La bandiera

No, non c’è in corso il mondiale di calcio, non gioca la nazionale di hockey, non siamo in edifici pubblici e non si sono riuniti gli ABBA.

Difficile crederlo, ma gli Svedesi (come la gran parte delle popolazioni mondiali, esclusi gli Italiani) espongono la bandiera nazionale senza una ragione particolare che non sia un senso di appartenenza. Per mettere sulla porta di casa la croce gialla su sfondo blu non bisogna essere di destra, né nazionalisti convinti: semplicemente la stragrande maggioranza degli Svedesi ha un senso di patriottismo “giusto”, magari talvolta un po’ ingenuo, ma che in noi italiani è decisamente assente.

In generale, gli Svedesi preferiscono sempre acquistare prodotti della propria terra (un po’ per orgoglio nazionale, un po’ perché sono sicuri che ci sono stretti controlli di qualità), sono felici di esportare aziende nel mondo e “tifano” sempre per artisti/attori/sportivi/squadre che si dovessero far valere all’estero (vedi i miei post su Zlatan). Tutto questo senza mai scendere (estrema destra a parte) nel nazionalismo becero.

Esiste anche un minimo di campanilismo (in particolare fra Stoccolma e le altre due “grandi” città Göteborg e Malmö), ma nulla di lontanamente paragonabile a quella che è la situazione italiana, dove (nel migliore dei casi) ci si schernisce fra paesi che distano dieci chilometri l’uno dall’altro. E, in ogni caso, nulla passa mai al di sopra dell’essere Svedesi.

Qualcuno disse che, fatta l’Italia, bisognava fare gli Italiani. Ecco: per molti versi, gli Italiani non esistono ancora.

In Svezia, e con gli Svedesi, nessuno si è mai posto il problema…

Jobb coaching

Ieri ho iniziato la mia seconda attività di coaching pagato da Arbetsförmedlingen, come avevo anticipato qualche tempo fa.
Ho scelto io la compagnia, e spero di aver pescato bene, perché Elan, oltre a fare jobb coaching, fa anche da agenzia interinale nel mondo IT, e la cosa potrebbe aprire delle strade.
Il mio primo incontro mi ha fatto un’impressione molto positiva: la persona con cui ho parlato è un ex tecnico, quindi si parte da una base decisamente positiva.

Ho ricevuto dei compiti a casa da fare, anche se il tempo a mia disposizione sarà meno del previsto: il secondo incontro avviene infatti, di norma, dopo due settimane… ma abbiamo deciso di anticipare il tutto ad una settimana per via della KompetensMässan: quest’ultima è una vera e propria fiera del mondo del lavoro, che si terrà il prossimo 5 ottobre.

In questa occasione, dietro presentazione di Arbetsförmedlingen, sarà possibile fare delle vere e proprie interviste al volo con un certo numero di datori di lavoro e comuni. Per molti è una vera e propria opportunità, perché, soprattutto nell’area di Stoccolma, non è ancora facile venire chiamati per interviste (per via del rapporto domanda/offerta): ci è stato detto che il lavoro viene offerto soprattutto al di fuori dell’area della capitale, ma che Arbetsförmedlingen potrebbe offrire assistenza per traslochi (per me fuori discussione, al momento) o viaggi da pendolare.

Vedremo…

Il voto

Ieri ho avuto modo di votare per la prima volta in Svezia: come già detto, ho potuto partecipare solo alle elezioni “amministrative” e non a quelle per il parlamento, ma ho fatto comunque il mio dovere.

Cosa ho potuto notare?
Innanzitutto come tutto sembri più rilassato e meno formale rispetto all’Italia: in un paese che non ha avuto un regime fascista o gli anni di piombo (anche se non dobbiamo dimenticare gli omicidi di due importanti leader, seppur per ragioni differenti), c’è sicuramente molta meno tensione sociale.
Al seggio non c’erano, ad esempio, forze di polizia visibili. Non posso escludere che fossero lì in incognito, però già il non vederle rende tutto più tranquillo.

Anche la questione della segretezza del voto, che per noi è quasi un dogma, è, apparentemente, meno sentita.
Il voto è ovviamente segreto anche qui… però, quando arrivi al seggio, ti ritrovi di fronte una serie di volontari che ti offrono la scheda con il nome del rispettivo partito prestampato. È chiaro che, se decidi di prendere la scheda di uno solo di questi volontari, fai capire le tue intenzioni (non che sappiano chi tu sia, nella stragrande maggioranza dei casi).
All’interno dell’edificio c’è comunque un tavolo con tutte le schede prestampate (in colori diversi a seconda del tipo di elezione) di tutti i partiti: tu puoi prendere quelle che ti interessano, eventualmente anche tutte. In alternativa puoi anche prendere una scheda bianca e scrivere a mano il nome del partito, una volta entrato in cabina. Ho notato, però, che c’è chi se ne frega e prende solo quelle del partito che (possiamo presumere) intende effettivamente votare.
Personalmente, tutta questa situazione mi ha creato un po’ di imbarazzo, abituato come sono alla concezione italiana.

