Togliti le scarpe!

Un’usanza che può lasciare sorpresi molti Italiani è quella delle scarpe: in Svezia si tolgono sempre e rigorosamente appena varcato l’ingresso della porta di casa, per lasciarle su un tappetino o un’apposita scarpiera. La cosa è dovuta sicuramente a questioni igieniche, soprattutto quando fuori c’è la terribile fanghiglia ghiaccio-neve che sta appestando l’area di Stoccolma in questi giorni.

Se doveste mai invitare uno svedese in casa, non sorprendetevi quindi se dovesse mettersi immediatamente a piedi nudi una volta entrato!

Ovviamente la cosa assume aspetti particolari quando si va in visita in casa d’altri. Da amici si rimane generalmente in calze o a piedi nudi ma, in occasioni più formali, è sempre bene portarsi delle scarpe da interni o pantofole eleganti, da indossare una volta arrivati nell’atrio!

Jul

Julgran

Ovvero Natale, la festa per eccellenza in Svezia. Con un po’ di ritardo (la visita dei miei e cose da fare mi hanno tenuto lontano dal blog), andiamo a raccontarlo.
Cominciamo da una considerazione semplice: in generale, il Natale è una festa molto più sentita qui che in Italia. La cosa ha certamente radici antiche: il Natale è la festa che il Cristianesimo ha imposto in luogo degli antichi riti pagani relativi al Solstizio d’Inverno. Esattamente come il suo equivalente estivo (midsommar), il Natale è una vera e propria festa della luce, anche se, in questo caso, diventa la luce soffusa e festosa di creazione umana (candele, luminarie) per contrastare l’oscurità della natura.
La cosa, mi si dice, è ancora più evidente nel profondo Nord, dove la luce del sole, d’inverno, non si vede mai. Lì tutto l’aspetto illuminatorio viene meravigliosamente portato all’estremo. In ogni caso, anche nei dintorni di Stoccolma è praticamente impossibile non vedere finestre e porte delle abitazioni addobbati con elementi luminosi colorati. Nel mese che gira attorno alla festività, la luce dell’uomo sconfigge il buio del cielo.
Poi, ovviamente, il Natale è oggi in primis una situazione religiosa, ma è onestamente festosa e colorata.

Ma come celebrano, gli Svedesi, il Natale vero e proprio? Non lo celebrano! Per motivi a me ignoti, in Svezia si festeggia soprattutto la vigilia (Julafton), il giorno in cui le famiglie si riuniscono, si aprono i pacchi e si beve in compagnia.
Il tutto è accompagnato da un rituale molto particolare: per qualche strano motivo, la nazione ha una fissazione natalizia per lo speciale della Disney From All of Us to All of You, qui conosciuto come Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul (“Paperino e i suoi amici augurano Buon Natale”) e trasmesso ogni vigilia alle tre del pomeriggio.
Nonostante lo speciale sia esattamente le stesso dal 1959 (giorno della prima trasmissione svedese) ad oggi, le famiglie si riuniscono a vederlo e ridere ogni anno per le stesse battute e situazioni. Il programma ha un indice di ascolto altissimo (spesso attorno al 50%), e, nelle settimane precedenti, ci sono spesso discussioni su chi debba essere il presentatore che introduce il filmato, quasi come per il nostro festival di Sanremo!
Finito lo speciale, nelle famiglie con bambini il papà va a “comprare il giornale”. Poco dopo il suo assentarsi, si sente bussare ed ecco arrivare Babbo Natale (su cui dovrò un giorno scrivere un articolo a parte, viste le peculiarità folk della versione svedese), ad inaugurare l’apertura dei pacchi.

Discorso particolare per il cibo: il pranzo e la cena della vigilia sono basati sulla smörgåsbord, una tavolata-buffet di miniporzioni differenti non dissimili dalle tapas spagnole. La versione natalizia si chiama, ovviamente, julbord e include patate, aringhe in varie forme, formaggi (fantastici), köttbullar, salmone e il delizioso julskinka (un prosciutto speziato e cotto al forno). Tipica è l’usanza di avere la versione natalizia di piatti che si mangiano tutti i giorni, versione che consiste, semplicemente, nell’utilizzo di spezie particolari. Altra caratteristica, per i bambini, è il Julmust, una spuma gasata dolciastra che si trova solo sotto Natale e Pasqua (quando prende l’originale nome di Påskmust): si può bere, ma se ne può tranquillamente anche fare a meno! 😉

E il Natale vero e proprio? Il Juldagen è il giorno in cui si sta tranquillamente a casa, si va eventualmente alla messa per chi ci crede e si fanno le visite di cortesia e/o piacere ai parenti (in svedese esiste il concetto di släkt come estensione di familj per intendere zii, nonni e cugini).
La sera? Al ristorante e magari anche a bere al pub o fare festa, perché il giorno non si lavora comunque (ma iniziano i saldi!) e allora si può bere e divertirsi!

