoi aerei del Karolinska, cosa che mi fa apprezzare ancora di più il modo interconnesso in cui l’ospedale è stato costruito.

Arrivato alla soglia della sala operatoria incontro nuovamente la giovane anestesista: sarà lei a condurmi nel mondo di Morfeo. Mi chiede se ho del metallo da qualche parte nel corpo, e la risposta sarebbe troppo complicata. Iron Maiden e Judas Priest non si offenderanno, quindi dico no. La sala è qualcosa di incredibile: spaziosa, avveniristica, con grandi luci. Mi sembra quasi di essere su un set di Star Tr…

È buio. Sento delle voci. Qualcuno chiama il mio nome. Attorno a me sento rumori, macchinari che bippano, strani jingles, il suono di un ecodoppler.

È di nuovo buio. Una persona mi dice che c’è Helena al telefono che mi vuole salutare. Sento la sua voce, mi riempie di gioia, sorrido.

Sono nel reparto post operatorio, ed è qui che cominciano le visioni. Visioni di Ramlösa. Perché la sete è di gran lunga la parte peggiore del tutto. Non sento male, perché qui c’è una forte cultura della terapia del dolore: ti imbottiscono di antidolorifici per assicurarti che tu non senta nulla. Ma la sete è terrificante. Quello che possono fare è inumidire denti e gengive con dei bastoncini spugnosi impregnati di Vichyvatten.

Quest’ultima non è l’acqua termale proveniente dalla nota (o famigerata) cittadina francese, ma è acqua gasata arricchita di bicarbonato, prodotta a sua imitazione in Svezia sin dalla fine dell’800. La si preferisce all’acqua normale perché riduce il rischio di candida e altre infezioni di funghi. Ovviamente è quasi inevitabile che quantità minime di quest’acqua vengano inghiottite nell’operazione, a fornire un inevitabile sollievo. Ricorderò la Vichyvatten come una cara amica ed alleata… ma non è lei che sogno in ogni momento. L’ossessione diventa appunto la Ramlösa, l’acqua gasata proveniente dal suggestivo sobborgo di Elsimburgo, che comincio a sognare in qualunque momento, di veglia e sonno. Non chiedetemi perché: è una fase di allucinazioni, quando chiudo gli occhi mi immagino che ci siano persone tutte attorno a me, a controllare quei dispositivi che bippano come sulla plancia dell’Enterprise. Appena li riapro, mi rendo conto che sono solo. E voglioso di Ramlösa. Tanta fresca, goduriosa Ramlösa.

In questa fase comincio anche ad apprezzare l’umanità di alcune delle persone che mi circondano. Come Sirin, l’undersköterska di Bangkok che mi accudisce come una mamma nelle due notti passate nel reparto post-op. Persona incredibile per dedizione.

Dopo due notti in cui vengo controllato e monitorato ad ogni ora, vengo rimandato al reparto, alla mia stanza numero 11. E la tortura dell’essere tracheostomizzato continua: niente acqua e cibo, solo tutto via sondino… cosa che peraltro è massacrante. Nelle due ore e mezzo in cui mi viene fornito ogni pasto (tre volte al giorno), divento stanchissimo, spossato. Forse anche per questo sono una persona che divora i suoi pasti in pochi minuti: non sono fatto per la lunga distanza.

In questa fase apprezzo l’organizzazione dell’ospedale: ad ogni turno ti vengono assegnati una sjuksköterska (infermiera) e un’undersköterska (equivalente dell’OSS italiana), con compiti al 90% sovrapponibili. L’infermiera é pero formalmente responsabile, mentre la USK ha certi incarichi in delega. La cosa interessante è che spesso la USK ha più esperienza del suo “capo”, che magari ha 20 anni di meno, e in questo caso è interessante studiare le dinamiche. Diverse USK sono in realtà infermiere provenienti da paesi asiatici, che aspettano di vedersi riconoscere la qualifica professionale in Svezia. Ma in generale non c’è snobismo, anche le infermiere non mancano di fare tutto quello che è necessario quando è il loro momento. In qualunque momento posso premere il pulsante rosso che ho a fianco del letto e qualcuno viene ad aiutarmi, anche per le cose più banali.

