Di battesimi e viaggi a Stoccolma

A inizio gennaio ho potuto assistere al mio primo battestimo secondo i crismi della Svenska kyrka, per il primogenito di una coppia di amici stoccolmesi.

Come già notato per altri riti religiosi, la prima cosa che salta all’occhio è il livello di “pompa” decisamente minore rispetto al rito cattolico.
Anche in questo caso, il prete, che qui ha più libertà nel preparare la cerimonia (concordandone i passaggi assieme ai familiari), ha avuto un atteggiamento decisamente meno formale, più lieve ed “umano”, durante la celebrazione, rispetto al tipico celebrante italiano.
Il tutto visto dall’esterno, l’impressione è quella che i credenti abbiano più a che fare con un “compagno” di culto, che non di una qualche forma di autorità.

Due le note particolari: la prima riguarda l’impostazione della cerimonia che, come detto, è stata ancora una volta piuttosto informale, alternando alle preghiere e ai canti religiosi anche momenti laici. La famiglia del bimbo ha avuto modo di eseguire dal vivo un brano scritto dal papà (musicista professionista) per il bimbo, senza alcuna tematica sacra. Nulla di strano, se penso che, l’anno scorso, ho assistito ad un matrimonio religioso conclusosi, per la musica che accompagnava l’uscita degli sposi, sulle note di Don’t Stop Me Now dei Queen!

La seconda nota riguarda il prete stesso, ovvero la classica persona che, dalla Chiesa Cattolica, verrebbe definito come un “peccatore”. Non che abbia in qualche modo parlato di certe sue preferenze, ma la cosa era palese a tutti, senza che, peraltro, questo fosse un problema. La Chiesa Svedese non discrimina infatti i preti omosessuali, e permette anche loro di sposarsi con compagni dello stesso sesso.
Eva Brunne è salita qualche anno fa agli onori della cronanca per essere la prima vescova (si dice così?) apertamente omosessuale del mondo cristiano. Per carità, resistenze al riguardo esistono anche qui, ma permettetemelo: quanta ipocrisia in meno!

Attenzione, però: non è che un rito meno pomposo e formale implichi una minore ufficialità o serietà della cerimonia. Il bimbo è stato accolto ufficialmente come nuovo arrivato nella Chiesa Svedese e il fatto di avere musica o altri momenti “non sacri” non sminuisce mai il valore liturgico.

Dopo la cerimonia, nei locali stessi della chiesa, si è tenuta l’immancabile fika con i convenuti.

Altra considerazione, che vale anche per i matrimoni: i regali, qui, sono decisamente più semplici, meno sfarzosi e, soprattutto, sono economici. Niente abbondanza di oggetti in oro, niente somme importanti, niente liste nozze o battesimo o altro. Il regalo è spesso un piccolo pensierino piuttosto semplice, in cui, spesso, si bada più a fare qualcosa di personale che non a cercare di “non fare brutta figura”. Anche questo è un tipo di semplicità che, personalmente, apprezzo molto.
E se proprio lo volete sapere, non esistono neanche le bomboniere: un’intera industria che, qui, non ha ragione di esistere. 😀

Il viaggio mi ha anche dato l’occasione di rivedere brevemente Stoccolma, e qui non nascondo di avere provato un po’ di nostalgia. Gli splendidi panorami acquatici, il mio amato Pub Anchor, la lingua comprensibile, la neve abbondante che copriva tutto (nel frattempo si è sciolta anche lì, ma rispetto alle sputacchiate del brutto e umido inverno scanico è tutta un’altra storia) hanno sicuramente sollecitato il mio animo più malinconico. Per quanto apprezzi Malmö, è Stoccolma la città di cui mi sono veramente innamorato e che mi ha fatto, a sua volta, innamorare della Svezia. Chissà, forse un giorno torneremo a vivere lì…

La chiesa di Boo, vicino a Stoccolma
La chiesa di Boo, vicino a Stoccolma

Piccolo appello ai giornalisti italiani

Mi piacerebbe che i giornalisti italiani facessero più attenzione nello scrivere i nomi svedesi e, in generale, stranieri.

Per carità: forse in passato, scrivendo di musica, la cosa ha riguardato anche me, ma col tempo mi sono reso conto che mi piacerebbe vedere una maggiore professionalità e attenzione, in particolare da chi è pagato per fare il suo lavoro.