Happy birthday?

La Svezia si distingue per molte cose, e una di queste è la canzoncina di “buon compleanno”.

Qui non si canta la celeberrima Happy Birthday To You (“Tanti auguri a te”) e neppure la meno nota ma comunque diffusa For He’s A Jolly Good Fellow, ma un canto tradizionale intitolato Ja, Han/Hon Leva (“Che lui/lei possa vivere…“) seguito da un multiplo Hurrah!

Personalmente questa canzoncina mi piace parecchio, molto più di quelle utilizzate nel resto del mondo. In generale, agli svedesi piace parecchio cantare, in particolare nelle occasioni bevereccie o festeggianti: ci sono tante canzoncine popolari che tutti conoscono (la più utilizzata è Helan Går, cui dovrò, un giorno, dedicare un post) ed intonano al momento di brindare.

Vi lascio con un paio di versioni carine di Ja, Må Han Leva!

 


È tornata la neve!

Dopo qualche spolverata nelle settimane passate (spolverata che avrebbe messo in ginocchio buona parte delle città italiane) è finalmente arrivata la prima vera neve. Nonostante le perplessità di mia moglie, che mi guarda come fossi un alieno, la cosa mi rende, per qualche strano motivo, naturalmente felice.

Stoccolma non è in una zona della Svezia particolarmente tendente all’imbiancata, quantomeno negli ultimi 20 anni. Fino al 2009, generalmente, la neve si vedeva qui pochino. L’inverno 2009-2010, però, è stato il più freddo e nevoso da parecchi anni a questa parte, e, in molti abitanti della zona, ha riportato alla memoria ricordi d’infanzia, quando invece era molto più normale. Alla fine, contando che siamo stati in bianco da metà dicembre (Santa Lucia, qui una festa importante) ad inizio aprile, per quelli come me è stato un inverno davvero spettacolare.

Adesso si dice che l’inverno 2010-2011 sarà più o meno sulla stessa falsariga, cosa che mi rende felice come un bambino.

Chiaramente i disagi ci sono anche qui: nonostante le ottime gomme da neve, aumentano i rischi in autostrada e tutto il traffico ne risente. I mezzi pubblici patiscono ritardi e anche la metropolitana soffre di allagamenti e casini vari. In questo momento sto scrivendo dal bus che mi porta da Väsby a Stoccolma per il mio corso, e devo dire che è una vera fortuna che gli autobus possano circolare sulle corsie di emergenza: il resto dell’autostrada è decisamente trafficato! Se, poi, prendi l’auto al mattino devi calcolare quei dieci-quindici minuti in più per rimuovere neve e ghiaccio dai vetri

Chiaramente è nulla rispetto a quello che succederebbe in Italia in situazioni simili, però… qui l’organizzazione è davvero ottima, anche perché, altrimenti, si arriverebbe alla paralisi nazionale. Persino l’aeroporto di Arlanda non risente troppo della situazione meteo, mentre qualche problemino in più ce l’ha Skavsta, la piccola aerostazione (distante in realtà circa un’ora e mezza da Stoccolma) utilizzata da innominabili compagnie low-cost.

Non mancano anche i rischi per i pedoni, in particolare quando camminano su un marciapiede che costeggi edifici: il rischio di essere sommersi da una valanga proveniente dai tetti è sempre presente. Chi fa la manutenzione degli edifici ha il dovere di tenere d’occhio la situazione e fare il possibile per evitare questo rischio: in molti casi alcuni marciapiedi vengono dichiarati off-limits, e si creano dei corridoi per i pedoni sulle strade.

Nonostante tutti questi problemi, la neve continua a piacermi da morire: mi mette un inspiegabile sensazione di buonumore che mi permette di sopportare meglio il freddo e il gelo (comunque decisamente meno penetrante di quello che puoi provare a volte in Italia, nonostante le temperature più basse)!

Ecco alcune foto scattate ieri mattina a partire dalle 7:30 in Väsby… Nel frattempo la neve è decisamente aumentata! 🙂

Neopatentato!

Da ieri sono ufficialmente neopatentato… alla svedese! Prima di procedere con la mia iscrizione all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero), ho infatti dovuto procedere a convertire la mia patente italiana in una svedese. Questo perché, in caso di smarrimento o rinnovo, una volta iscritto all’AIRE, l’Ambasciata non sarebbe stata in grado di aiutarmi.

