Portieri

Per motivi a me assolutamente sconosciuti, in Svezia i prestanome si chiamano målvakt, lo stesso termine che viene utilizzato per indicare i portieri di calcio o hockey: immagino che il termine sia una metafora per indicare la protezione finale dalle autorità o delle forze dell’ordine, ma la mia è solo un ipotesi cui non ho trovato conferma.
Se pensate che il fenomeno sia tipicamente nostrano, vi sbagliate di brutto: vi basti pensare che a Malmö un auto su dieci è intestata ad un bilmålvaktare, per cifre impressionanti che fanno scalpore oltre a danneggiare notevolmente l’economia comunale.

målvakt

L’articolo di Sydsvenskan parla chiaro: su 140.463 auto, 14.137 sono falsamente intestate. In termini economici, vuol dire che il comune di Malmö non riesce ad incassare 42 milioni di corone all’anno (quasi 5 milioni di euro) fra multe e tasse.
I prestanome sono, ovviamente, ufficialmente nullatenenti e la cosa rende, almeno ad oggi, il sistema di recupero crediti totalmente inefficace; se buona parte di loro sono sicuramente sbandati che accettano di intestarsi l’auto per pochi soldi, altri hanno messo in piedi un vero e proprio business “nero” con sistemi di noleggio evidentemente fruttuosi.
I loro nomi sono assolutamente noti e vengono pubblicati regolarmente dai giornali in classifiche imbarazzanti, che evidenziano come ci siano persone che devono, in multe e tasse automobilistiche, oltre 8 milioni di corone. Il fatto che, poi, nessuna di queste persone abbia un nome esattamente “svedese” fa solo il gioco degli anti-immigrazione, che trovano piacere nel gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali.
Anche perché non è solo una questione economica, ma di sicurezza: avere in giro così tante auto, per lo più non assicurate, il cui reale proprietario non è rintracciabile è sicuramente un problema. Non a caso, il fenomeno è anche citato in uno degli episodi della da me tanto apprezzata serie Bron.

Ancora ad oggi, le autorità possono fare ben poco: di recente, uno dei prestanome più attivi, un tipo che nel giro di due anni si è visto intestare (per poi rivendere immediatamente dopo brevi periodi di noleggio) oltre 1800 auto è stato condannato a sei mesi di prigione, una pena considerata da tutti decisamente mite (visto anche il regime morbidissimo delle carceri locali).

Qualcosa sta però per cambiare: una nuova legge, che ha richiesto cinque anni (!) di preparazione, prevede che, a partire da maggio, le autorità comunali avranno il potere di rimuovere le auto in normale divieto di sosta, se il proprietario ha multe e tasse automobilistiche non pagate per grosse quantità di denaro. Dopo tre mesi dal sequestro, in caso di mancato pagamento, le auto potranno poi essere vendute all’asta da Kronofogden per ripianere i debiti. Qualcosa si sta decidendo anche al riguardo di ipoteche sulle auto stesse, per fare in modo che le auto possano essere sequestrate anche dopo essere state vendute.
Tutto bene, quindi? Quasi. Il capo del gatukontoret (l’ufficio comunale che si occupa della gestione delle vie cittadine) di Malmö lamenta di non avere assolutamente idea di come mettere in pratica la legge e di dovere discutere al riguardo con Kronofogden. Posso immaginare che la discussione verterà sugli spazi per ospitare le auto sequestrate, il personale e i costi per le operazioni di rimozione… insomma, anche ai politici e gli amministratori svedesi piace avere la vita semplice e poche spese da gestire! 😀

Il ponte

Per chi mi chiede cosa ci sia di bello da guardare sulla televisione svedese, segnalo una serie che mi ha folgorato di recente: una spettacolare coproduzione poliziesca svedo-danese intitolata Bron/Broen (“il ponte”).

Nonostante sia ambientata fra Malmö e Copenaghen, e quindi praticamente a casa mia, l’avevo inizialmente snobbata: mi era capitato di vedere uno spezzone di episodio a serie iniziata e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a qualcosa di terribilmente deprimente.
Nulla di più sbagliato! Riscoperta tramite Netflix, e vista dall’inizio, la serie ti cattura da subito con una tensione incredibile, una trama avvincente e grandi personaggi.

Bron

I protagonisti sono tre: una detective svedese fiscale ed asociale (si intuirà in fretta essere colpita dalla sindrome di Asperger), la sua controparte danese (un poliziotto amichevole e umano, ma chiaramente disastroso nella gestione della vita sentimentale) e, ovviamente, il gigantesco e silenzioso ponte di Öresund, che dà il titolo alla serie ed è teatro di molte scene cardine.
La prima stagione è davvero d’alta scuola: pochissimi effetti speciali, nessun imbellimento, suspence e colpi di scena determinanti.
La seconda ha un impatto iniziale minore (e, forse, qualche incongruenza) ma è comunque notevole nel crescendo.
In ogni caso, roba da tenerti inchiodato di fronte allo schermo!