Probabilmente ancora molti non se ne rendono conto, forse per superficialità o semplice mancanza di abitudine, ma le varie dieresi o anelli diacritici non sono dei simboletti messi a casaccio: hanno invece un motivo di esistere, e vale quindi la pena sbattersi per imparare le combinazioni di tastiera necessarie per scriverli.

Innanzitutto, quantomeno per la lingua svedese, i simboli in questione non sono solo dei semplici accenti o caratteri diacritici: quando usiamo, per esempio, la å o la ö non siamo di fronte a versioni modificate della a o della o. Si tratta infatti di lettere indipendenti, che hanno un proprio posto specifico nell’alfabeto svedese (che, per chi non lo sapesse, si definisce “dalla a alla ö”).
É chiaro che questo aspetto può essere ignorato, e ci mancherebbe altro, da chi non conosce le specifiche della lingua, ma dovrebbe quantomeno sorgere il sospetto che quei simbolini una qualche importanza ce l’abbiano, e per questo dovrebbero essere rispettati.
L’importanza sta tutta nella pronuncia, che cambia radicalmente a seconda che quei simbolini ci siano o meno.

Mi capita spesso, ad esempio, di leggere Malmoe, quando il nome della città e della squadra di calcio, in qualunque lingua, è Malmö. L’escamotage di utilizzare Malmoe (che, letto in Italiano, ha una pronuncia diversa da quella reale) andava bene per le vecchie macchine da scrivere o quando, negli anni ’80, i computer avevano un set di caratteri limitato. Ora, però, siamo nel 2012: qualunque PC, Mac, tablet o smartphone permette di scrivere correttamente la ö, e la scusa non ha più motivo di esistere. Soprattutto da parte di professionisti del settore.

Qualche giorno fa sono rimasto spiazzato dal leggere sul sito del più celebre giornale sportivo nazionale il nome Kallstrom. Il motivo è che la pronuncia di Källström (come andrebbe scritto) è molto più simile a “sciellstrem” che non a “callstrom”, e leggere Kallstrom risulta, ai miei occhi allenati alla lingua, decisamente strano.
Eppure pare che sia piuttosto normale, in Italia, scrivere così: tutti gli altri quotidiani, sportivi e non, riportano esattamente la stessa grafia priva di dieresi, nonostante i giornalisti ricevano sicuramente le informazioni corrette da chi di dovere.
Quello di cui, probabilmente, il giornalista medio non si rende conto è che così facendo si storpia il nome, esattamente come se si scrivesse Baffon o Gariboldi, Barlusconi o Melano, Rumazzotti o Pelermo.
Il mio appello ai professionisti della carta stampata (reale o virtuale) è quindi questo: che scriviate di cronaca, sport, musica, politica o quant’altro, impegnatevi ad imparare le scorciatoie di tastiera necessarie, e non solo la vostra professionalità ne trarrà guadagno, ma non contribuirete neppure alla diffusione dell’ignoranza.

Qui in Svezia c’è sicuramente meno approssimazione al riguardo: i nomi stranieri, almeno dai professionisti, vengono generalmente scritti in maniera corretta. Ed è così anche per quelli naturalizzati: di tanto in tanto capita di vedere ancora qualche Ibrahimovic, ma il più delle volte si trova il corretto Ibrahimović, e questo nonostante la c accentata bosniaca non faccia certo parte dell’alfabeto svedese.

Cercare (e trovare) lavoro in Svezia

Una conseguenza inevitabile del tenere questo blog è il ricevere molte richieste di informazioni sulla possibilità di lavorare in Svezia.
Rispondere non sempre è facile, anche perché, chiaramente, non conosco la situazione di ogni settore lavorativo: ad esempio, mi pare di avere intuito che c’è sempre una certa richiesta di medici ed infermieri (ma non nelle grandi città, pensate a qualche posto sperduto del profondo nord), mentre gli informatici, in Svezia, non mancano di sicuro.

Soprattutto, resta quello che è lo scoglio fondamentale per chiunque voglia lavorare in Svezia: la lingua.
È vero: tutti qui, escluso magari qualche anziano, parlano un buon Inglese… ma con l’Inglese e basta qui, generalmente, non ti fanno lavorare.
So che ci sono paesi più aperti, come l’Olanda o anche la Danimarca, dove ci sono meno problemi al riguardo, ma, in Svezia, senza lo Svedese, è tutto molto più difficile.