La procedura di conversione è stata tutto sommato semplice, ma ha richiesto molto più tempo di quanto non avrei pensato, tenendo conto che avevo iniziato a muovermi già dalla scorsa estate.

Il primo passo è stato infatti di richiedere un modulo da inviare al Transportstyrelsen (un po’ l’equivalente della nostra Motorizzazione). Per ottenerlo mi è bastata una semplice telefonata, ma, se avessi avuto un auto registrata a mio nome in Svezia, lo avrei potuto richiedere via internet. Il modulo mi è arrivato nel giro di un paio di giorni.

Due piccoli problemi hanno ritardato la compilazione del modulo da parte mia e il reinvio al Transportstyrelsen. Il primo è che, assieme al modulo, dovevo inviare un Personbevis (qualcosa di simile all’attestato di famiglia), ma la registrazione del mio matrimonio ha richiesto anch’essa più tempo del previsto e, in quella fase, tutto era congelato. Il secondo è che dovevo mandare al Transportstyrelsen anche la mia patente italiana originale. Qui in Svezia non ci sarebbero stati problemi: mi sarebbe bastato mostrare la carta d’identità e una fotocopia della patente originale e la polizia avrebbe potuto verificare l’esistenza di una pratica di conversione aperta. Avendo una visita in Italia programmata per fine settembre (poi saltata), ho però dovuto ritardare l’invio della documentazione. Poco male, una volta accertato che non sarei andato in Italia a settembre ho provveduto ad inviare il tutto. Prima di farlo, ho dovuto anche procedere al pagamento di un bollettino di 600 corone (una sessantina di euro).

Quella successiva è stata davvero la fase che ha preso più tempo: ho guidato per quasi due mesi in Svezia senza una patente vera… e quando poi siamo effettivamente andati in Italia a fine ottobre non ho potuto usare la macchina. Quando ho telefonato per chiedere spiegazioni, mi è stato detto che, in quel momento, la pratica era bloccata dalla burocrazia dello Stivale.

Venerdi scorso mi è arrivata finalmente la conferma dell’avvenuta conversione. Ho dovuto rimandare indietro al Transportstyrelsen un minimodulo su cui ho incollato una fototessera (purtroppo orribile, ma fare fototessere qui costa un patrimonio, anche nelle cabine, e quindi ti tieni quelle che hai) e apposto la mia firma. Nel giro di tre giorni lavorativi, mi è arrivata la notifica del fatto che potevo ritirare la mia nuova patente alle poste.

La cosa che fa un po’ sorridere è che, per ritirare la patente (che ti viene data in mano, non in busta chiusa), ho dovuto produrre un altro documento svedese… come se l’addetta delle poste non potesse verificare, direttamente tramite la patente stessa, che la persona ero io! Avendo io la carta d’identità rilasciata da Skatteverket, non c’è stato alcun problema: avessi avuto solo il passaporto, un’altra persona avrebbe dovuto garantire per me. Burocrazia. 😀

La patente è molto simile a quella che avevo in italia: un tesserino rosa con foto, tutta l’impostazione generale è pressoché identica. Ovviamente, e non c’erano dubbi, su quella svedese non può mancare il famigerato personnummer, oltre a qualche “fighettata” (scritte che cambiano a seconda dell’angolo di visione, mostrando l’anno di nascita o la firma) che non ho idea se sia stata aggiunta anche sull’ultima versione della patente tricolore. Nota molto positiva: la mia nuova patente ha validità dieci anni da adesso, mentre la vecchia sarebbe scaduta nel 2012. Per un po’ non mi dovrò preoccupare di rinnovarla…

Subito dopo aver ritirato la patente, ho inviato all’ambasciata la modulistica per l’iscrizione all’AIRE. Ne riparleremo…

SFI e Folk Universitet

Per questioni economiche e di prossimità, qualche mese fa avevo deciso di provare i corsi di svedese offerti gratuitamente su iniziativa dello stato, nella sede di Upplands Väsby. Fino a questo momento, avevo seguito tre corsi alla Folkuniversetet, ma il mio Svedese è ancora indietro oltre che un po’ arrugginito.

Al momento ho ancora strada da fare, capisco abbastanza (quantomeno nell’ambito di discorsi a me non del tutto estranei), ma lo parlo ancora pochissimo, anche in famiglia. Con mia moglie usiamo infatti quasi esclusivamente l’inglese (e già così le incomprensioni capitano… a volte anche solo i gesti possono avere significati differenti fra Italia e Svezia!)

