Di Santi, capre, folletti e Babbi Natali

Jultomtar in una vetrina

Jultomtar in una vetrina

Chiunque sia mai stato in Svezia in questo periodo dell’anno è sicuramente rimasto affascinato, prima o poi, dalla presenza di quei folletti vestiti da Babbo Natale che affollano i negozi di souvenir ma che appaiono anche nelle vetrine dei negozi “normali”. Ma chi sono esattamente questi folletti? Sono effettivamente delle versioni particolari di Babbo Natale? Ne sono lontani parenti? C’è anche solo una qualche relazione fra le due figure? La risposta si trova indagando fra miti e leggende europee, passando per la terra della Coca Cola e di Walt Disney…

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C’era una volta in Europa…
Babbo Natale, almeno come lo conosciamo noi, è una creazione americana del diciannovesimo secolo. La figura di Santa Claus, vecchio pacioccone fatato vestito di rosso e portatore di doni pesca però a piene mani da diverse tradizioni europee, e due in particolare la fanno da padrone.

Sinterklaas (in alto, foto di Gaby Kooiman da Wikipedia) e Father Christmas (in basso)

Sinterklaas (in alto, foto di Gaby Kooiman da Wikipedia) e Father Christmas (in basso)

Il Sinterklaas olandese è una figura popolare basata su quella di San Nicola, con l’aggiunta di elementi precristiani legati soprattutto ad Odino. Sinterklaas ha una lunga barba bianca, veste da vescovo (e quindi di rosso) e porta doni (cavalcando sui tetti) nella notte fra il 5 e il 6 dicembre. Non si tratta quindi, almeno originariamente, di un mito strettamente natalizio.

Il Father Christmas britannico è invece una figura di origine prettamente pagana. Da principio noto come Vecchio Inverno (Old Man Winter), era la personificazione della stagione e veniva generalmente identificato con Woden, l’Odino britannico. Con l’arrivo della cristianità i vecchi miti pagani furono assorbiti: la Festa del solstizio d’Inverno divenne il Natale e il Vecchio Inverno sopravvisse popolarmente come Father Christmas, riemergendo, in particolare, nel quindicesimo secolo. Un vecchio giovale ma smilzo, originariamente vestito di verde, talvolta a cavallo di una capra, Father Christmas divenne quindi la personificazione del Natale: il suo mito si diffuse in Europa per via della traduzione di alcuni racconti, ed è per questo motivo che, in Italia, si utilizza il termine Babbo (o Papà) Natale, invece di San Nicola o Santa Claus.

Il Santa Claus di Nast

Il Santa Claus di Nast

Santa Claus negli Stati Uniti
I miti popolari europei si incontrarono negli Stati Uniti, mescolandosi fra loro e creandone di nuovi. La nascita del moderno Santa Claus viene ricondotta al poema del 1823 The Visit Of Saint Nicholas, oggi noto soprattutto come The Night Before Christmas e attribuito a Clement Clark Moore. In questo racconto vengono stabiliti in maniera definitiva molti degli elementi canonici del personaggio: San Nicola si lega ora con il Natale, perde l’abito da vescovo (sostituito da pellicce), è una figura fatata che porta doni ai bambini buoni attraverso i camini e vola nel cielo su una slitta trainata da renne. Per un passo importante nella definizione moderna di Santa Claus, bisognerà attendere un’illustrazione del 1863 di Thomas Nast, che illustrò un vecchietto rubicondo, allegro e decisamente sovrappeso. Fu in uno dei libri illustrati di Nast che venne definito un altro elemento importante: è da allora che sappiamo che Babbo Natale vive al polo Nord.

Il Babbo Natale definitivo!

Il Babbo Natale definitivo!
(© The Coca Cola Company)

Il Santa Claus definitivo arriva però nel 1931 grazie alla Coca Cola e, in particolare, all’illustratore Haddon Sundblom: scritturato per una campagna promozionale, Sundblom ci disegna il Babbo Natale che tutti conosciamo. Un vecchietto di grande stazza, gioviale e che irradia calore e umanità. Se fino a quel momento esisteva ancora un dubbio sul colore dell’abito di Santa (con il verde come alternativa principale), è con questa versione che diventerà per sempre rosso e bianco. Guarda caso proprio i colori simbolo di una certa bevanda…
Il Santa Claus “made in Coca Cola” divenne immediatamente popolarissimo, al punto che, già per il Natale successivo, Walt Disney decise di produrne una propria versione animata: Santa’s Workshop (in Italiano Papà Natale) è tuttora un classicissimo dell’animazione del periodo e fa parte, quarda caso, di quel Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul che è parte fondamentale della celebrazione del Natale per gli Svedesi.
Grazie alla Coca Cola, alla Disney e alla Seconda Guerra Mondiale, Santa Claus “ritornò” un po’ alla volta in Europa, dove reincontrò, per lo più soppiantandole, le sue versioni primigenie. Nelle Isole Britanniche, ad esempio, i termini Santa Claus e Father Christmas sono ormai sinonimi, e solo in alcune parti più tradizionaliste viene celebrato il vecchio personaggio.
Cosa c’entra, quindi, la Svezia con tutto questo, e qual è la relazione fra la terra di Pippi Calzelunghe e Babbo Natale?