La serie gioca talvolta sugli stereotipi delle differenze fra i rigidi svedesi e i libertini danesi, ma lo fa senza indulgervi, ed anche per questo è estremamente godibile, grazie anche all’ironia di certi dialoghi e situazioni.
In ogni caso, non aspettatevi solarità e lieto fine a tutti i costi.

L’unica cosa poco credibile di Bron è il parlato: non solo non c’è quasi traccia dello skånska, ma svedesi e danesi comunicano nella rispettiva lingua senza mai alcun problema di comprensione (salvo una scenetta nel primo episodio, messa lì per sbarazzarsi della questione).
D’altronde si è trattato praticamente di una scelta obbligata: le alternative sarebbero state di recitare in inglese (scelta fattibile ma poco “nazionale”) o moooooolto lentamente e con continue ripetizioni. Per fortuna ci sono i sottotitoli!

E, a proposito di sottotitoli, la serie è stata trasmessa dalla BBC con il titolo The Bridge, quindi si trova senza problemi con testo inglese.

Bron è talmente bella che gli americani ne hanno fatto un remake, chiamato anch’esso The Bridge e ambientato fra Texas e Messico: non l’ho visto e non ho, in tutta sincerità, troppe intenzioni di farlo; purtroppo sospetto che in Italia sia arrivato quello e non l’originale, ma forse è bene così: l’ottima interpretazione di Sofia Helin e Kim Bodnia risulterebbe probabilmente uccisa dal doppiaggio. Anche inglesi e francesi hanno fatto un remake di Bron, intitolato, con molta fantasia… (The) Tunnel.
Magari nel frattempo sarete fortunati al punto di avere un rifacimento italo-austriaco a titolo Broennero; personalmente, mi tocca aspettare fine 2015 per la terza stagione dell’originale!

Semlor

Mi rendo conto solo ora di non avere mai parlato dei semla, una delle mie delizie preferite di Svezia.
Come in Italia, anche qui non mancano i dolci stagionali, quelle prelibatezze che, chissà perché, si mangiano solo in un certo periodo dell’anno.
Se nel Bel Paese febbraio è il mese delle bugie (o chiacchiere), qui domina, per l’appunto, il semla. Impossibile andare in giro senza vedere offerte di konditori e caffè che fanno di tutto per invogliarti a rinunciare alla tua dieta.

Un semla al naturale
Un semla al naturale

A prima vista, il semla sembra essere la versione gigante di un bignè alla panna (quello che a Genova chiamiamo “cavolino“), ma ci sono alcune differenze fondamentali: la pasta è decisamente meno morbida di quella di un bignè e, sotto la panna, c’è un delizioso strato di pasta di mandorle.
In Svezia ci sono due distinte ideologie su come il semla vada mangiato: al naturale (la forma più diffusa) o hetvägg, ovvero in un piatto fondo riempito di latte caldo. In genere, chi apprezza un modo disprezza l’altro.
Personalmente non mi faccio troppi problemi, anche se devo dire di preferire decisamente la versione calda: in questo modo, il bulle si ammorbidisce e diventa ancora più buono!
Purtroppo (o, per fortuna, visto l’impatto sulla mia dieta) febbraio sta per finire: io direi un bel “basta!” a queste usanze stagionali… mangiamo semla tutto l’anno!
Un semla "hetvägg" ("hetvägg" non vuol dire "muro caldo", come molti svedesi stessi pensano, ma "brioche calda")
Un semla “hetvägg”

(non “muro caldo”, come molti svedesi stessi pensano,
ma “brioche calda”)

Caro Zlatan…

… ho visto per la prima volta ieri lo (spettacolare) spot in cui fai da testimonial di un’importante azienda automobilistica svedese.
Trovo piuttosto divertente che reciti una versione modificata dell’inno nazionale, conclusa con “voglio vivere e morire in Svezia” (anziché l’originale “nel Nord”).
Posso capire il morire, ma, se davvero avessi voluto vivere qui, potevi tranquillamente evitare di correre dietro ai super ingaggi che ti hanno offerto in tutta Europa nel corso degli anni, no? Ti lascio il beneficio del dubbio: vedremo che farai dopo il ritiro… 😀

Si cambia!

Dopo due anni e mezzo in Atea, a lavorare per Tetra Pak, da oggi inizia una nuova avventura: mi prendo il rischio di un contratto temporaneo in QlikTech, una compagnia che sviluppa software di business intelligence.
Mi occuperò di fare assistenza ai clienti per la parte server.
I motivi di questa scelta sono molteplici: voglia di cambiare, tornare a fare un lavoro più in linea con il mio livello di competenze, avere uno stipendio (decisamente) migliore.
Un bonus: pur essendo il lavoro sempre in Lund, mi risparmio un quanto d’ora a viaggio, dato che mi evito di prendere il treno.
Se la scommessa pagherà è da vedere, ma sono decisamente ottimista.
Si comincia!