Al momento di entrare nella sala con le urne una persona ti controlla il certificato elettorale (ma non il documento), e decide quindi quante buste darti. Io avevo diritto a due, non potendo votare per il parlamento. Le due buste sono assolutamente identiche, con un buco che lascia solo intravedere il colore della scheda inserita all’interno. Il colore, come detto, serve ad identificare il tipo di elezione (comunale, regionale, Riksdag).
Una volta ricevuta le buste, senza alcuna formalità, ti dirigi ad una delle “cabine” (che sono in realtà dei trespoli schermati), utilizzi la scheda del partito che vuoi votare, metti eventualmente una croce sul candidato che hai scelto (c’è una banalissima penna, non una matita copiativa), imbusti e ti dirigi alle urne.
Qui due addetti controllano certificato elettorale, documento, verificano la tua iscrizione all’albo elettorale, e imbucano per te le buste nelle rispettive urne. Tutto in maniera molto tranquilla, e senza eccessivi formalismi.

Alla sera, molti programmi televisivi erano, ovviamente, dedicati alle elezioni. Sorprendentemente, almeno per la nostra ottica, gli exit poll sono stati sostanzialmente corretti e senza grosse oscillazioni.
Altra cosa radicalmente diversa era il tono delle trasmissioni: i giornalisti facevano domande vere ai politici (anche insistendo in caso di mezze risposte), ma, in generale, si aveva comunque l’impressione di un’atmosfera più informale e umana, meno ossequiosa e deferente rispetto a quella delle trasmissioni nostrane (uno dei conduttori si permetteva di prendere un po’ in giro la leader del partito social democratico, sconfitto, al momento di portarla in studio).

Come sono andate quindi le elezioni? Come previsto ha vinto l’Alleanza, il blocco di centro destra, forte fondamentalmente di una politica che ha permesso alla Svezia di reggere dignitosamente durante gli anni della grande crisi (anche se la disoccupazione ha raggiunto cifre da record). È però una vittoria dimezzata dal mancato raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti, a causa dell’ingresso in parlamento dei “Democratici Svedesi”, il partito di estrema destra xenofobo e anti-islamico.
Il numero esatto di parlamentari non si saprà prima di mercoledi, ma il 5,7% del partito di Åkensson è sicuramente la notizia del giorno, ed uno shock per una Svezia da sempre abituata a due blocchi di impronta sostanzialmente moderata (lagom) nelle rispettive posizioni.

Cosa succederà adesso non è ancora chiaro, anche se nei giorni passati si è ventilato un possibile appoggio esterno al governo da parte del Partito dell’Ambiente (i Verdi, appartenenti al blocco di centrosinistra), in modo da garantire per i prossimi quattro anni una maggioranza che non debba ricorrere ad una forza di partito disprezzata dalla stragrande maggioranza degli Svedesi.

Volontari fuori dal seggio

Donne nude (in televisione)

La televisione la guardavo pochissimo in Italia, e la guardo poco anche in Svezia, magari giusto per qualche partita di calcio o quando mia moglie guarda qualcosa che interessa a lei.

Qualche tempo fa, durante una trasmissione calcistica svedese, ho notato un particolare che mi ha lasciato colpito: la donna che era presente in trasmissione era vestita di tutto punto, con una maglietta girocollo, non ammiccava, stava rigorosamente dietro una scrivania e parlava con una certa competenza (almeno a quello che ho potuto intuire) dell’argomento tecnico/tattico insieme ai suoi colleghi maschi. E non è perché, lo dico solo a scanso di equivoci, non fosse una bella donna.

La cosa mi ha portato a riflettere profondamente sull’uso della sensualità esasperata, nella televisione italiana; mettere tette e culi in bella mostra, il tutto per fini di audience.
Sia chiaro, certe cose le so già da me, ho anche visto Videocracy e mi sono incazzato abbastanza al riguardo, però il confrontarsi con la quotidianità di certe situazioni alla fine ti offre veramente una visuale differente.

Prendiamo un esempio semplice: gli spot pubblicitari. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere questo spot italiano, che accompagna la Serie A 2010/2011: Spot TIM.
Ecco: mi starò svedesizzando, ma mi ha davvero dato fastidio, l’ho trovato davvero gratuito e grossolano.

Spot del genere, qui, non mi è capitato di vederne. Il che non vuol dire necessariamente che non ci siano, non lo metto in dubbio, però in Italia sono la norma.

Per carità, non si può dire che manchi l’elemento sensualità, però il tutto è sempre fatto in maniera diversa, più aggraziata e, spesso, con vera ironia (niente boiate alla Christian De Sica, per intenderci).
Uno spot come quello della Tim, qui non solo non raggiungerebbe il suo scopo, ma darebbe sicuramente molto fastidio e, probabilmente, metterebbe in imbarazzo chi dovesse proporlo.
Qualche giorno fa ho raccontato a mia moglie del caso che ha visto protagonista Bruno Vespa e la scollatura della vincitrice di un colloquio letterario, e lei mi ha detto che in Svezia uno così perderebbe immediatamente il posto.

Nel cinema il discorso non pare essere molto diverso. Prendiamo i film comici svedesi, anche i blockbuster locali: l’esibizione gratuita della carne-merce, alla stessa maniera dei cinepanettoni, nei film che ho visto, non esiste.

Ma, sia chiaro, non c’è assolutamente nulla contro il nudo. Quando serve viene mostrato: se c’è la necessità di essere sensuali, si può fare. La differenza è che non c’è l’ostentazione gratuita.

