Hej då, Skåne! (ritorno a Stoccolma)

Sono passati oltre 13 anni da quando questioni di lavoro mie ci portarono al trasferimento in Skåne. Sono stati tredici anni intensi, non privi di difficoltà, ma che ci hanno regalato la nascita della nostra splendida Aurora, grandi emozioni e anche una crescita professionale importante in questo paese.

Ora, invece, situazioni familiari ci “costringono” a fare un passo indietro e tornare alle origini (le mie di Italiano in Svezia e quelle di Helena come svedese purosangue): abbiamo mollato quell’Österlen in cui vivevamo da oltre tre anni, e siamo tornati nei dintorni di Stoccolma. Era una decisione che avevamo preso oltre un anno fa, ma che purtroppo è stata rimandata per una grande causa di forza maggiore: l’impossibilità di vendere la nostra casa a Smedstorp. Da qualche tempo a questa parte, infatti, il mercato immobiliare è completamente fermo, danneggiato dall’inflazione che ha colpito il paese (complicata dalla svalutazione della corona) e dalla crescita dei tassi d’interesse.
Mentre un tempo vendere casa era un’operazione quasi indolore, con aste al rialzo, e tempi velocissimi, oggi i tempi sono lunghissimi, con abitazioni che restano sul mercato anche per un paio d’anni, e prezzi decisamente sotto le aspettative che in genere si risolvono con offerte al ribasso: è un ottimo mercato per chi compra, ma chi vende resta spesso bloccato. Che è esattamente quello che è successo a noi.

Dopo averci provato a lungo, ed essendo diventata la situazione non più rimandabile, abbiamo dovuto optare per una soluzione di ripiego: abbiamo affittato un appartamento a Vaxholm, una cittadina dell’area della Grande Stoccolma a circa 40 minuti di macchina dalla capitale (un’ora con i mezzi, che possono essere l’autobus o il battello). È un affitto di seconda mano, per ora senza una data di termine, ma per forza di cose non potrà essere a lungo termine.
Vaxholm è una suggestiva meta turistica, ma è anche una città viva tutto l’anno, con negozi, supermercati, scuole e persino un piccolo cinema sotto casa… una bella differenza rispetto a ciò cui ci eravamo abituati negli ultimi anni.
Aurora inizierà la scuola qui lunedì, mentre Qlik (grazie!) mi ha permesso di lavorare in una situazione ibrida andando a volte nell’ufficio di Stoccolma (nonostante non ci sia nessuno del mio dipartimento) e occasionalmente in quello di Lund. Helena, invece, proverà a trovare un lavoro da queste parti, a Vaxholm stessa o nella capitale.

Uno scorcio di Vaxholm
Il cinema sotto casa

Nel frattempo stiamo cercando di affittare a qualcuno la casa di Smedstorp, cosa non facile contando che non siamo lì a poterla mostrare: inoltre, a differenza che per gli appartamenti, non è facilissimo dare in affitto una villa per un periodo di tempo limitato (il piano, per ora, è sempre di vendere una volta che il mercato si sarà ripreso). Quindi, ora siamo nella non troppo piacevole situazione di dovere pagare mutuo e affitto, cosa che ovviamente non è esattamente sostenibile sul lungo termine. In qualche modo, ce la faremo…

Interessa?

La vita in Österlen
Ma come è stata, quindi, la vita a Smedstorp? Sicuramente diversa da come ce la saremmo aspettata quando ci siamo trasferiti nel 2021. Allora, in piena pandemia, ci era sembrata un’ottima idea andare a stare in una villa in campagna, con le mucche, i cavalli e la natura letteralmente a due passi, pur restando comunque in un villaggio servito dal treno e con la scuola a poche centinaia di metri. Col senno di poi, avremmo fatto un’altra scelta. Innanzitutto, ci siamo resi conto in fretta che in Österlen mancano molte delle comodità a cui eravamo abituati, a partire dal fatto che era necessario prendere la macchina molto più spesso del previsto, spesso per dovere andare a Malmö o Kristianstad, entrambe ad un’ora di distanza. E vi posso assicurare che fra l’essere ad un’ora da Malmö ed essere ad un’ora da Stoccolma c’è una differenza enorme. Il trasferimento, inoltre, ci aveva allontanato definitivamente da Copenaghen, che prima della pandemia era il nostro punto di riferimento in termini di “vera grande città”. Sia chiaro: negli ultimi anni non avremmo comunque potuto andare nella capitale danese troppo spesso in ogni caso anche se fossimo rimasti a Malmö, viste l’inflazione e la svalutazione della corona svedese rispetto a quella danese (quest’ultima, un “euro in incognito”) nel post-pandemia. Però era comunque una possibilità.


Nelle campagne dell’Österlen, inoltre, si è amplificata all’ennesima potenza una delle caratteristiche negative della società svedese: l’impossibilità quasi totale di fare nuovi amici. Se già è complicato nelle città, dove comunque hai la possibilità di incontrare quotidianamente gente… potete immaginare in un paesino senza centri di aggregazione (no, non c’è neppure il bar dei paesini italiani) e senza situazioni sociali importanti.
Ma il vero motivo che ci ha impedito di goderci la vita in un posto che comunque aveva tanto di idilliaco, e sicuramente tanti aspetti positivi, è stata una questione familiare: la lunga malattia dell’unica persona a noi veramente cara, appena al di fuori del nostro nucleo familiare più stretto. È stata una cupa nube sulla nostra esperienza a Smedstorp, e una volta rimasti completamente soli ci è stato chiaro che non potevamo più stare lì, considerando anche che al tempo stesso è emersa un’altra situazione familiare seria a Stoccolma che rendeva necessaria la nostra presenza frequente qui.
L’Österlen è un posto davvero meraviglioso, con cittadine e borghi splendidi. Però ci siamo resi conto che non fa per noi.