Anche qui mi ritrovo con un’umanità diversa: da persone semplicemente gentili e professionali a chi ha fatto davvero del suo lavoro una missione. “Mamme” che ti fanno sentire qualcosa di più che un sacco di carne e pus. In generale, a parte una persona particolarmente imbranata, non mi posso lamentare di nessuno, e ci sono diverse persone che mi porterò nel cuore: Fariba e Masi dall’Iran, Noor dal Pakistan, Rasitha dall’India, Yorda dall’Etiopia, Crina dalla Romania, Fatima da non so dove, Mark svedese di origine sudamericana, il simpatico Lars da Malmberget, Ioanna da chissà dove, Irina dall’Ucraina, Magdalena dalla Polonia, Aikaterini e Andriana dalla Grecia, le svedesi Tora, Moa, Sara, e diverse altre persone di cui non sono riuscito a segnarmi il nome. Quasi tutte donne, motivo per cui mi utilizzo i termini al femminile, ma anche qualche maschio, perché è giusto così.

Venerdì 9 ottobre sono stato finalmente detracheostomizzato, in ritardo rispetto ai piani iniziali per complicazioni dovute all’apnea del sonno, e ho potuto iniziare a mangiare cibo (per quanto in forma semisolida) e bere l’acqua. Presto ritornerò a casa.

E la Ramlösa? Per evitare di stressare il lembo aspetterò ancora qualche giorno. E poi sarà festa, anche se la convalescenza sarà ancora molto lunga, con mezza faccia gonfia come un melone e la radio da venire. Ma ne usciremo.

Di anziani e terapia intensiva negata

 

Ha fatto decisamente scalpore, negli ultimi giorni, la notizia per cui nella civile Svezia verrebbe negata la terapia intensiva agli anziani sopra gli ottanta anni e anche a quelli di età più bassa in caso di condizioni preesistenti.

Cosa c’è di vero?

Il documento che è circolato, pubblicato dal quotidiano Aftonbladet, è sicuramente un documento vero del Karolinska, e non è stato smentito da nessuno. Il documento parla chiaramente di distinzione in base all’età biologica (che non è quella anagrafica, ma questo è un altro discorso) e di condizioni significative preesistenti agli organi.

Indicazioni generali per la terapia intensiva:

  • Il paziente non si oppone alla terapia intensiva
  • La sopravvivenza e il recupero vengono giudicati probabili in relazione al livello funzionale abituale e la situazione complessiva di malattia
  • Assenza di un’altra malattia con aspettativa di vita più corta di 6-12 mesi
  • Età biologica inferiore ad 80 anni
  • Età biologica compresa fra i 70 e i 80 con compromissione significativa di al massimo un apparato di organi
  • Età biologica compresa fra i 60 e i 70 con compromissione significativa di al massimo due apparati di organi

Nel documento viene specificato cosa si intende per età biologica e che questa può essere quindi “più bassa o più alta di quella anagrafica”.
Il documento è basato sui principi della pubblicazione “Principi nazionali per la prioritarizzazione della terapia intensiva in situazioni straordinarie”.

 

Documento interno dell'ospedale universitario Karolinska
Il documento interno dell’ospedale universitario Karolinska

 

Riassumendo: ad un settantanovenne (facciamo finta che non ci sia differenza fra età biologica e anagrafica) in buone condizioni di salute ma con problemi al cuore, la terapia intensiva non deve essere negata. La stessa cosa ad un sessantanovenne con problemi a due apparati. 

La spiegazione del Karolinska è stata affidata ad un comunicato stampa:

Seguiamo le direttive nazionali e i principi di prioritarizzazione della terapia intensiva di Socialstyrensen. Non è l’età anagrafica ma quella biologica che conta nella scelta dei pazienti per la terapia intensiva. La prioritarizzazione medica parte sempre dalla prognosi che il paziente superi la terapia intensiva e si riprenda. Non dobbiamo sottoporre i pazienti ad una terapia molto dura se la prognosi non motivi la cosa.

Il documento è stato rilasciato negli ultimi giorni, quindi all’acuirsi della situazione, ma quasi sicuramente linee simili sono state seguite sin dall’inizio. Il dubbio l’avevo avuto già il 24 marzo leggendo un articolo del Dagens Nyheter.

Dal dn.se

L’età media delle 136 persone che finora sono state trattate in un reparto di terapia intensiva è di 63 anni. (…)

Una ragione per il fatto che l’età media è relativamente bassa è che molti anziani e molte persone con più malattie hanno difficoltà a superare la terapia intensiva.

Degli svedesi che sono morti di covid-19, una grande maggioranza non è mai passata per la terapia intensiva. Secondo il registro svedese della terapia intensiva, due persone trattate in terapia intensive sono morte, ma le statistiche non sono aggiornate e il numero esatto sarà probabilmente fornito nei prossimi giorni.