Ci possono essere dei casi particolari: ad esempio se cercano esattamente la tua figura professionale e hanno difficoltà a trovarla, oppure se hanno bisogno di qualcuno che lavori nello specifico con i mercati italiani… ma anche in quei casi, uno che parla lo Svedese avrà una buona possibilità di passarti avanti.

La situazione può migliorare leggermente con quelle grandi multinazionali (IKEA, Tetra Pak, etc.) che hanno adottato l’Inglese come lingua ufficiale, ma, in questo caso, avrai comunque concorrenza da tutto il mondo: se le aziende aprono gli orizzonti, in genere, non lo fanno solo nei confronti degli Europei. Anzi, in casi particolari, possono anche ricevere delle agevolazioni nell’assumere persone provenienti da situazioni meno fortunate.

Peraltro, anche quando ti faranno lavorare con il solo inglese, la situazione potrebbe essere dura dal punto di vista delle relazioni sociali sul lavoro: che lingua parlano gli svedesi fra di loro? Di sicuro non l’Inglese!
Io stesso, che ormai ho una discreta comprensione dello Svedese “nazionale”, sono sempre regolarmente in difficoltà quando i miei colleghi parlano fra di loro nel per me incomprensibile dialetto skånska (ne avevo accennato qui), che è difficile farsi entrare in testa quando non puoi esercitarlo con corsi (non ne esistono) o con i familiari. Le aziende sanno di queste difficoltà, ed è uno dei motivi per cui ti danno una partenza con handicap se non parli la lingua locale.

La cosa importante da considerare, quindi, se pensate di trasferirvi qui è questa: generalmente non troverete lavoro in tempi brevi.
Ci vorranno probabilmente almeno sei mesi di duro (e costoso, visto che, all’inizio, vi dovrete pagare i corsi della Folk Universitet o similare) studio della lingua prima che possiate avere qualche chance, ma è possibile che il tempo si estenda ad un anno o due. Bisogna essere abbastanza fluenti: l’accento può non essere perfetto, ma bisogna capire e farsi capire senza intoppi.

Dovrete inoltre tenere conto dello scetticismo delle aziende Svedesi: se non avete mai lavorato qui, non vi conoscono, hanno poche possibilità di verificare le vostre credenziali e saranno più dubbiosi nel prendervi in considerazione. Una persona che abbia già esperienze lavorative in Svezia avrà invece molte più possibilità.
Altra cosa: sembra un assurdità, ma anche il cognome è importante. Un Larsson ha sempre un piccolo vantaggio nei confronti di un Rossi: per questo motivo, è una cosa abbastanza comune per gli stranieri assumere il cognome del coniuge svedese quando si sposano.

C’è poi una cosa molto importante da considerare: rispetto a quando sono arrivato io, nell’estate 2009, le direttive sull’immigrazione degli Europei sono cambiate.
Prima ti bastava avere un indirizzo di residenza temporanea per poter richiedere il personnummer di Skatteverket, il celebre “codice fiscale” che ti identifica in tutto e per tutto e che ti accompagna in praticamente qualunque operazione.
Ora non più: per potere ottenere il personnummer bisogna prima mettersi a posto con Migrationsverket e ottenere un “permesso di soggiorno”.
La situazione, come comprensibile, mette in difficoltà: senza personnummer non si può aprire un conto in banca, non ci si può registrare per molti servizi o per certi acquisti online, non si può neanche fare cose semplici come abbonamenti in certe palestre o noleggiare film. Insomma, una vita di semi-clandestinità!
I modi per mettersi a posto con l’Ufficio Immigrazione non mancano: avere un lavoro in Svezia (e siamo daccapo), aprire una propria attività (ma dovrete presentare un piano credibile), avere un partner fisso che ti dichiari come convivente o dimostrare di avere a disposizione un reddito fisso o una cifra non trascurabile su un proprio conto corrente estero. Insomma… non è facile.
Una volta risolto questo intoppo, la situazione sarà più facile: ci si potrà iscrivere ai corsi gratuiti di svedese, registrarsi all’ufficio di collocamento, si potrà ottenere la carta d’identità, il diritto ad affittare di prima mano (come se fosse facile) o acquistare il diritto a vivere in un appartamento e così via.