Non solo: il nudo “non sensuale”, qui non scandalizza nessuno. Qualche tempo fa ho parlato della serie per bambini Ronja: ecco, in quella serie c’è una scena, assolutamente comica ed esilarante, in cui una dozzina di uomini barbuti vengono costretti dalla mamma della protagonista a lavarsi al freddo nella neve. Completamente nudi e senza alcuna censura, perché non c’è alcun intento sessuale nell’esposizione dei genitali maschili in quel contesto. Era semplicemente una cosa divertente. Ribadisco che Ronja è una miniserie per bambini.

Di più: lo scorso natale mi è capitato di vedere un programma/documentario (originario della televisione norvegese) in cui una famiglia faceva il bagno immergendosi in un lago ghiacciato, dopo avervi aperto un buco. C’erano due ragazzine (età circa 12 e 16 anni, direi) che restavano in mutande e si immergevano nel buco senza null’altro addosso. Potete immaginare cosa sarebbe successo in Italia se la televisione pubblica avesse trasmesso una cosa del genere, assolutamente naturale e senza alcun intento deviato?

La verità è che in Italia ci sono situazioni malate, anche se nessuno sembra volersene accorgersene: si censurano e nascondono cose completamente innocue che dovrebbero essere naturali, si ostenta in maniera deviata tutto il possibile quando serve a vendere qualcosa.

La colpa è sicuramente di chi ha avuto in mano il sistema televisivo per trent’anni, ma, non nascondiamoci dietro un dito, anche del retroterra socio-culturale che l’ha permesso.

Pasta

Qualche tempo, in visita da conoscenti, il piatto del giorno erano le lasagne (peraltro buone).
Come tutti, faccio la coda in cucina per prendere la mia porzione e torno al tavolo. Una volta seduto, mia moglie mi dice “e l’insalata? non l’hai presa?”
Come ho potuto dimenticare una cosa così importante? Le lasagne si mangiano con l’insalata! 😀

In generale, la pasta è comunque un piatto apprezzato qui in Svezia, anche se il concetto generale è abbastanza diverso da quello della nostra, vera, pasta.
Innanzitutto, non esistono “primo” o “secondo”. Ci sono gli antipasti (se li vuoi), e poi il piatto unico. Piatto unico che, di conseguenza, deve essere sostanzioso.

La pasta qui è sempre estremamente “piena”, spesso con pezzi di carne, funghi, etc. Un piatto come “aglio olio e peperoncino” sarebbe praticamente inconcepibile: se lo dovessi servire, probabilmente ti guarderebbero dicendo “e il cibo dov’è?”
In generale, i sughi sono sempre molto cremosi e grassi, con la panna (o equivalente) come ingrediente quasi fisso.
La salsa di pomodoro, invece, è il più delle volte assente, o comunque appena accennata: fa sicuramente eccezione la köttfärssås, l’equivalente locale del ragù. In compenso, quando se la fanno in casa, a molti svedesi piace infilarci dentro (tenetevi forte!) il ketchup!

Quando mi è capitato di fare in casa la vera carbonara, senza panna, non è stata apprezzata in quanto non abbastanza cremosa. E pensare che mi era venuta benissimo.

La consistenza della pasta, il più delle volte, è ok. Non troppo al dente o stracotta, anche se la seconda opzione può comunque capitare.

Una delle cose positive, quando vai al ristorante, è che non hai mai sorprese sul prezzo: se un piatto è indicato a 110 corone, puoi tranquillamente uscire dal ristorante pagando solo quella cifra. L’acqua (di rubinetto, ma buona e senza sapori strani) è sempre gratis, concetti come coperto e servizio non esistono e la mancia è gradita ma non “obbligatoria” (come negli States).
In compenso, se lo vuoi, rischi di pagare il pane: il 99% dei piatti svedesi (non la pasta, chiaramente) sono comunque accompagnati da patate servite in qualche forma, ad assolvere la stessa funzione.

Il contorno, generalmente patate e/o qualcos’altro, è sempre incluso nel piatto (e nel prezzo): se ordini la bistecca, non ti arriverà mai solo la bistecca. Molti svedesi, quando vengono in Italia, fanno l’errore di ordinare “bistecca” e ci rimangono malissimo quando gli arriva solo la bistecca.
Altra cosa fondamentale, è che il modo di mangiare svedese “prevede” (probabilmente per questioni storiche legate alla mancanza di sapore dei singoli ingredienti) che tu mischi sempre un po’ di tutto quello che hai nel piatto, prima di metterlo in bocca: se hai carne con patate, qualche salsa ed altro “devi” inforchettare un pezzo di carne con un pezzo di patata e inzuppare il tutto nella salsa prima di portarlo alla bocca. Se non lo fai, dai l’impressione di mangiare in maniera strana, anche se gli svedesi sono sempre così riservati da non commentare. Inutile dire che me ne frego in ogni caso. 😀

Tornando alla pasta, personalmente, tendo ad evitarla: nelle occasioni in cui l’ho mangiata (o assaggiato quella di mia moglie, che ne è ghiotta), devo dire che, il più delle volte, l’ho apprezzata.

Una delle paste del pub White Horse in Väsby

Arbetsförmedlingen

Ovvero l’ufficio di disoccupazione.