Al riguardo di SFI (Svenskundervisning far Invandrare/Swedish For Immigrants) avevo sentito pareri differenti: la qualità dei corsi dipende dal luogo, dall’ente che li organizza e, ovviamente, dall’insegnante. Ero comunque tentato di dare una chance all’SFI di Väsby.

Il primo impatto è stato, quantomeno, smorzato: fra formalità burocratiche, moduli mancanti, errori dell’addetta ci sono voluti  quasi due mesi da quando mi sono presentato la prima volta alla prima lezione. Il secondo impatto, quello con il corso vero proprio è stato devastante: sarò stato sfortunato io, ma quelle in cui sono stato coinvolto sono state davvero tre ore e mezza della mia vita che nessuno mi restituirà mai. L’ “insegnante” ha fatto davvero poco, ci ha dato dei fogli con compiti da fare da noi (in classe), ha fatto un riassunto di circa dieci minuti della lezione precedente (sì, perché sono stato inserito in un corso già attivo, non in uno nuovo) e poi ha lasciato che facessimo tutto per i fatti nostri, praticamente senza alcun interscambio fra gli studenti. Cose che potevo tranquillamente fare a casa, senza nessun bisogno di andare ad una lezione, visto anche che non c’è stata alcuna opera di correzione. Non solo: sicuramente c’è stato un errore di piazzamento e di valutazione del mio livello (io avevo detto di aver completato alla Folk Universitet il corso B1, che è uno standard), per cui tutto era troppo facile per me… e, come se non bastasse, l’insegnante stessa ha deciso di interrompere la lezione venti minuti prima perché aveva altro da fare.

Deciso, chiaramente, a non passare più un solo minuto in quella situazione, ho passato i giorni successivi a cercare di farmi cambiare di corso, senza riuscire mai a parlare di persona (al telefono mi aveva detto “vieni qui e chiedi di me”) con la persona addetta all’organizzazione. Con questa situazione, ho deciso chiaramente di gettare la spugna e tornare ai corsi a pagamento della Folk, corsi che non sono certo economici ma ti permettono veramente di imparare qualcosa.

Intendiamoci, in assoluto SFI non deve fare così schifo, dato che c’è chi si trova bene e chi riesce ad imparare effettivamente lo svedese con esso. Ma la gestione in Upplands Väsby (a cura di Lernia) è, a mio giudizio, davvero pessima.

Oggi ho tenuto la mia prima lezione del corso B1+ (un intermedio non strettamente necessario, ma ne avevo bisogno per via della ruggine) presso la Folk, e mi è sembrato di essere in paradiso. Insegnante bravissima (Sofi, la conoscevo già, era la supplente dei corsi “A”), nessuna perdita di tempo e tanto “scambio” con gli altri iscritti al corso. Insomma, finalmente l’impressione di spendere bene il proprio tempo e non di buttarlo via!

Lo Stato svedese offre sicuramente un’infinità di servizi ai cittadini (e non), e il 90% di questi servizi sono, a dir poco buoni: con l’ottica di un italiano, però, è quasi consolante vedere che qualcosa non funziona anche qui…

Glögg

L’arrivo prossimo del Natale porta con sé molte tradizioni, tradizioni che in Svezia possono essere anche molto diverse che in Italia (una su tutte: il giorno che qui si festeggia veramente è la vigilia!) e che avrò modo di approfondire nelle prossime settimane.

Mentre, nelle strade, cominciano ad apparire i primi abbozzi di luminarie, nei Systembolaget della nazione ha già fatto la sua ricomparsa una delle migliori realtà natalizie.

Il glögg è la variante locale del vino caldo o vin brulé. Zuccherato e speziato, è disponibile sul mercato in un’infinità di varianti già pronte, ma nulla impedisce di prepararselo in casa dopo essersi procurati le spezie e le radici necessarie.

A differenza della tradizione italiana (o, quantomeno, di quella a me nota), il glögg viene generalmente bevuto senza far bruciare o evaporare l’alcool: il momento giusto per interromperne la “cottura” è infatti quello precedente all’inizio dell’ebollizione. Il vino utilizzato è, generalmente, vino vero d’importazione, in alcuni casi potenziato con superalcolici (cognac, ad esempio) o aromatizzato con gusti esotici (vaniglia, cioccolato, etc.). C’è anche chi si fa il glögg partendo direttamente dai superalcolici (come il brännvin fermentato dalle patate), ma non ricordo di averlo visto già pronto nei Systembolaget. La Svezia si è saputa arrangiare nell’inventarsi dei “vini” alternativi basati sulle bacche (bärvin) e sulla betulla (björkvin), e, quindi, è anche possibile trovare Glögg basati su queste varianti.