Considerate infine una cosa: la Svezia è certamente un paese ricco, ma non ricchissimo come qualcuno può pensare. Soprattutto in termini di stipendi. Gli Svedesi sognano e invidiano i salari dei loro colleghi danesi e, soprattutto, norvegesi.
Se avete un lavoro in Italia e pensate di venire qui soprattutto per migliorare la vostra situazione economica, pensateci bene: il vostro stipendio svedese potrebbe sì essere decisamente più alto di quello italiano, ma potrebbe anche essere equivalente e persino più basso (se considerate che qui cose come tredicesima, quattordicesima e permessi retribuiti non sono esattamente la norma): la ricchezza della Svezia si esprime soprattutto nella qualità dei servizi al cittadino (le tasse pagate fruttano un valore), e non, necessariamente, nella busta paga. In molti casi, inoltre, vi ritroverete a dover ricominciare da capo, a dover fare ben più che un passo indietro nella vostra scala professionae.

Tirando le somme: è quindi impossibile mollare tutto e trasferirsi in Svezia senza avere un lavoro? Lo sconsiglio? Assolutamente NO: chiunque ce la può fare, se si impegna e ha capacità. Immagino che nessuno pensi che sia una passeggiata il venire a vivere qui, ma il percorso potrebbe essere anche più difficile e duro di quanto non vi aspettiate: dovrete investire tempo, soldi e sudore per conquistarvi un posto (al sole o all’ombra) quassù.
Se la situazione vi sembra troppo dura, potrete prendere in considerazione nazioni ufficialmente meno aperte e tolleranti della Svezia, ma che vi potrebbero offrire scorciatoie più semplici nell’immediato. Se siete pronti a tenere duro, però, sarete premiati: la Svezia è davvero un paese meraviglioso!


Aggiornamento: a partire dal primo maggio 2014 non è più necessario passare per Migrationsverket come primo passo burocratico. Nei fatti, però, le regole e le condizioni per ottenere la residenza, il personnummer, i corsi di svedese e tutto il resto non sono cambiate più di tanto. Adesso, semplicemente, bisogna presentare la documentazione direttamente a Skatteverket.


Nota: chi usa Facebook può, volendo, iscriversi a questo gruppo in Italiano per la ricerca e offerta di posti di lavoro.

Novità, grosse

Mi sono preso qualche giorno per dirlo, ma la mia ultima visita nello Skåne ha fruttato importanti novità: a partire dall’11 luglio inizio a lavorare a Lund, come consulente di una ditta IT presso un’enorme multinazionale.
Saranno sicuramente giorni complicati: il piano è di trovare prima una soluzione temporanea (un appartamento di seconda mano a Malmö) e poi, se ci dovessimo trovare bene, trasferirci definitivamente.

Sarà sicuramente difficile adattarsi alla vita in una nuova città, forse più per Helena che per me, ma ci proveremo: sicuramente sarà una sfida, per me, dover quasi reimparare la lingua da zero, vista la difficoltà dello Skånska. 😀

Sconto del 20% per tutti quelli che parlano Danese!

Adesso, la cosa più urgente è trovare casa: se qualche connazionale mi legge dallo Skåne ed è a conoscenza di qualcuno che affitta un bilocale per qualche mese, mi farebbe un gran favore a farmelo sapere. 😀

Malmö, Skåne

Malmö, con meno di 300.000 abitanti, è la terza città della Svezia, nonché capoluogo dello Skåne (Scania). È situata nel profondo sud del paese su quello stretto di Öresund che separa la Svezia dalla Danimarca, cui è collegata da quella meraviglia architettonica che è l’omonimo ponte.

Il ponte di Öresund sullo sfondo

Il clima dello Skåne è molto diverso da quello dell’area di Stoccolma: gli inverni sono molto più piovosi e ventosi, con poca neve, mentre l’estate arriva prima, dura di più ed è più piacevole.
Viaggiare in auto per lo Skåne durante la bella stagione è una gran bella esperienza: i panorami sono verdi e magici, i laghi sono magnifici e l’atmosfera fantastica. Nello Skåne, e nell’area di Malmö, ci sono anche tante spiagge e luoghi di balneazione, parecchio frequentate nei mesi caldi.