Nel frattempo, in Svezia…
In Svezia, ci sono due miti folcloristici storici da prendere in considerazione prima di arrivare al moderno Jultomten.

Julbocken ai piedi dell'albero

Julbocken ai piedi dell’albero

Il primo è la Julbock, ovvero la Capra di Yule. Probabilmente di origine pagana, e legata al dio Thor, la Capra ha rappresentato a lungo lo Spirito che controllava che il Natale fosse celebrato a regola d’arte. Ad un certo punto, nel corso del diciannovesimo secolo, la Capra cominciò ad assumere il ruolo di portatrice di doni per i bambini. Era solitamente il padre o un anziano di famiglia a travestirsi da Capra e bussare alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia. Come vedremo, la Julbock perse relativamente in fretta questo ruolo, ma è rimasta comunque uno dei simboli del Natale svedese.
Le caprette di paglia sono ancora oggi una decorazione tipica delle case della nazione, e, nella città di Gävle, viene regolarmente costruita una gigantesca Capra, destinata ad essere incendiata allo scoccare dell’anno nuovo.

Gävlebocken: foto di Tony Nordin

Gävlebocken: foto di Tony Nordin

La seconda figura folcloristica importante è il Tomte. Originariamente un folletto benigno, capriccioso e fortissimo che si occupava di proteggere la casa, la fattoria e il bestiame durante le ore notturne (ma anche di causare danni a chi non si comportava correttamente o gli mancava di rispetto), la credenza del Tomte venne a lungo demonizzata e ripudiata con l’arrivo della cristianità. Inutile dire che il mito sopravvisse comunque, finendo con l’assumere poi un ruolo sempre più legato al Natale. In particolare,
lo scrittore Viktor Rydberg introdusse per la prima volta lo Jultomten nella novella Lille Viggs äventyr på julafton (L’avventura del Piccolo Wiggs durante la Vigilia di Natale, 1871) e poi nella poesia Tomten (1881). In quest’ultima, il Tomten era un folletto natalizio che girava per la casa la notte del sostizio d’inverno ponderando sulla situazione.
Fu l’illustratrice Jenny Nyström a rappresentare graficamente lo Jultomten di Rydberg, al punto che la disegnatrice viene ricordata in Svezia come “la mamma di Babbo Natale”. Un’altra rappresentazione grafica amatissima (ma decisamente successiva) del folletto è quella di Harald Wiberg.
Jultomten ereditò in fretta dalla Julbocken il ruolo di portatore di doni: questo processo avvenne per induzione dalla Danimarca, dove lo julenisse aveva una funzione simile, e dalla Germania, paesi in cui si stava espandendo l’influenza di Sinterklaas e dei suoi “parenti”.

I Tomtar di Jenny Nyström

I Tomtar di Jenny Nyström.
(© degli aventi diritto)

Da notare come, nei decenni successivi, il Jultomten delle illustrazioni della Nyström cominciò a convergere con Santa Claus.

Da notare come, nei decenni successivi, il Jultomten delle illustrazioni della Nyström cominciò a convergere con Santa Claus e Father Christmas.

Quando dagli USA cominciò ad arrivare la figura del Santa Claus moderno, in particolare con gli anni ´30 del XX secolo, in Svezia esisteva già una radicata tradizione relativa agli jultomtar. Mentre il Santa Claus americano era uno solo, era un uomo di grossa stazza, viveva al Polo Nord e si calava dai camini la notte della vigilia, il Tomten era una figura legata alla famiglia o alla comunità, viveva nel boschetto vicino a casa e bussava alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia. Le due figure si ritrovarono in qualche modo a convergere e il nome Jultomten passò ad identificare tanto il piccolo folletto svedese quanto il rubicondo vecchietto sovrappeso. Al giorno d’oggi, i bimbi svedesi, quando parlano di Tomten (senza specificare altro), fanno riferimento senza dubbio a Santa Claus, ma il piccolo folletto continua comunque ad esistere con lo stesso nome nell’immaginario, nella riprosizione degli scritti di Rydberg (sempre popolari), nel folklore… e nei negozi di souvenir di tutta la Svezia!

Il meraviglioso Tomten di Wiberg!