Mi ci sono iscritto a febbraio, giusto per iniziare ad assaporare l’ambiente.
In realtà, avendo un matrimonio da programmare per l’inizio dell’estate, mi risultava difficile pensare alla ricerca di un posto di lavoro in quel momento, visto che ci sarebbero stati in vista viaggi in Italia, giorni di vacanza e così via. Proporsi ad un datore di lavoro in quel modo sarebbe stato difficile.

In ogni caso, la signora che mi segue personalmente, Ingela, mi ha messo a disposizione un coach (interno ad Arbetsförmedlingen) con cui ho avuto una serie di incontri per verificare curriculum e dare indicazioni utili.
L’ufficio di disoccupazione svedese non fa molto più che questo: il compito di cercarti il lavoro spetta a te, tramite gli annunci pubblicati sul sito di Arbetsförmedlingen o dei soliti Monster, Adecco e compagnia.
Il discorso diventa diverso per i cittadini svedesi, che possono avere accesso ad un vero stipendio di disoccupazione, ma che, in tal caso, sono anche soggetti a maggiori obblighi. In particolare, non possono rifiutare più di un certo numero di lavori (in questo caso presentati dall’ufficio di disoccupazione stesso) altrimenti perdono il diritto alla paga.

Io stesso, sia chiaro, ho dei doveri: mi devo presentare regolarmente agli sportelli, presentare un paio di esempi di offerte di lavoro per cui ho mandato la mia adesione, e piccole cose di questo tipo. Se non lo faccio, Arbetsförmedlingen potrebbe decidere di smettere di darmi assistenza.

Al fine di preparare il mio piano per i prossimi mesi, pochi giorni fa ho avuto un nuovo appuntamento con Ingela, che sta valutando la possibilità di assegnarmi un nuovo coach. Non è detto che la cosa sia fattibile: puoi avere a disposizione solo un coach per tre mesi,e io l’ho già avuto. Nel mio caso, però, si può forse fare un’eccezione: ho avuto un coach interno che non aveva competenze specifiche per il mio campo professionale (IT), ma che mi ha potuto dare assistenza solo per la verifica del curriculum. L’opzione, adesso, sarebbe di verificare la possibilità di avere un coach esterno, da parte di una delle molte società private associate con Arbetsförmedlingen.

Oggi ho scartabellato fra le molte società, e ne ho scelta una, inviando i dati ad Ingela. Adesso resto in attesa di una risposta, per sapere se, effettivamente, avrò diritto al nuovo coaching. Quello che è certo, è che l’efficacia di queste compagnie esterne è molto dibattuta, e, dopo le elezioni, c’è una seria possibilità che il sistema cambi.

Da febbraio, in ogni caso, la mia situazione per Arbetsförmedlingen potrebbe cambiare in meglio: “compirò” un anno dalla mia iscrizione, e allora entrerò in una lista speciale che darà delle agevolazioni a chi mi volesse assumere. Chiaramente, spero che la situazione si risolva prima di allora…

Lame Rotanti

Parliamo di riferimenti culturali: riuscite a immaginare di parlare con un ragazzo di 35 anni che non sappia chi è Goldrake/Grendizer o Gundam? O con una ragazza della stessa età che non conosca Heidi o Lady Oscar?
Ecco, qui in Svezia è cosa assolutamente normale.
I cartoni animati giapponesi sono qui arrivati più tardi che da noi, e non hanno comunque avuto lo stesso impatto culturale ottenuto in Italia, Francia o Spagna.
Qualcosa si è visto (in particolare Starzinger e Candy Candy sembrano essere fra i titoli più citati) e, al giorno d’oggi, manga ed anime hanno certamente il loro numero di fan (più che altro nel geek-world), ma l’effetto sull’equivalente svedese della mia generazione è stato decisamente minore.
Merito, o colpa, di un sistema che ha privilegiato l’autoproduzione di serie (non animate) avventurose, spesso basate sui lavori di Astrid Lindgren, l’autrice di Pippi Calzelunghe e di mille altri personaggi che non si sono mai visti dalle nostre parti.

Un esempio potrebbe essere Ronja, la Figlia del Ladro, ma ce ne sono davvero tanti, tanti altri.

Da quel poco che ho intravisto, mi sembra per lo più materiale di buona qualità, e probabilmente anche noi ci saremmo affezionati e appassionati a queste storie avventurose.
Meglio? Peggio?
C’è da dire, però, che, visto come sono cresciuto, mi mancherebbe qualcosa in un mondo senza Jeeg e Lupin, e il fatto di parlare con un coetaneo senza potere citare cose che per qualunque italiano sono letteralmente stampate nella memoria ha davvero un che di straniante…

Lagom

Da queste parti si sente spesso dire che la Svezia è un paese lagom.

Lagom è un avverbio quasi intraducibile, che indica un concetto che sta fra il “ciò che è sufficiente” e “la giusta misura”, una moderazione senza eccessi.
Il termine lagom si sente spesso, quando uno Svedese deve descrivere il suo paese: l’estate qui è lagom, i temporali sono lagom (generalmente non fanno paura come quelli italiani, soprattutto quelli che durano un nulla e sono intensissimi), l’approccio alla vita è lagom, il modo di vestire (mai trasandato o sopra le righe, eccetto il fine settimana quando si esce per bere) è lagom.