Quindi, la giustificazione che viene fornita è quella di volere evitare un accanimento terapeutico su persone che si ritiene non essere in grado di cavarsela.

In un commento sulla pagina Facebook collegata a questo blog, Francesco di Un Infermiere in Svezia mi ha confermato che il protocollo è stato applicato sin dall’inizio:

Francesco Vaccarezza

D’altronde, sia come detto da Francesco, sia come confermatomi da fonti interne affidabili, anche in Italia, almeno in determinati momenti e determinate località, si sono applicate linee guida simili (e sia chiaro che non mi interessa fare polemica al riguardo: se avete informazioni diverse mi va benissimo).

Infine, possiamo dare un’occhiata ai numeri forniti dal sito platz.se: possiamo così vedere che, almeno una piccola percentuale di ultraottantenni ha effettivamente ricevuto cure intensive. Se questa percentuale sia, dal punto di vista medico ed etico, giusta o troppo piccola, non sta a me giudicarlo. Ancora una volta mi sono limitato a riportare i fatti di cui sono a conoscenza, senza considerazioni personali sul merito.

platzse


img_6919AGGIORNAMENTO: Mi hanno passato un link in cui, effettivamente, si spiega che la situazione è cambiata nelle ultime settimane.
In pratica si spiega che, nonostante ci siano posti disponibili in terapia intensiva, si è deciso di dare un giro di vite in termini più restrittivi, per essere pronti al peggio.

Un paio di estratti:

In precedenza mettevano senza pensarci troppo gli ottantenni in terapia intensiva e ora abbiamo smesso. Un paziente ottantenne con il covid-19 non trae beneficio dalla terapia intensiva. Cinque settimane fa, più persone avrebbero ricevuto la terapia intensiva, se abbiamo stretto troppo lo vedremo a posteriori. 
Questo in pratica significa che una persona che ha 80 anni con remote probabilità, ma comunque pur sempre qualcuna, di sopravvivere ad un trattamento, non lo riceve più nonostante ci siano posti disponibili. (Johan Styrud, presidente dell’associazione dei medici di Stoccolma)


Ci sono pazienti che avrebbero ricevuto il trattamento in precedenza, ma che non lo ricevono ora?

Non sono in grado di rispondere a questo, ma è chiaro che siamo costretti a giudicare in maniera più precisa la possibilità che il paziente possa trarre giovamento dal trattamento. Questo ha anche a che vedere con il fatto che se uno ha il covid-19 ad un’età più avanzata ed ha altre condizioni precedenti, la probabilità di sopravvivere bassa, come evidenziato da studi internazionali. E a quel punto si rischia di avere ridotto le possibilità di qualcun altro. Prima del virus avevamo maggiore spazio di manovra: potevamo avviare un breve ciclo di terapia e attendere una reazione, ma ora non abbiamo più le stesse possibilità. (Björn Persson, responsabile del reparto di terapia intensiva all’ospedale universitario Karolinska)

18 mesi

Soffro di apnea nel sonno. Sono, ovvero, una di quelle persone, che, durante la notte, russa e si ritrova ad avere momenti in cui la respirazione si blocca. È un problema piuttosto comune, magari non grave, ma che sicuramente incide sulla vita di mia moglie (per il russare) e sulla mia: pur dormendo, alla mattina risulto comunque stanco.
Dopo averne parlato con il mio medico (o, meglio, con il medico che mi sono ritrovato per l’occasione al vårdcentral presso cui sono registrato), la pratica è stata passata all’ospedale dello Skåne che, dopo un mese circa di attesa, mi ha prestato, per una notte, uno di quei dispositivi che registrano un po’ di dati mentre dormi. Dopo un paio di settimane sono stato contattato nuovamente dal mio medico che mi ha detto che, sì, il problema è presente, e che la pratica sarebbe stata passata ad una clinica di Lund specializzata nei problemi del sonno.
Passa circa un mese e mezzo e mi arriva a casa la letterina della clinica: mi aspettavo una nuova kallelse (la “convocazione” per un appuntamento) e invece era una semplice comunicazione: “sei stato messo in lista di attesa per una visita da noi, il tempo medio è di 18 mesi“. Sul momento ho riso della cosa ma la sera ho dovuto chiedere conferma ad Helena, nell’ipotesi remota che avessi frainteso una sfumatura dello svedese a me completamente ignota. Ovviamente c’era nulla da fraintendere.
Inutile dire che non ci si aspetta tempi così biblici da una sanità, quella svedese, che si fa vanto, spesso a torto, della propria efficienza, ma alla fine tutto il mondo è paese. Poi d’accordo, è sicuramente una cosa che ha un impatto sulla mia vita e sulle performance giornaliera (altrimenti non ne avrei parlato col medico), ma non è una cosa gravissima. Però 18 mesi…