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Il reato di acquisto sesso

Dato che mi è stato chiesto qualcosa al riguardo nei commenti, chiariamo come funziona la prostituzione in Svezia: ecco… la prostituzione in Svezia non funziona! Con una legge del 1999, infatti, all’epoca unica al mondo, si decise che l’acquisto di prestazioni sessuali sarebbe stato un reato. Notate bene, l’acquisto, non la vendita.
I motivi che hanno portato a questa decisione sono sostanzialmente due. Il primo è che si è stabilito che fosse questo l’unico modo efficace di diminuire la riduzione in schiavitù di essere umani nel paese: riducendo la domanda, si sarebbe inevitabilmente ridotta l’offerta. In fase di discussione si valutò l’opportunità di discernere la prostituzione volontaria da quella involontaria, ma la cosa sarebbe stata oltremodo complicata e avrebbe offerto troppe scappatoie.
A tagliare la testa al toro, arrivò il secondo punto: l’argomentazione (sicuramente discutibile, ma efficace) per cui la prostituzione, essendo figlia di un’idea patriarcale della società è, di per sé, un retaggio contrario all’eguaglianza sociale. A questo si aggiunge il fatto che, in termini prettamente numerici, la prostituzione volontaria (quando poi lo sia effettivamente) ha un ruolo assolutamente irrilevante rispetto a quella da costrizione: visto che, in ogni caso, non ci sarebbe stata la criminalizzazione di chi si prostituisce, nessun diritto sarebbe stato, in tal senso, negato.

Su queste basi, e pur in mezzo a una miriade di discussioni e contrasti interni, le forze di centrosinistra, allora al governo, proposero la Kvinnofrid/Sexköpslagen, legge che non sarebbe mai passata se non ci fosse stato l’appoggio trasversale delle donne di centrodestra, che votarono contro le indicazioni del proprio partito.
La legge, pur avendo l’intenzione di proteggere le donne, è completamente asessuata, e riguarda quindi anche la prostituzione maschile: la decisione di criminalizzare l’acquirente si basa, oltre che su un sistema dissuasore che porti alla diminuzione della domanda, sul principio che, in presenza di un reato di questo tipo, chi vende sia di per sé in condizione di svantaggio, e non debba, per questo, essere punito ulteriormente.
Gli oppositori della legge, sostenitori di modelli simili a quelli di Danimarca, Germania e Paesi Bassi, sostennero all’epoca che, con la sua adozione, la legge avrebbe solo spinto la prostituzione in clandestinità, mettendo quindi le donne in una condizione di maggiore svantaggio, oltre al fatto di considerare ingiusto uno stato che giudichi su basi morali.

Nei fatti, però, la legge ha funzionato: i governi svedesi considerano la politica sulla prostituzione un grande successo e, anche quando c’è stato il cambio della guardia fra sinistra e destra (originariamente contraria), la legge non è stata messa in discussione. Oggi, solo una piccola minoranza di uomini e una percentuale minimale di donne è favorevole ad una sua revisione. Le voci critiche, che mettono in discussione le cifre o le metodologie alla base di esse, sono sempre più isolate, anche se c’è chi afferma che, se in pochi parlano, è solo perché il proporre modifiche è ormai diventato un tabù sociale.

Pur nella difficoltà di fare tutti i controlli del caso, chi viene beccato a comprare sesso rischia guai seri: innanzitutto la sua famiglia viene informata della cosa, e ci sono poi le conseguenze penali del caso dietro l’angolo. Non so se la cosa sia cambiata di recente ma, ancora qualche anno fa, nessuno si era fatto periodi di galera, sostituiti da pene alternative. C’è sempre, in ogni caso, chi preme per un inasprimento delle punizioni.
Dal punto di vista sociale, all’italiano che venisse in Svezia, sconsiglierei seriamente di fare battute come quelle che si sentono regolarmente fra maschi (e, talvolta, anche donne) italiani: il rischio è, infatti, quello della riprovazione e dell’esclusione!

Il sistema svedese ha iniziato, col tempo, a prendere piede anche all’estero: se la libertina Danimarca continua a non volerne sapere, Norvegia e Islanda hanno seguito la strada del regno gialloblu, e una legge simile è in discussione anche nel Parlamento francese.
In Italia, qualche anno fa, il governo di centrodestra stava varando un disegno di legge che prevedeva la criminalizzazione del cliente, subito prima che si scoprisse che il Presidente del Consiglio…