Una volta cotto il glögg viene generalmente consumato con l’aggiunta di uva secca e/o mandorle, e accompagnato dai pepparkakor, i biscottini di pan di zenzero.

Il glögg si prende sia dopo cena che, nel caso di giornata non lavorativa, in occasione della fika pomeridiana, ed è, veramente, una delle tradizioni più apprezzate ed amate.

Bottiglie di Glögg

Gomme da neve

Qualche piccolo casino, un po’ di mancanza di ispirazione e una vacanzina in Italia mi hanno tenuto lontano dal blog per un mesetto… non vi preoccupate: ora ricomincio! 😀

Durante il breve periodo a Genova, a Stoccolma e dintorni c’è stata la prima spruzzata di neve. Al ritorno, come fra l’altro è obbligatorio nel periodo di passaggio fra ottobre e novembre, ho quindi dovuto montare i pneumatici invernali.

In Italia non avevo mai avuto modo di usarli, ma devo dire che, effettivamente: sono parecchio efficaci. L’aderenza al terreno è elevata e, anche con molto ghiaccio sulla strada, si riesce a guidare in maniera relativamente sicura. Esiste una versione particolare di pneumatici da neve con i chiodi, versione molto diffusa in alcune zone della Svezia. Purtroppo, però, queste gomme sono proibite in una strada principale di Stoccolma (e, sembra, solo lì) e, quindi, sono sconsigliate a chi abita nell’area della capitale (a meno, appunto, di non rinunciare per principio ad entrare in quella strada). Poco male: a quel che ho visto, le gomme non chiodate sono più che sufficienti. Gran parte della Svezia è, in ogni caso, sostanzialmente piatta, cosa che agevola la circolazione con la neve.

Quasi nessuno svedese ha le catene in macchina, molti non sanno neanche cosa siano: vengono infatti utilizzate solo in casi particolarmente estremi nelle aree di montagna, dato che i pneumatici invernali (eventualmente quelli chiodati) sono più che sufficienti. Io, nella mia Y, conservo ancora le mie catene italiane… giusto perché non si sa mai.

Chiaramente, attorno all’industria del cambio gomme primaverile/estivo si è sviluppata una vera e propria struttura organizzata. Dato che non tutti hanno in casa lo spazio per tenere gli altri pneumatici, molti centri di assistenza offrono, dietro pagamento di una piccola somma, l’alloggio delle ruote. Il mio caso è stato un po’ particolare perché, nell’officina in cui ero andato la prima volta, non avevano dei cerchioni che si adattassero alla mia macchina (Fiat ed Alfa esistono in Svezia ma non sono così comuni, la Lancia non viene importata dalla fine degli anni ’90) e, quindi, dovevano ogni volta tenere i pneumatici “liberi” e rimontarli sui cerchioni, ovviamente con costi maggiori.

Adesso, dato che ormai le mie gomme “estive” erano troppo consumate, le ho fatte buttare via, e, quindi, la prossima primavera, potrò cercare in anticipo un’altra officina che riesca ad avere i cerchioni giusti.

Donna, paga il conto!

Alle ragazze svedesi non piace che si offra loro la cena. Fiere della loro indipendenza, ci tengono che anche una serata romantica sia basata su un rapporto paritario, soprattutto al primo appuntamento. Se stanno con te è perché gli piaci, non perché ti sei comprato la loro disponibilità.
È quindi cosa normalissima che si divida il conto e che ognuno paghi quello che ha effettivamente consumato.
I ristoratori non fanno una piega: pure in casi di comitive numerose, è normale effettuare il pagamento separato, anche con più carte di credito.
Gli Svedesi vengono talvolta presi per i fondelli all’estero per il loro calcolare “ognuno il suo” fino all’ultimo centesimo.

Ma torniamo all’argomento di oggi.
Il sistema funziona benissimo così, quando ad uscire assieme è una coppia di svedesi. Se la ragazza esce con, che so, un italiano è probabile che accetti la galanteria di farsi pagare la prima cena. Questo per non essere scortese, dato che sa che, da noi, le cose funzionano così.

Immaginate però cosa possa succedere quando uno svedese esce con un’italiana… ho assistito ad una scena del genere qualche settimana fa, in un ristorante della capitale.