In realtà, come spesso capita, si tratta di un luogo comune che non rispecchia appieno la verità: gli Svedesi sicuramente non si fanno mancare atteggiamenti e stili di vita che in Italia sarebbero considerati fuori dagli schemi e che qui sono molto più normali e accettati. In generale, si tratta per lo più di un modo di vivere che prevede il rispetto degli altri e che porta quindi ad evitare eccessi che possano creare problemi.

L’impatto della mentalità lagom è comunque evidentissimo nell’applicazione dei concetti di sicurezza, che qui viene spesso prima di qualunque altra cosa.
Molti eccessi vengono infatti spesso tagliati a livello legislativo o organizzativo, e non è un caso che alcuni svedesi vedano il loro stato come una nazione proibizionista. Dall’alcool alle iniezioni (che non possono essere praticamente liberamente, neanche le intramuscolo), dalle prese elettriche (quelle normali sono proibite nelle stanze da bagno) alla pratica di certe attività, molte cose sono estremamente (ma semplicemente e chiaramente) regolate.

Un bene o un male? È chiaro che alcune cose sembrano (e probabilmente sono, in determinati casi) delle grosse esagerazioni, soprattutto se viste con l’ottica di un italiano abituato a certi far west nostrani. L’impressione, però, è che questo presunto essere lagom sia in realtà una conseguenza dell’acquisizione di un maggiore senso della convivenza e non un’imposizione liberticida voluta dall’alto. Anche se non tutti ne sono contenti.

Fika

Fika è una parola svedese che indica un concetto non facilmente spiegabile in Italiano.
Tecnicamente vorrebbe dire “caffé”, non tanto inteso come la bevanda, quanto l’insieme del caffé stesso e di tutte le cose che ci mangiucchi assieme. Perché in Svezia il caffé non si beve mai da solo, neanche alla fine della cena: ci si aggiunge sempre qualcosa, come dei dolci, dei biscotti, una fetta di torta.

Ma la fika è anche e soprattutto un momento sociale: è la pausa caffè con i colleghi di ufficio o con gli amici, il momento della chiacchierata, cui non puoi letteralmente sottrarti nel corso della giornata.
Se sei chiamato per la fika non ti puoi praticamente negare, sei moralmente obbligato a partecipare e socializzare.

Se decidi di offrire il caffé, per il discorso che facevo sopra, dovrai sempre aggiungere anche qualcos’altro (dolcino, brioche, una pasta, etc.), altrimenti lascerai l’impressione di fare le cose a metà.

Smentiamo qualche luogo comune a riguardo del caffé nordico: non è il caffé americano. Quest’ultimo è molto più allungato e acquoso rispetto al caffé che si beve da queste parti, che invece ha un gusto forte e leggermente pungente.
Molti italiani schifano per principio il caffé nordico, semplicemente perché non è uguale a quello cui sono abituati. Non è vero che il caffé nordico è meno forte dell’espresso italiano (anzi, c’è più caffeina nel complesso), è semplicemente una bevanda preparata in maniera diversa e che viene bevuta in maniera diversa.
Personalmente apprezzo parecchio il caffé nordico, e lo alterno senza problemi al caffé all’Italiana fatto con la moka.
La marca nostrana che si trova più facilmente al supermercato è la solita Lavazza, anche se il “Crema e Gusto” (il mio preferito da parte loro) è al momento distribuito solo da poche catene. Ci sono anche marche svedesi che vendono caffè macinato per moka, ma non le ho mai provate a casa. In compenso mi hanno regalato dell’espresso svedese da torrefazione che è buono.

Qualunque caffetteria, al giorno d’oggi, ti fa senza alcun problema l’espresso (con inevitabile domanda, almeno finché non impari a dirlo prima tu, “singolo o doppio?), non sempre buono però. Noi Italiani sappiamo bene che il segreto del caffè da bar è la frequenza con cui viene fatto: se la macchina da espresso sta ferma a lungo, il caffè risulta meno buono. Anche per questo, a parte casi particolari, non prendo mai l’espresso al bar da queste parti: lo bevono in pochi e quindi la macchina ha lunghi momenti di pausa.

Più difficile trovare il caffè all’italiana al ristorante: molti si limitano a tenere il bricco di vetro col caffè nordico mantenuto caldo. Ovviamente, se manca poco, conviene aspettare che abbiano appena riempito la caraffa, perché quello appena fatto è meglio.
Nelle caffetterie, oltre all’immancabile cappuccino e al “latte” (che è il nostro caffellatte!), si trovano spesso le varianti mocha (caffè + cioccolato). Non aspettatevi di trovare da nessuna parte il “marocchino”, mentre è sicuramente difficile spiegare a chi sta dietro al banco i concetti di “lungo”, “ristretto”, “macchiato” e compagnia.

Il dolce per eccellenza della fika è il rollino di cannella (kanelbulle, o cinnamon roll in inglese), ma sono anche molto apprezzati wienerbröd, le palline di cioccolato (oggi note come chockladbollar, dato che il nome storico negerbollar è caduto in disuso) e la torta al cioccolato accompagnata da panna montata.
Discorso a parte per le fette di torte cremose (tårta) che sono una vera e propria, apprezzatissima, meraviglia da fika: su tutte la prinsesstårta (la mia preferita in assoluto), ma anche la white lady e la budapestbakelse. Andare in una konditori (pasticceria) e farsi una fika a base di queste delizie è una vera e propria gioia per il palato.