Ora il nostro futuro è nei dintorni di Stoccolma: dove abiteremo esattamente fra un paio d’anni è difficile da dire, ma è altrettanto difficile pensare che non sarà da queste parti, dove Helena ha vecchi amici e familiari, e dove ci sentiamo di appartenere..
E lasciatemelo dire: mi sono trasferito in Svezia per amore di Stoccolma, prima ancora di incontrare mia moglie, e, per me, tornare qui è anche una questione di cuore.

Stockholm i mitt hjärta!

Un mondo all’incontrario

Uno degli svantaggi del vivere in campagna è che spesso hai a che fare con persone dalla non troppo ampia apertura mentale e comprensione di ciò che sta succedendo nel mondo. Quello che però non ti aspetti è a che a presentarsi in questa maniera siano le persone che lavorano nel sistema educativo.
Ora, cominciamo con una premessa: l’inizio scolastico di Aurora non è stato dei più fortunati. Proprio in coincidenza dell’apertura dell’anno didattico, mio padre si è malato gravemente, ed è poi venuto a mancare. Quindi, fra viaggio in Italia, quarantena che ci siamo imposti (perché moglie e figlia si sono prese un forte raffreddore al rientro) ed altro ancora, Aurora ha effettivamente perso dei giorni di scuola all’inizio. Ma ha comunque recuperato in fretta (qui si procede molto lentamente, e lei sa già leggere bene), e a scuola va sempre volentieri.
Alla direzione e al personale scolastico, però, questo inizio non è andato bene, e soprattutto non va bene una cosa: Aurora è l’unica bambina a scuola a preoccuparsi di 1) indossare la mascherina 2) cercare di mantenere le distanze. E sia chiaro che non la costringiamo noi: lei è ben felice di portare la mascherina e ci tiene a non avere altri bambini incollati a lei.
All’inizio dell’anno scolastico, ancora, qualcosa per provare ad arginare la pandemia si faceva. La ginnastica si faceva all’aperto, non si faceva la doccia a scuola, le classi pranzavano separate. A nostro avviso era troppo poco, ma comunque meglio che niente. Da metà settembre, nulla di tutto ciò. Ginnastica al chiuso, Aurora obbligata condividere la doccia con un’altra bambina (!), banchi raggruppati ad isola, alunni incoraggiati a suonare a turno lo stesso strumento a fiato (!!), a massaggiarsi (!!!) Insomma: secondo la nostra scuola (che sicuramente seguirà alte direttive), la pandemia non esiste.
Il vero problema, per loro, è la mascherina. Più volte è stata invitata a togliersela dal personale docente (indecente?) perché “non ti sentiamo bene”, “ma perché la porti?”, “se fai la doccia la devi togliere”. Lei, giustamente, si rifiuta.
Poi sia chiaro, ci sono state altre assenze occasionali. Se Aurora un giorno è fortemente raffreddata o ha la temperatura alta, quel giorno non la mandiamo a scuola, in giornata la testiamo (abbiamo comprato i test rapidi salivari, che facciamo a casa) e se tutto è a posto la mandiamo il giorno dopo. Cerchiamo di avere un approccio responsabile.
Ora, da oltre una settimana Aurora ha una febbriciattola che si trascina: nulla di serio (speriamo!) ma stiamo indagando con il vårdcentral per capire cosa sia esattamente, visto che non è la prima volta che succede. La diagnosi sta prendendo più tempo del previsto perché all’inizio non eravamo sicuri che la febbre fosse una conseguenza del vaccino anti-influenzale e poi perché l’ambulatorio non ha accettato (giustamente!) il risultato del test rapido e, prima di visitarla, ha voluto il risultato di un tampone molecolare.
Bene: approfittando di questa assenza, la preside della scuola ha deciso di segnalarci ai servizi sociali. Per le assenze? Anche, ma soprattutto perché “costringiamo la bambina ad indossare una maschera a scuola”. Oggi abbiamo chiamato la responsabile dei servizi sociali per fissare un appuntamento, ma ci ha chiesto subito “ma che maschera è?” E quando le abbiamo spiegato che è una mascherina per evitare il Covid-19 si è messa a ridere, ha risposto “ma io vi capisco!” e ci ha detto che rispedirà la segnalazione al mittente. Qualcuno con cervello, in un mondo all’incontrario, c’è.

Vovve, Volvo, Villa

Si dice che il sogno di ogni famiglia svedese sia di possedere le “tre V”: vovve (cane, nella parlata dei bambini), Volvo (l’auto, ovviamente), villa (la casa indipendente). Noi abbiamo un gatto, una Dacia e una Ford, ma abbiamo appena messo una spunta sulla terza casella.

Ci siamo trasferiti a Smedstorp, comune di Tomelilla, nell’Österlen, a poco più di un’ora da Malmö. Ne parleremo più avanti!