La ragazza era con un’amica (presumibilmente perché non voleva lasciarla da sola, suppongo che fossero in vacanza assieme), ma lei e il ragazzo svedese erano chiaramente in uno spirito da flirt. Posso supporre che lui l’avesse invitata fuori per cena, e che l’invito fosse stato esteso all’amica per cortesia.

Bene… alla fine della serata, è presumibile che la ragazza si aspettasse che il tipo facesse la cortesia di pagare addirittura per tutti e tre o, quantomeno, almeno per due.
E invece cosa fa lui? Tira fuori il telefonino e inizia a fare i conti su chi debba pagare cosa! 😀 Inutile dire che la faccia delle due ragazze era impagabile!

Pensate che sia finita qui? Neanche per sogno! Il ragazzo aveva addirittura esaurito il credito sulla sua carta, e, a quello che ho capito, una delle due ragazze è dovuta uscire e prelevare dei soldi col bancomat e pagare persino la parte di lui.

Vorrei sapere cosa hanno raccontato le due tipe, al loro rientro a casa!

Sällskapsresan

La locandina del primo film

Stig-Helmer Olsson è, per certi versi, il “Fantozzi Svedese”. Come il nostro Ugo è un personaggio sfigato apparso in più film di gran successo a livello nazionale, tanto che il primo in assoluto, Sällskapsresan (scritto, diretto ed interpretato da Lasse Åberg) è considerato una pellicola di culto da molti svedesi, che ti citano a memoria gran parte delle battute.
Olsson veste spesso in maniera improbabile, con abiti démodé, in particolare quando deve praticare attività sportive. La sua spalla è l’amico Ole, un geek norvegese conosciuto nel primo film (il cui titolo significa “il viaggio organizzato”).

Le similitudini con il ragioniere più amato dagli Italiani finiscono in fretta: i film di Åberg non sono infatti una grottesca ed amara analisi della vita dei colletti bianchi, quanto una più leggera panoramica autoironica sull’atteggiamento collettivo svedese, in particolare in occasione dei viaggi all’estero.
Lo slogan che apre il primo film della serie è: “Gli Svedesi, per le vacanze, non vanno in un posto. Si allontanano da un posto.”

Sällskapsresan racconta di una vacanza organizzata nella fittizia città di Nueva Estocolmo, in Gran Canaria (quest’ultima meta effettiva del turismo massificato svedese su charter nel corso degli anni ’70), cui partecipano in massa svedesi di diverse estrazioni sociali. C’è un intrigo che vede il nostro Olsson manipolato da affaristi senza scrupoli, ma che si risolverà nel migliore dei modi.

Nel film (che, sia chiaro, non è certo un capolavoro della cinematografia mondiale) si scherza su alcuni degli atteggiamenti tipici del comportamento svedese, in particolare il fatto che questo popolo scappa dalla propria nazione alla ricerca di una maggiore libertà e della possibilità di uscire dagli schemi ma poi, alla fine, trova sempre conforto nell’organizzazione e in una certa omologazione (divertente una scena in cui il gruppo di persone arriva al bordo della piscina e, assolutamente senza pensarci o mettersi d’accordo, allinea in perfetto ordine la serie di sdraio sparpagliate prima di mettercisi sopra a prendere il sole).

L’ironia è comunque sempre moderata (all’insegna del lagom), anche nei momenti più demenziali. Mancano completamente, chiaramente, anche gli elementi volgari tipici dei cinepanettoni all’italiana.

Olsson, che è il protagonista, è un personaggio sfigato ma puro. Non è particolarmente vessato dal punto di vista professionale (anche se fa lavori molto umili e spesso grotteschi, oppure si ritrova ad essere disoccupato) e ha a che fare  con una mamma brontolona e protettiva. Le sue avventure terminano a lieto fine, con una ragazza che si innamora di lui, della sua purezza, del suo spirito naif che lo porta ad essere sfruttato da chi non si fa scrupoli.

Il primo Sällskapsresan è stato, come ho detto, un grandissimo successo a livello nazionale, al punto che sono seguiti più sequel. Il film è ricordato con affetto da parecchi svedesi, su Youtube se ne trova persino una cupissima (e riuscitissima) parodia in stile Ingmar Bergman.

Una curiosità: Åberg è un artista molto popolare. Oltre che attore e regista, è anche musicista, pittore ed illustratore (a lui è stato dato il compito di disegnare i tessuti dei sedili della Tunnelbana). Sono molto apprezzate alcune sue litografie basate su particolari reinterpretazioni di Topolino… e persino noi abbiamo in casa dei piatti basati sul suo lavoro! Åberg è anche titolare e curatore di un importante museo del fumetto e dell’illustrazione.