Tornando alle caffetterie, Starbucks, per chi se lo chiedesse, qui non esiste: esistono però catene similari che portano nomi esotici come Wayne’s Coffe, Coffehouse by George o il più italo-internazionale Ritazza, che si trova in stazioni ed aeroporti. Il consiglio, però, è di andare in caffetterie (oppure konditori) artigianali, dove si possono trovare cose più particolari e gustose per accompagnare il caffé.

Insomma: per chiunque venga in Svezia, la fika è un’esperienza da provare senza esitazioni, in grado di rallegrarvi la giornata nel migliore dei modi!

 

Prinsesstårta (foto da Wikipedia)

 

 

Budapestbakelse (foto da Wikipedia)

 

Autostrade

I'm a highway star!

Le autostrade in Svezia sono una vera e propria pacchia.
In primis perché sono completamente gratuite, ma non solo per questo: sempre ben tenute, dritte e sufficientemente larghe da essere abbondanti per il traffico (unica eccezione, i tratti di Stoccolma nelle ore di punta). Anche quando ci sono neve o ghiaccio sono sempre tenute sufficientemente sgombre e percorribili (con gli obbligatori pneumatici invernali, ovviamente).
I limiti sono bassini: 110 o, più raramente, 120 km/h, che scendono a 90 km/h nelle aree cittadine (70 nei tratti di Stoccolma). In molti tratti i limiti sono variabili, soluzione che in Italia stenta a prendere piede: tramite un sistema di telecamere e pannelli elettronici, si valutano le condizioni generali e se ne può indicare uno più basso. La cosa è intelligente, perché in condizioni tranquille si può tenere quello più alto.

Generalmente il guidatore medio rispetta i limiti o li supera di poco: non ci sono autovelox fissi (presenti invece, ben segnalati,  nelle strade extraurbane) ma un’infrazione di 20 km/h può costarti la patente.

Il vero motivo di pacchia è proprio la guida degli svedesi, che non vanno lenti ma sono disciplinati: pochissime mosse azzardate, niente imbecilli che ti si attaccano al di dietro lampeggiando o che vanno zig-zagando follemente. Guidare in queste condizioni è una vera e propria meraviglia, e ti viene naturale adeguarti: sarà anche una sensazione di falsa sicurezza (e ci mancherebbe il pensare altrimenti), ma, certamente, alla fine della giornata sei centomila volte più tranquillo e meno stressato.

L’insalata per pizza non esiste!!!

Se vai a prendere una pizza d’asporto (ma anche quando la prendi al ristorante): l’inevitabile domanda che ti viene posta è “vuoi l’insalata per pizza?”
Il mio primo istinto è sempre di rispondere quanto leggete nel titolo, anche se poi mi limito ad un più semplice “nej, tack“.

Le pizzerie nei dintorni di Stoccolma sono gestite ormai al 99% da mediorentali o magrebini, giusto per smentire una volta per tutte il luogo comune dell’italiano pizzaiolo.Una volta ci è capitato di andare in una pizzeria in Södermalm gestita da un ragazzo siciliano: lui stesso, con un certo sconforto, ci raccontava di essere uno dei pochi rimasti. Due settimane dopo, tornando nello stesso posto, abbiamo trovato una gestione araba.

Nulla di male, per carità: basta sapere in partenza che le pizzerie (magari con bandiera italiana) sono gestite da parte di gente che con l’Italia non ha alcun legame e che probabilmente non ci ha mai messo piede. Di conseguenza, basta aspettarsi cibo che non abbia i sapori cui siamo abituati.

Perché poi capita comunque di trovare posti che fanno della pizza buona ed altri che la fanno meno buona: la premessa resta sempre la stessa, ovvero di non aspettarsela necessariamente uguale ad una pizza italiana. Gli ingredienti utilizzati sono spesso diversi o hanno sapori un po’ differenti, è normale la contaminazione col kebab, si usano salse appartenenti ad altre cucine (vedi la “salsa bernese”, presente in alcuni tipi di pizza).
Fra l’altro, si è creata una standardizzazione su basi per noi imperscrutabili, con nomi di pizza (talvolta sballatissimi o fantasiosi) ripetuti da un locale all’altro e con gli stessi ingredienti. Chissà chi ha inventato, ad esempio, la Pizza Hawaii che, praticamente ovunque, ha prosciutto ed ananas per ingredienti!
Il mio consiglio fondamentale per chi viene qui è sempre, se proprio non potete fare a meno di mangiare una pizza in Svezia, di farsene fare una con mozzarella (costa di più rispetto al mediocre formaggio standard) e poi di scegliere quella con gli ingredienti preferiti, e poco importa che assomigli ad una pizza vera: ne può uscire comunque qualcosa di appetitoso.

P.S.: per chi se lo chiedesse, la pizza-sallad consiste in cavoli bianchi e aceto (di fatto, quasi dei krauti crudi). A molti svedesi piace mangiarla con la pizza… Sembra che questa tradizione sia stata inventata da un ristorante di Stoccolma, prima di essere copiata in tutta la nazione. Aspettate che vi parli della pasta… 😀

Pizza Sallad

Come ti chiami?