Si prende il sole e ci si fa il bagno

Anche la durata delle giornate è molto diversa da quella Stoccolmese: d’estate ci sono meno ore di luce, d’inverno ce ne sono di più.
Nello Skåne si parla una variante particolare dello svedese, comunque considerata ufficiale: le parole sono le stesse, ma la pronuncia è molto più aspra, ruvida, e simile al danese. La maggior parte degli svedesi considera spesso lo skånska duro da comprendere… potete immaginare come sia stato per me in occasione dell’ultima visita! 😀

Particolare di un'abitazione
Il legame fra Skåne e Danimarca è molto forte, dato che quest’area della nazione è stata a lungo proprio sotto la dominazione danese. L’architettura è suggestiva e particolare, più mitteleuropea rispetto alla capitale ma comunque non priva del particolarissimo fascino scandinavo. Se la periferia è quella di una normale città di dimensioni medie, il centro è davvero bellissimo ed affascinante, e non può fare a meno di catturarti. In particolare l’asse rappresentato dalla più monumentale Stortorget (Piazza Grande) e dalla più intima e suggestiva Lilla Torg (indovinate?) ha davvero un che di speciale!

Un angolo di Lilla Torg

Vista su Lilla Torg

Le sensazioni che da Malmö sono molto diverse da quelle che può dare Stoccolma: se quest’ultima è pur sempre una grande metropoli, per quanto decisamente più tranquilla di una qualunque città italiana, Malmö dà più l’impressione del grande paese. Traffico pressoché inesistente e atmosfere rilassatissime danno un’idea di massima vivibilità: se Stoccolma, da questo punto di vista, è già fantastica, Malmö riesce a metterti ancora più a tuo agio!
Ma Malmö è anche una città vera, con industrie dell’innovazione, servizi fiorenti, un porto internazionale. Insomma: è una città in cui non manca davvero nulla!

Due meraviglie moderne: il Turning Torso e il Ponte.

Malmö ha, però, anche un lato oscuro: è la città svedese delle grandi tensioni sociali, con un alto numero di immigrati e la più alta percentuale di musulmani. Non è un caso che Sverigedemokraterna, il partito xenofobo antiislamico, si sia conquistato qui la sua roccaforte elettorale.
In particolare, il quartiere di Rosengård, l’area con una popolazione di origine estera superiore all’85% da cui viene l’amatissimo Zlatan, è considerato una vera e propria bomba ad orologeria sociale.

Quando agli abitanti di Malmö non basta la loro città, la soluzione è semplice: basta prendere il ponte (per carità: non esattamente economico, se si va in auto) e, nel giro di una ventina di minuti, ci si ritrova a Copenahgen, la vera metropoli della zona! Personalmente, devo dire di averla sempre trovata un po’ sopravvalutata, con un architettura monumentale che mi prende solo in parte (i celebri Giardini di Tivoli sono meravigliosi), ma mi si dice che la vita serale è notturna è davvero eccellente!
Copenaghen e la Danimarca non hanno, poi, molti dei controlli sociali (alcohol in primis) da cui gli Svedesi si sentono oppressi, e non è raro che molti attraversino il ponte per fare la scorta di birre o passare la serata.

A due passi da Malmö (venti chilometri), troviamo anche Lund, una delle più importanti città universitarie del Nord Europa nonché sede di importanti multinazionali come Sony Ericsson e Tetrapak. Non ho, personalmente, avuto ancora modo di visitarla, ma non mancherò di farlo molto presto.

Beach Volley sotto il Torso

Il mare di Malmö

Bagnanti e zona industriale

Ancora Lilla Torg

La riforma del Tu

Avvocato? Dottore? In Svezia scordatevi di sentire la gente chiamata con l’equivalente di questi termini. Da queste parti non esistono infatti concetti come dare “del lei” (o del voi), né la formula all’inglese di chiamare per cognome o nome a seconda che si voglia proferire o meno rispetto. E non esiste neanche la formula di chiamare le altre persone con il proprio titolo professionale (“Venga, Dottore!”, “Buongiorno avvocato!”).
Da queste parti il Dirett. Farabutt. Gran Figl. di Putt. Avv. Lars Petersson sarà per tutti, anche per il più umile impiegato dell’azienda, semplicemente Lars.

È una rivoluzione che ha preso piedi molto velocemente nel corso degli anni ’60, e che qui viene chiamata Du-reformen, la riforma del tu.