Onestamente, devo dire che la prima visione di Sällskapsresan mi ha lasciato un po’ perplesso (sia per problemi di comprensione, sia per un tipo di comicità cui non ero abituato), ma alla seconda (mia moglie ne è fanatica :-D) l’ho apprezzato decisamente di più!

Un Mickey Mouse a base di ortaggi, opera di Åberg

Prendi le scale, invece!

Micro aggiornamento: in una fermata della metro, le scale stesse ti invitano a prendere loro, e non l’ascensore o le scale mobili.
Le scritte piccole ai lati ti incitano e spiegano come sia più semplice di quanto possa sembrare.
Chiaramente è pur sempre una pubblicità, ma ho seguito il consiglio. 🙂

In compenso, per il secondo giorno di fila ho beccato i controllori a verificare il biglietto. Non  mi era mai successo…

Prendi le scale, invece!

Godis

La Svezia è il paese al mondo con il più alto consumo procapite di dolciumi.

Caramelle, cioccolata, noci e nocciole ricoperte di glasse varie, liquirizia… ce n’è davvero per tutti i gusti, sia per qualità che per quantità. In un qualunque supermercato, il “muro” del reparto dolci (da prendere liberamente, a peso) è sempre impressionante. Anche stazioni di servizio, affitta-DVD e posti come 7-eleven hanno la loro abbondante sezione caramelle.

Il consumo dei dolci è parte dell’attività quotidiana (e sociale!) di buona parte degli svedesi. Per loro è praticamente impossibile, ad esempio, guardare un film, al cinema o a casa, senza avere qualcosa da mangiucchiare per tutta la durata. In passato mi faceva strano rendermi conto che mia moglie non riusciva ad andare al cinema senza farsi la rigorosa fila al banco dolci della sala, anche a costo di arrivare in ritardo. Lei dice che, senza i godis, un film vale la metà. Pensavo fosse una mania tutta sua, ma poi mi sono reso conto che non è così: è davvero la maggioranza della popolazione svedese che non può fare a meno di caramelle, cioccolatini, popcorn e ostbågar (gli snack gialli di formaggio, in inglese Cheese puffs) durante una proiezione.

Anche a casa la situazione è la stessa: addirittura è stato creato un termine, Fredagsmys (quasi intraducibile… forse come l’intimità del venerdi), per indicare quella situazione sociale del venerdi sera (ma anche di tutto il weekend) in cui si sta davanti alla tv, guardando un film, facendo zapping o anche chiacchierando… immancabilmente sgranocchiando dolci o snack, questi ultimi spesso inzuppati in panna acida aromatizzata!

C’è da dire che il metabolismo degli svedesi deve essere mediamente diverso dal nostro, perché mi chiedo spesso come possano non diventare obesi con diete di questo tipo. La Svezia è però uno dei paesi al mondo dove l’attività sportiva è più praticata in assoluto, e probabilmente la soluzione è anche qui: consumano tante porcherie, ma bruciano davvero tanto!

Gli scaffali del negozio "Caramella", vicino al cinema Sergel

Comprare un negozio

Mia moglie ha deciso da poco di mettersi in proprio ed avviare una propria attività. In attesa di terminare il lavoro attuale, ha già avviato le pratiche per comprare un negozio a Stoccolma. O meglio, per comprare il contratto di affitto.

Perché, esattamente come per gli appartamenti in cui si vive, quello che compri è, in questo caso, un hyresrätt, ovvero il diritto di affittarlo.

In pratica, il titolare del contratto te lo vende passando per un agente immobiliare (anche in questo caso niente notaio), ma il tutto deve poi essere approvato dai proprietari dell’immobile, che sono quelli che, poi, ti affittano effettivamente lo spazio.
Sono loro ad avere la decisione finale: possono decidere di annullare la transazione se non ti ritengono affidabile, o se considerano l’attività che intendi intraprendere come non gradita. Per questo è necessario preparare una descrizione dettagliata dell’attività, con informazioni anche sulle modalità di finanziamento della stessa.

I costi non sono poi così mostruosi come avrei pensato: per un locale da 45 metri quadri in centro a Stoccolma (in una via non principale ma comunque con un discreto passaggio), mia moglie andrà a spendere circa 16.000 euro per rilevare il contratto, più circa 800 euro al mese di affitto (affitto che include anche le spese di amministrazione ed alcuni servizi, come nel caso dell’abitazione).