Quando ci siamo sposati, al ritorno in Svezia dopo la cerimonia in Italia, mia moglie ha cambiato legalmente nome.  Ha trasformato il suo vecchio cognome nel mellannamn (nome di mezzo) e ha preso il mio cognome.
Qui, prendere un cognome comune al momento del matrimonio, per aumentare il senso di famiglia, è la norma. Nella maggioranza dei casi, per semplicità, non si perde neanche tempo con il  mellannamn: il vecchio efternamn viene semplicemente messo in archivio.
La cosa che sorprenderà molti è che non c’è una regola: le coppie, sempre che lo vogliano, scelgono il cognome che gli pare, a seconda dei gusti e delle particolarità. Può essere quello di lei, quello di lui, o può essere uno inventato (a patto che non sia offensivo o già esistente). A quel che mi è stato detto, molti degli Andersson, Pettersson e compagnia preferiscono utilizzare il cognome dell’altra persona (o di prenderne uno differente), in maniera da averne uno meno comune.

In generale, cambiare nome o cognome è molto più facile, e frequente, che in Italia. Questo perché, presso lo Stato, non sei identificato con il nome ma con il famigerato personnumer, che è interamente numerico (a differenza del codice fiscale italiano) e non cambia mai. Chiaramente tutti i vecchi nominativi vengono conservati in archivio e saltano fuori, ad esempio, quando richiedi attestati all’anagrafe, sotto voci apposite.
In ogni caso, non tutto è completamente deregolato: al di là del matrimonio, ad esempio, la legge svedese permette un cambio di nome gratuito e libero.  Altri cambiamenti necessitano di una richiesta a pagamento, e non è detto che vengano approvati.

Un’altra particolarità è che, quando una persona ha più nomi “di battesimo”, non è necessariamente il primo ad essere quello principale. Mia moglie, ad esempio, ha tre nomi ma si identifica legalmente col secondo: lo utilizza per presentarsi ufficialmente, per firmare documenti, praticamente per qualunque tipo di operazione. Nessuno batte ciglio, perché qui questa è la situazione normale.

Queste situazioni creano però a volte dei piccoli problemi quando gli svedesi si muovono all’estero: in particolare, al momento di prenotare il biglietto d’aereo, utilizzano spesso solamente quello che per loro è IL nome, anche se è il secondo o terzo nell’ordine ufficiale sul passaporto. In Svezia non hanno alcun problema ma, al momento dell’imbarco da un altro paese, possono sorgere complicazioni.

Un’altra situazione curiosa è quella dello svedese che si trasferisce all’estero: molti paesi non riconoscono il secondo o il terzo nome e non accettano il cambio di cognome rispetto a quello di nascita. C’è una mia conoscente che in Svezia è legalmente nota in un modo (col suo secondo nome e con il cognome acquisito dopo il matrimonio) ma in Francia, dove risiede ora, ha tutti i documenti intestati esclusivamente con il primo nome e con il cognome da nubile.
Se io, una volta acquisita la doppia cittadinanza, dovessi impazzire e decidere di cambiare generalità qui in Svezia, continuerei ad essere legalmente chiamato alla vecchia maniera in Italia.

Ma torniamo a noi: per l’ufficializzazione del cambio di nome di mia moglie ci sono voluti circa due mesi, complici le ferie estive (qui luglio è il mese in cui gli uffici si svuotano) e la burocrazia svedese. Oggi, qualche giorno dopo l’avvenuta comunicazione, è arrivato a casa un documento del dipartimento dei trasporti con le modalità per richiedere la patente col nuovo nome, che andrà a sostituire quella vecchia ancora in corso di validità. Non ci siamo ancora informati al riguardo, ma supponiamo che, a breve, succederà lo stesso per il passaporto e per gli altri documenti.

A proposito di patenti, in questi giorni, prima di fare l’iscrizione all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti All’Estero), devo procedere a convertire la mia patente italiana in una svedese. È un’operazione necessaria, perché, una volta aderito all’AIRE, non potrei più rinnovarla o chiedere un duplicato in caso di smarrimento. Vi farò sapere come va!

Upplands Väsby

Väsby della regione di Uppland (ci sono altre Väsby, in Svezia) è una città da hinterland metropolitano, chiaramente in chiave svedese.

Distante circa 15-20 minuti in auto dal centro di Stoccolma, e circa 10 minuti dall’aeroporto di Arlanda, riesce comunque ad essere una realtà completamente autosufficiente: in Väsby ci sono aziende importanti (come la Siemens o la cioccolatiera Marabou), un grosso centro di business (Infra City), c’è uno dei più frequentati mall della nazione (Väsby Centrum), ci sono centri sportivi (fra cui le fantastiche piscine moderne di Vilunda), c’è davvero di tutto.
Il motivo per cui mi sono trasferito qui, in questa città da 35.000 abitanti patria degli Europe e di tanti altri rocker svedesi, è abbastanza semplice: la persona che sarebbe diventata mia moglie viveva già qui. In un primo momento mi sono trasferito da lei, poi abbiamo cercato una nuova casa assieme. Ho tenuto il vecchio appartamento in Bromma fino alla scorsa primavera quando, con un tempismo perfetto, io e David ci siamo sentiti per dirci che lui ne aveva bisogno e che a me non serviva più. Un po’ meno felice il mio amico Dario, che sperava di prenderlo in mia vece. 😀