Il nuovo sistema è stato in primis una risposta ai cambiamenti culturali, ma ha anche risolto un grosso problema pratico.
Per esprimere rispetto, infatti, non ci si dava del lei o del voi, ma si utilizzava una formula arzigogolata in terza persona, che richiedeva sempre l’utilizzo del titolo e del cognome (“Cosa ne pensa l’Avvocato Ohlsonn?”, “La Signora Petersson desidera qualcosa in particolare?”).
Una formula di questo tipo andava bene fino a che si viveva in piccoli borghi dove tutti conoscevano tutti, ma potete immaginare l’imbarazzo di una cassiera del supermercato della grande città moderna…

La rivoluzione prese quindi piede molto velocemente e, a partire dalla fine degli anni ’60, tutti, in Svezia, si chiamano per nome senza troppi salamelecchi. I titoli sono rimasti solo in pochissimi ambiti: ad esempio quello militare, alcune rare occasioni in Parlamento (ma fuori dall’aula nessuno è “onorevole”) e quando ci si rivolge ufficialmente ai reali (sembra che, al di fuori delle situazioni pubbliche, anche i Bernadotte preferiscano essere chiamati per nome).
A partire dagli anni ’80 qualche giovane svedese che non ha vissuto i giorni della riforma ha importato dall’estero, magari dopo aver viaggiato o studiato altre lingue, l’uso del ni (“voi”), ma è comunque un utilizzo molto circoscritto che può capitare di sentir rivolto a persone anziane in ristoranti o boutique particolari. La cosa curiosa è che non è detto che l’anziano gradisca: storicamente il ni si utilizzava per le persone di rango inferiore, come la servitù, cui non si dovevano ne l’onore del titolo né la confidenza del “tu”.

In generale il sistema svedese mi piace parecchio. È vero che anche in Italia, anche in grandi aziende, hanno preso piede, col tempo, modi di comunicazione meno formali: nelle ultime due aziende in cui ho lavorato, ad esempio, anche il Grande Capo veniva chiamato per nome. Direi però che il titolo, l’utilizzo di salamelecchi e persino il semplice “lei” sono probabilmente metodi che esprimono un rispetto solo formale quando non una forma di servilismo fantozziano.
Magari possiamo farne a meno anche nello Stivale…

SFI e Folk Universitet

Per questioni economiche e di prossimità, qualche mese fa avevo deciso di provare i corsi di svedese offerti gratuitamente su iniziativa dello stato, nella sede di Upplands Väsby. Fino a questo momento, avevo seguito tre corsi alla Folkuniversetet, ma il mio Svedese è ancora indietro oltre che un po’ arrugginito.

Al momento ho ancora strada da fare, capisco abbastanza (quantomeno nell’ambito di discorsi a me non del tutto estranei), ma lo parlo ancora pochissimo, anche in famiglia. Con mia moglie usiamo infatti quasi esclusivamente l’inglese (e già così le incomprensioni capitano… a volte anche solo i gesti possono avere significati differenti fra Italia e Svezia!)

Al riguardo di SFI (Svenskundervisning far Invandrare/Swedish For Immigrants) avevo sentito pareri differenti: la qualità dei corsi dipende dal luogo, dall’ente che li organizza e, ovviamente, dall’insegnante. Ero comunque tentato di dare una chance all’SFI di Väsby.

Il primo impatto è stato, quantomeno, smorzato: fra formalità burocratiche, moduli mancanti, errori dell’addetta ci sono voluti  quasi due mesi da quando mi sono presentato la prima volta alla prima lezione. Il secondo impatto, quello con il corso vero proprio è stato devastante: sarò stato sfortunato io, ma quelle in cui sono stato coinvolto sono state davvero tre ore e mezza della mia vita che nessuno mi restituirà mai. L’ “insegnante” ha fatto davvero poco, ci ha dato dei fogli con compiti da fare da noi (in classe), ha fatto un riassunto di circa dieci minuti della lezione precedente (sì, perché sono stato inserito in un corso già attivo, non in uno nuovo) e poi ha lasciato che facessimo tutto per i fatti nostri, praticamente senza alcun interscambio fra gli studenti. Cose che potevo tranquillamente fare a casa, senza nessun bisogno di andare ad una lezione, visto anche che non c’è stata alcuna opera di correzione. Non solo: sicuramente c’è stato un errore di piazzamento e di valutazione del mio livello (io avevo detto di aver completato alla Folk Universitet il corso B1, che è uno standard), per cui tutto era troppo facile per me… e, come se non bastasse, l’insegnante stessa ha deciso di interrompere la lezione venti minuti prima perché aveva altro da fare.