Multimodalt bla blaMa le mie esperienze recenti con la sanità svedesi non si fermano qui!
Da anni soffro di mal di schiena. Posso immaginare che la cosa sia dovuta all’essere l’uomo più scoordinato dell’universo… fatto sta che, già da parecchi anni, ho un problema alla spina dorsale con, in particolare, un paio di dischi non allineati. Ho sempre sopportato ma, negli ultimi mesi, forse complice l’aumento di peso, la situazione si è fatta piuttosto seria: da tempo faccio fatica stare in piedi, ed ogni passo è decisamente doloroso. Probabilmente per via di un concatenarsi di posture errate, il dolore si è propagato alle ginocchia e ai talloni (soffro ora costantemente di tendinite). Anche dormire è un problema: nonostante abbia comprato un buon letto, stare sdraiato troppo a lungo rischia di bloccarmi al mattino. Risultato – considerando anche l’apnea – sono quotidianamente uno straccio! 😀
Al vårdcentral hanno dapprima deciso che la soluzione è la chiropratica, ed in effetti sono andato più volte dai terapeuti locali, che mi hanno sempre rimesso a posto per un certo periodo. Come già detto, però, negli ultimi mesi la situazione è davvero intollerabile, e i benefici sono sempre stati di breve durata. All’ultima sessione, il chiropratico ha deciso che bisogna andare alla radice del problema: la cosa è molto positiva, ma è il “come” che mi ha lsciato sorpreso. In Italia sarei stato probabilmente indirizzato da un ortopedico, magari con delle radiografie… ma qui, nulla di tutto questo. A parte il fatto che i “raggi” ti vengono ordinati solo in casi estremi, nessuno ha mai nominato, neanche per sbaglio, un ortopedico. Sono stato incluso in un “Corso di riabilitazione con un team multimodale per il dolore” (Rehabiliteringskurs inom multimodalt smärtteam) che mi vedrà impegnato per otto settimane con un “medico del dolore” (penso la traduzione italiana di smärtläkare sia “algologo”, ma non l’ho mai sentito prima di oggi), un kurator (figura a metà fra lo psicanalista e l’assistente sociale) e un fisioterapista, che cercheranno di indagare su tutte le cause (psicologiche e motorie) alla base del problema e studieranno un percorso riabilitativo. Il programma è previsto dalla regione Skåne per tutte le persone che abbiano dolori da più mesi, e può essere effettuato in qualunque struttura lo preveda (non necessariamente nel vårdcentral in cui sono registrato, quindi).
Nei due mesi mi dovrò presentare per tre volte alla settimana al centro di riabilitazione, allenarmi, seguire le indicazioni della fisioterapista e seguire anche dei meeting serali. Il costo di tutto ciò, sarebbe, in teoria, di 160 corone (19 euro) a sessione, ma, visto che ho già sforato il limite massimo di 1100 corone annuali (130 euro circa, la quota che la regione Skåne ha stabilito come massima per persona) sarà tutto gratuito.
Per me, questo sistema è, come dicevo, sorprendente: niente radiografie, niente cortisone, niente antidolorifici (che non sia il paracetamolo, lo standard qui in Svezia) niente ortopedico. Se sarà efficace è tutto da vedere, ma devo dire di essere ottimista.
La nota positiva è che, vista la particolarità del corso di riabilitazione, è che, alla fine del corso, mi verrano rimborsate (anche se, immagino, non al 100%), tutte le ore di assenza dal lavoro necessarie al corso, al tragitto da e verso il lavoro e ad eventuali interventi chiropratici nel periodo: la cosa non è banale, dato che, per me, i permessi sono non retribuiti, e le decurtazioni sullo stipendio saranno pesanti.
Il corso inizierà il 22 aprile: ho quindi tempo per sopportare, usare antidolorifici (in occasione dell’ultimo viaggio in Italia mi sono portato dell’OKI, ma lo devo utilizzare con moderazione perché in passato mi ha dato dei leggeri problemi) e prepararmi mentalmente. 😀

In tutto ciò vi risparmio il discorso sui problemi di stomaco che ho avuto negli ultimi sei mesi (sì, a neanche 39 anni sono ufficialmente un rottame!), e che mi hanno causato non pochi fastidi: per ora sembrano in via di risoluzione, quindi vi scampate tutta la storia… 😉

In coda

Da un articolo del Corriere della Sera.