Il meraviglioso Tomten di Wiberg!
(© degli aventi diritto)

Peraltro, il Babbo Natale svedese conserva caratteristiche uniche derivate dal piccolo folletto: non si cala dai camini, ma, ereditando il ruolo che fu della Capra, continua a bussare alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia (subito dopo la visione del già citato Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul) e non vive al Polo ma in qualche bosco nelle vicinanze. Perché globalizzati sì, ma sempre con un minimo di orgoglio Nazionale! 😀

Infine, una raccomandazione in conclusione: se passate dalle parti di Stoccolma in questo periodo, evitate di comprare i tomtar prodotti in serie e venduti nelle trappole per turisti, ma fate piuttosto un salto al meraviglioso Tomtar & Troll nella città vecchia. È un negozio artigianale, dove troverete i tomtar (e i troll) più belli di Svezia, creati a mano dalle signore proprietarie. Ne vale la pena!


Un fantastico cortometraggio del 1926 basato su Tomten con sottotitoli (purtroppo approssimativi) in Inglese

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16 risposte a “Di Santi, capre, folletti e Babbi Natali

  1. Post molto interessante Daniele! Proprio ieri avevo visto in ufficio uno di quei simpaticissimi folletti… E mi chiedevo da dove venisse! 🙂 … Inquietante l’origine commerciale del nostro caro babbone invece… :/

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  2. I finlandesi di madrelingua svedese chiamano Babbo Natale Julgubben. Immagino che sia legata al fatto che in lingua finlandese venga chiamato joulupukki (il caprone di Natale).

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    • Gubben è un termine che si usa per dire “vecchietto”, quindi è adattissimo.
      Sapevo del “caprone”: la cosa deriva proprio dal fatto che, anche in Finlandia, era in origine la Capra a portare i doni. Ora che ci penso, forse avrei potuto usare “caprone” al posto di “capra” nel post. Va beh, troppo tardi… 😀

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  3. A me risulta che il nome joulupukki faccia riferimento al fatto che un tempo degli uomini travestiti da capra girassero per le case per chiedere e ritirare gli avanzi del cibo dopo le festività natalizie.

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    • Qui in Svezia erano i bambini a girare per le case e, nel gruppo, c’era sempre qualcuno vestito da Capra (proprio perché la Capra era uno dei simboli del Natale)… Probabilmente ci provava anche qualche adulto. 😀

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  4. Ma che splendido post, certo che da quelle parti Natale è un’altra cosa eh? Scopro ora sia la storia della capra che il Tomte, incredibili, penso che i bambini svedesi si divertano un sacco in questo periodo.
    Dai, che Zena si avvicina! Un abbraccio!

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    • In generale, in Svezia il Natale è molto più sentito che in Italia. Peraltro, ho notato che più a Nord si va meglio è. A Malmö mi pare ci siano decisamente meno lumi che a Stoccolma. Mi hanno detto che nel profondo nord è una vera e propria festa della luce. Prima o poi dovrò andarci…

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  5. Mah, qui in Germania ci sono anche (anche se non in maniera così estrema come in Scandinavia)… e io li trovo solo kitsch, senza alcun altro significato che il cattivo gusto…
    Ma forse sono solo un cinico stronzo 🙂
    Saluti,
    Mauro.

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  6. Pingback: Gli Alberi Della Rete 2012: Come Festeggiare Insieme Il Natale Con Blog E Social Network | Placida Signora

  7. Molto interessante; secondo me c’è di mezzo anche qualcosa che risale a Vertunno, il dio etrusco.. e , in generale, al “culto degli Antenati” . Buone Feste! 🙂

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  8. Mi preme, anche, sottolineare che molte di queste figure avevano dei quasi-corrispettivi nelle regioni italiane (con diversi nomi, feste e riti) fino all’inizio del ‘900.. Nella “mitologia natalizia” italiana ha grande parte la “Befana”, una figura folklorica anche più ricca di quella di Babbo Natale. “Semplicemente” la labilissima memoria italiana li ha “fatti fuori” (la festività della Befana è stata tolta -per anni- dal calendario, per volontà politica! ). Un delitto culturale ma, infondo, ci insegnano che “con la Cultura non si mangia” .
    (in questa chiave è interessante il saggio di Baldini/Bellosi :”Tenebroso Natale-il lato oscuro della Grande Festa”- ed.Laterza)

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  9. Qui a brescia c è santa lucia che porta i regali il 13 dicembre..ma è una festa solo per bambini… in svezia è festa per tutti..ma comunque mi fa sentire un po piu vicino a questa nazione fantastica!!!quest anno ho cucinato i lussekatter…penso d essere stato l unico in italia :))))!!!

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  10. L’ha ribloggato su Orchidea Bliss's Bloge ha commentato:
    Stoccolma in inverno. Bella anzi bellissima…adoro questa città per vari motivi: pulita, ordinata, giovane ed attenta al design. Quando posso per i motivi più diversi cerco di fare un salto, ogni scusa e’ buona. Girando per le strade natalizie ho notato nelle vetrine: folletti, capre, stelle ai quali non sapevo darmi spiegazioni; girovagando ho trovato questo questo interessante articolo che condivido con voi.

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  11. Pingback: La posta di Natale | Un Italiano in Svezia

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