Deciso, chiaramente, a non passare più un solo minuto in quella situazione, ho passato i giorni successivi a cercare di farmi cambiare di corso, senza riuscire mai a parlare di persona (al telefono mi aveva detto “vieni qui e chiedi di me”) con la persona addetta all’organizzazione. Con questa situazione, ho deciso chiaramente di gettare la spugna e tornare ai corsi a pagamento della Folk, corsi che non sono certo economici ma ti permettono veramente di imparare qualcosa.

Intendiamoci, in assoluto SFI non deve fare così schifo, dato che c’è chi si trova bene e chi riesce ad imparare effettivamente lo svedese con esso. Ma la gestione in Upplands Väsby (a cura di Lernia) è, a mio giudizio, davvero pessima.

Oggi ho tenuto la mia prima lezione del corso B1+ (un intermedio non strettamente necessario, ma ne avevo bisogno per via della ruggine) presso la Folk, e mi è sembrato di essere in paradiso. Insegnante bravissima (Sofi, la conoscevo già, era la supplente dei corsi “A”), nessuna perdita di tempo e tanto “scambio” con gli altri iscritti al corso. Insomma, finalmente l’impressione di spendere bene il proprio tempo e non di buttarlo via!

Lo Stato svedese offre sicuramente un’infinità di servizi ai cittadini (e non), e il 90% di questi servizi sono, a dir poco buoni: con l’ottica di un italiano, però, è quasi consolante vedere che qualcosa non funziona anche qui…

Al cinema

Chi mi conosceva già in Italia sa che da tempo sostenevo una “battaglia” contro il doppiaggio dei film. Ero parte di un’agguerrita minoranza che si batteva contro scempi recitativi e di adattamento, di scelta delle voci e traduzione.

Da questo punto di vista, andare al cinema in Svezia è una vera e propria pacchia: gli unici film a venire doppiati sono quelli per bambini (dato che, chiaramente, non possono leggere i sottotitoli), ma anche quelli sono disponibili in lingua originale. Qualche problemino ce l’ho, talvolta, quando in un film si parla improvvisamente una lingua che non conosco: la mia conoscenza dello svedese non è sempre adeguata per comprendere appieno i sottotitoli, e allora devo andare un po’ ad intuito. Ma anche questo aspetto sta migliorando.

Non cambia molto con la televisione: a cambiare canale, capita spessissimo di vedere roba sottotitolata, con l’originale nelle più svariate lingue del mondo.

Gli svedesi sono, chiaramente, contentissimi così: non ne ho mai incontrato uno (il che non vuol dire che non ci sia nessuno, chiaro) cui piacerebbe vedere, che so, il Padrino (anzi, The Godfather o Gudfadern) con voci diverse da quelle di Brando e Pacino. Se qualcuno lo dovesse proporre, probabilmente, verrebbe preso per scemo.
Qualcuno dirà che è facile, quando il 95% degli svedesi parla inglese… ma vi posso assicurare che qui si passa in versione originale anche roba cinese, finlandese o di altri paesi non anglofoni e questo senza alcun problema. Insomma, leggere i sottotitoli, qui, non è un problema per nessuno: nessuno si lamenta o li trova fastidiosi o distraenti.

I cinema in cui sono stato nell’area di Stoccolma sono generalmente belli, moderni e accoglienti. Le sale sono spesso piccole, ma c’è da dire che l’area cittadina è piena di impianti, che non sono concentrati, come spesso capita in Italia, in pochi poli cittadini.
Quando ho visto film in 3D non ho avuto alcun problema di giramento di testa o altro, il che, a quel che ho capito, dovrebbe implicare un adeguato livello qualitativo del sistema (o magari, semplicemente, sono stato fortunato io).

Esiste anche una buona industria cinematografica svedese (che ultimamente sta riscuotendo anche un certo successo a livello internazionale, vedi Låt den rätte komma in/Lasciami entrare o i film basati sui lavori di Stieg Larsson), ma fin’ora ho visto davvero pochino. Un giorno vi dovrò raccontare di Sällskapsresan e degli altri film con Stig-Helmer Olsson, il Fantozzi svedese (no, niente accento italiano nelle telefonate! :-D)…

Svenska

Da qualche giorno ho ripreso, in attesa di iscrivermi ad un corso “vero”, i miei studi da autodidatta di Svedese.

rosetta1Per fare ciò sto utilizzando un software chiamato Rosetta Stone, che ho acquistato tempo fa nella versione con il corso svedese, per l’appunto. Avevo già iniziato a studiare la lingua ma, purtroppo, per questioni di tempo avevo praticamente mollato tutto: adesso ho ripreso cominciato dal ripasso delle ultime lezioni che avevo già seguito.