Il numeretto, quel triangolino di carta con su scritta una cifra preceduta da una lettera, ormai siamo costretti a staccarlo ovunque, anche al banco più sperduto del mercato o nel panificio di periferia. Ha un nome che la dice lunga: il tagliacode.
Chi va in giro per l’Europa, sa che quegli aggeggi esistono solo da noi. Difficile vederne, soprattutto nel Nord Europa. Insomma, noi italiani abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci metta in riga. Da soli non ne siamo capaci. Siamo geneticamente incompatibili alle code.

Eh no, caro Roberto Ferrucci: la premessa è una corbelleria bella e buona.
Il “numeretto” qui in Svezia lo usiamo, e tanto: dal banco rosticceria del supermercato alla farmacia, passando per quei Systembolaget che non hanno il selfservice, molte konditori, il pronto soccorso e tanti altri posti ancora.

Poi è verissimo: gli Italiani sono incapaci di stare in fila. Nel Bel Paese, il concetto di “coda” è stato sostituito con quello di “bolla”, e la cosa è davvero irritante per ognuno di noi quando torna nel proprio paese: soprattutto in certi contesti non è bello ritrovarsi addosso persone da ogni lato.
Questo non è però un buon motivo per fare disinformazione costruendo un articolo a partire da una premessa falsa.

Consoliamoci con il meraviglioso video del grande Bruno Bozzetto che ci racconta delle differenze fra Italiani e resto d’Europa! 😀

Di ospedali e sanità

Se in passato le mie esperienze con l’apparato sanitario svedese non erano state pienamente soddisfacenti, questa volta non posso che parlarne benissimo.
Senza entrare troppo nei dettagli, qualche settimana fa una persona a noi cara ha avuto un grave problema, di quelli per cui si rischia la vita o gravi problemi. Il panico, per noi, è stato totale, ma la risposta dell’apparato ospedaliero di Malmö è stata davvero incredibile sotto ogni punta di vista.
Già la struttura del Pronto Soccorso è qualcosa per cui vale la pena spendere qualche parola: un suggestivo e luminoso edificio futuristico a pianta circolare, ben organizzato sotto ogni punto di vista… ma, per una volta, è del personale che voglio parlare: tutto lo staff si è dimostrato molto umano e sensibile, oltre che notevolmente efficiente dal punto di vista professionale.
Ci siamo sorpresi più volte a vedere come medici ed infermieri venissero a parlarci anche solo per consolarci, con un calore che non ci saremmo aspettati. Forse conta qualcosa l’essere nella trevlig Malmö piuttosto che nella scontrosa Stoccolma, dove, generalmente, si limitano a una più cordiale professionalità e nulla più.
Anche dal punto di vista dell’efficienza, la macchina dell’ospedale ha funzionato alla perfezione: tutte le cure giuste sono state date con la massima tempestività, al punto che il problema era completamente risolto già poche ore dopo, e, nei giorni successivi, gli effetti della malattia si sono completamente riassorbiti.
Al momento la persona è ancora seguita con controlli regolari, gestiti molto bene dal punto di vista organizzativo.

L'ospedale di Malmö, foto di Jochr da Wikipedia

Di una cosa, però, ho avuto conferma in questa esperienza: di come in Svezia si deleghino molte più cose allo staff paramedico, infermieri in particolare. È un male? Visto come hanno funzionato le cose, direi proprio di no. Il medico fa le sue cose specifiche e si concentra solo su quelle, per le altre cose ci può pensare personale che, comunque, è preparato per il suo compito: lo scetticismo tutto italiano ci porta a pensare che ci sia qualcosa che non va se non è il medico (meglio ancora se il primario) persino a cambiarti la flebo. Qui, dalle visite di base alle chiacchierate su malattia, decorso, cure da seguire, si passa soprattutto per gli infermieri. Infermieri che, comunque, ti danno sempre l’impressione di sapere il fatto loro. Molti Italiani, quando arrivano nei paesi del Nord, restano inconsciamente scioccati da queste procedure. La domanda, tenuta per sé o esplicita, è sempre quella: “Ma è possibile parlare con un medico?”. Forse non ce n’è sempre bisogno?

Il pronto soccorso di sera