Adesso abitiamo in una zona residenziale, composta da appartamenti/mini-villini a schiera, ognuno con il suo piccolo giardino. L’area dove sono gli appartamenti è chiusa al traffico, ma si può entrare con l’auto per operazioni di carico/scarico. Vicino a casa abbiamo il posteggio riservato, la sala della spazzatura, più alcuni servizi essenziali. Il negozietto all’italiana (latteria, panificio, fruttivendolo, drogheria, etc.) qui non è praticamente mai esistito e, d’altronde, va scomparendo anche in Italia: a pochi passi da casa abbiamo comunque un mini supermercato utile per prendere al volo quello che può servire in caso di emergenza. Vicino a casa, ci arriviamo anche a piedi nel caso, abbiamo anche due distributori di benzina (Statoil e OK/Q8) che sono aperti ventiquattr’ore su ventiquattro e che hanno, ognuno, un altro piccolo supermercato all’interno: se hai bisogno di carta igienica nel mezzo della notte non resti sprovvisto.

Väsby Centrum è leggermente più distante, ma comunque raggiungibile a piedi senza problemi: al fine di favorire la concorrenza ci sono due grossi supermercati (Coop ed ICA), cosa quasi impensabile per un centro commerciale italiano, dove gli spazi vengono dati in esclusiva. Ci sono poi tanti store vari, dall’elettronica al fai da te, dalle cartolerie/librerie all’abbigliamento dall’alcol (il Systembolaget di cui ho parlato in passato) a posti in cui mangiare.
Come già per i supermercati, si favorisce un regime di concorrenza: per questo ci sono due ottici, due farmacie (il sistema farmaceutico è stato liberalizzato da qualche mese), due cartolerie e così via…
Anche nella zona di Infra City ci sono negozi, store e ristoranti, mentre il centro “operativo” della città, con gli uffici e i servizi comunali è a due passi dalla stazione, nella via principale Centralvägen.

Per la vita serale non ci si può lamentare: ci sono parecchi pub e ristoranti di qualità, dove si mangia bene a prezzi accessibili. L’unico problema può essere fra la domenica e il lunedi, dato che chiudono, alla svedese, un po’ prestino. Per il resto, non ci si può lamentare.
Decisamente meno interessante la vita notturna (post 23), per cui conviene decisamente andare a Stoccolma. Quello che, mi si dice, era il locale più divertente di Väsby, il pub Magasinet è ora malfrequentato e malfamato, con la Polizia che deve intervenire spesso per sedare risse e problemi… e non sempre riesce a farlo!
In ogni caso, andare a Stoccolma non è un grosso problema: se proprio vuoi fare nottata bevendo (il limite per la guida è sempre molto basso), nel fine settimana si può tornare a Väsby con i frequenti bus notturni o con il taxi (con quelli “non proprio ufficiali” puoi concordare un prezzo abbastanza contenuto).

Non nascondo che il fascino della grande città, e di Stoccolma in particolare, mi manca un po’: soprattutto la comodità di avere la metropolitana e ritrovarti in pieno centro nel giro di pochi minuti, era una pacchia da poco. Devo dire però che a Väsby, per quanto non sia esattamente la città più affascinante del mondo, non si sta per nulla male. Fra l’altro, se ci si coordina bene con il sistema di autobus e treni, sempre eccellente, si riesce ad essere nella metropoli in 35 minuti, il che non è malaccio.
Il mio sogno, per il futuro, resta un appartamento in Södermalm ma, per ora, non ci lamentiamo.

La zona di casa
Infra City

È tornato l’autunno…

Dopo l’inverno più spettacolare della mia vita (circa quattro mesi di neve, ma è un anomalia anche da queste parti) e una primavera ed un’estate così e così (decisamente meglio l’anno scorso), è già tornata la peggiore stagione svedese, ovvero l’autunno.
Cielo spesso grigio, tanta pioggia, fa già freddo.

Il cielo sopra Upplands Väsby

Adesso si tratta solo di aspettare il ritorno dell’inverno, sperando che sia suggestivo come quello passato!

L’Eroe

Indovinate qual è, in Svezia, l’argomento sportivo del giorno (ma anche della settimana o dell’anno)?

 

Qui sarai un eroe

Ma chiaramente Zlatan… e, per l’occasione, il suo passaggio dal Barcellona al Milan!
Sportbladet, la Rosea svedese che esce con Aftonbladet, gli dedica le prime sette pagine del numero di oggi:per intenderci, il campionato svedese è in decima pagina (dopo la Premier).
Qui tutta l’operazione è vista con una certa rabbia nei confronti di Guardiola, che non è stato in grado di capire l’idolo nazionale e farlo rendere al meglio. La cosa è amplificata dal fatto che il Barça è adorato da queste parti, e il fallimento dell’avventura Catalana dell’eroe porta molti rimpianti.
Ma la mancanza di obiettività della stampa svedese nei confronti di Ibrahimović ha davvero dell’incredibile: nella semifinale di Champions League contro l’Inter, quando Guardiola sostituì il suo centravanti, i telecronisti si chiedevano straniti e indignati se l’allenatore fosse impazzito e avesse deciso di non volersi qualificare, sostituendo il giocatore che, più di tutti, poteva segnare e ribaltare la partita.

Concludo con una chicca: la canzoncina Who’s The Man dedicata all’eroe nazionale! 😀