C’è da dire che questi corsi sono ben fatti: utilizzano metodi intuitivi di apprendimento, che rendono il tutto abbastanza semplice ed immediato. Ovviamente sono ancora alle prime lezioni, quindi non posso esprimere un giudizio definitivo, però mi sentirei di consigliare questo prodotto.

Veniamo quindi all’oggetto di studio: lo svedese è una lingua germanica, una sorta di punto di contatto fra il tedesco e l’inglese. A livello di suono, però, è una lingua molto dolce e musicale, quasi cantalenante: nulla a che vedere, quindi, con le asprezze teutoniche o con l’essere diretto tipico della lingua inglese.
Tempo fa ho incontrato persone della Svezia del nord che mi hanno detto che la parlata Stoccolmese è parecchio effemminata, mentre solo nel Nord si parla uno svedese più “vichingo”. Erano metallari. Chiaramente, da parte mia, non ho ancora avuto modo di approfondire le differenze nella parlata.

Grammaticalmente, almeno a quello che posso vedere finora, è una lingua relativamente semplice: le parole hanno desinenze che possono cambiare a seconda del contesto (talvolta inglobando il ruolo dell’articolo), ma direi che siamo comunque molto lontani dalla complessità dei casi tedeschi. Per altri versi, poi, sembrerebbe essere anche più semplice dell’inglese.

Quello che è davvero spiazzante è la pronuncia. Già prendere il suono corretto delle vocali non è facilissimo (sono lievemente spostate rispetto all’italiano o al tedesco, e non alla maniera dell’inglese), ma sono le consonanti, e relative combinazioni, su cui bisogna prendere la mano: la g diventa spesso una i (devo ancora capire se ci sia un senso con cui utilizzare una pronuncia piuttosto che l’altra: quando ho chiesto non mi hanno saputo rispondere), la k diventa una sh sparata, skj ha un suono vicino ad una h aspirata dura e così via.

La r è spesso muta (anche più che nell’inglese britannico), e ho notato varie “irregolarità” (almeno alle mie orecchie) di pronuncia che devo ancora ben focalizzare.

Ovviamente, sono ben lungi dall’essere in grado non solo di parlare la lingua, ma anche solo di capire quello che leggo (anche se sto iniziando a prendere la mano sui menu dei ristoranti, e a capire cosa andrò a mangiare).

Il fatto che tutti qui parlino bene l’inglese è da un lato una benedizione (perché non ci sono barriere linguistiche una volta arrivati qui) e dall’altro una maledizione (perché ti rende meno strettamente necessario imparare la lingua locale per sopravvivere).

Adesso mi ci dovrò mettere d’impegno…

Kötbullar

Oggi, per la prima volta, mi sono cucinato da solo le köttbullar (pronuncia approssimativa “sciòtbulla”), le celebri polpettine di carne svedesi note in Italia come “polpettine dell’IKEA”.
Tenendo conto che erano surgelate (Findus), che non avevo un microonde per scongelarle, che mi mancavano sia le patate che la salsa che la marmellata di lingonberry (mirtillo rosso), che ho dovuto cuocerle in una vecchia padella con dell’italianissimo olio extravergine di oliva, alla fine non mi posso lamentare. Erano buone.

Nota per il futuro: trovare un posto che venda padelle decenti, più qualche altro attrezzo da cucina (una griglia, ad esempio).

Nel pomeriggio, dopo avere riconsegnato la macchina che avevo utilizzato ieri sera per andare a Västerås, sono ripassato al supermercato sotto casa.
Fra le altre cose, penso di avere comprato – ma non ne sono troppo sicuro – della carta da forno.
Quello che fa piacere è notare la presenza di notissime marche italiane (vedi foto) 😉

Facendo un salto indietro nel tempo, ieri sera sono andato a vedere i Deep Purple a Västerås, a circa un’ora e mezza di macchina da Stoccolma. La venue, era un posto relativamente piccolo (2500 persone, direi), ma ottimamente congegnata con struttura ad anfiteatro, ben equipaggiata, e appositamente studiata per la musica. Roba che in Italia ci sogniamo.

P.S.: I panini nordici con i semini saranno la mia rovina alimentare!