Qualche giorno fa c’è stata la firma e il versamento di un primo anticipo. Adesso siamo in attesa della decisione di chi di dovere per sapere se l’affare andrà in porto…

Al cinema

Chi mi conosceva già in Italia sa che da tempo sostenevo una “battaglia” contro il doppiaggio dei film. Ero parte di un’agguerrita minoranza che si batteva contro scempi recitativi e di adattamento, di scelta delle voci e traduzione.

Da questo punto di vista, andare al cinema in Svezia è una vera e propria pacchia: gli unici film a venire doppiati sono quelli per bambini (dato che, chiaramente, non possono leggere i sottotitoli), ma anche quelli sono disponibili in lingua originale. Qualche problemino ce l’ho, talvolta, quando in un film si parla improvvisamente una lingua che non conosco: la mia conoscenza dello svedese non è sempre adeguata per comprendere appieno i sottotitoli, e allora devo andare un po’ ad intuito. Ma anche questo aspetto sta migliorando.

Non cambia molto con la televisione: a cambiare canale, capita spessissimo di vedere roba sottotitolata, con l’originale nelle più svariate lingue del mondo.

Gli svedesi sono, chiaramente, contentissimi così: non ne ho mai incontrato uno (il che non vuol dire che non ci sia nessuno, chiaro) cui piacerebbe vedere, che so, il Padrino (anzi, The Godfather o Gudfadern) con voci diverse da quelle di Brando e Pacino. Se qualcuno lo dovesse proporre, probabilmente, verrebbe preso per scemo.
Qualcuno dirà che è facile, quando il 95% degli svedesi parla inglese… ma vi posso assicurare che qui si passa in versione originale anche roba cinese, finlandese o di altri paesi non anglofoni e questo senza alcun problema. Insomma, leggere i sottotitoli, qui, non è un problema per nessuno: nessuno si lamenta o li trova fastidiosi o distraenti.

I cinema in cui sono stato nell’area di Stoccolma sono generalmente belli, moderni e accoglienti. Le sale sono spesso piccole, ma c’è da dire che l’area cittadina è piena di impianti, che non sono concentrati, come spesso capita in Italia, in pochi poli cittadini.
Quando ho visto film in 3D non ho avuto alcun problema di giramento di testa o altro, il che, a quel che ho capito, dovrebbe implicare un adeguato livello qualitativo del sistema (o magari, semplicemente, sono stato fortunato io).

Esiste anche una buona industria cinematografica svedese (che ultimamente sta riscuotendo anche un certo successo a livello internazionale, vedi Låt den rätte komma in/Lasciami entrare o i film basati sui lavori di Stieg Larsson), ma fin’ora ho visto davvero pochino. Un giorno vi dovrò raccontare di Sällskapsresan e degli altri film con Stig-Helmer Olsson, il Fantozzi svedese (no, niente accento italiano nelle telefonate! :-D)…

Un matrimonio e un funerale

In questo anno ho avuto modo di confrontarmi con due eventi che fanno parte della vita, e che, in qualche modo, ne rappresentano il momento di massima festa e quello più triste. È stato interessante, pur essendo (almeno in parte) coinvolto emotivamente, osservare differenze e similitudini rispetto a come li viviamo noi.

Il matrimonio

Il matrimonio cui ho assistito è un matrimonio religioso standard. La stragrande maggioranza dei matrimoni svedesi si tiene nel pomeriggio o nella prima serata, perché è davvero importante l’aspetto party in nottata: ogni festa, dopo la cena, si conclude infatti con balli e bevute fino all’arrivo del mattino e oltre (quantomeno d’estate). Questa cosa, ad esempio, è stato uno dei motivi di “contrasto” fra me e mia moglie al momento di programmare il nostro sposalizio: da Italiano mi veniva difficile pensare a una celebrazione che non fosse in mattinata, seguita dal tradizionale pranzo. A parlarne, ci siamo resi conto che la soluzione svedese era più gradita ad entrambi, e quindi abbiamo optato per quella (anche se il tutto si è tenuto in Liguria).
A differenza di quelli cattolici, i matrimoni religiosi della confessione luterano-svedese non si devono tenere necessariamente in chiesa: va bene un posto qualunque, anche all’aperto, a patto che sia garantita la sacralità dell’evento. I preti non hanno problemi a muoversi e celebrare le nozze nei posti più impensati e suggestivi: quelle cui abbiamo assistito si sono però tenuto in una normale chiesa di campagna svedese.

Una cosa che mi ha colpito immediatamente è la leggerezza della liturgia rispetto agli sposalizi cattolici: in pratica si va subito al sodo, anche se non mancano preghiere e canti religiosi. Altra caratteristica particolare è la presenza di brani musicali laici, scelti dagli sposi insieme ai musicisti di fiducia che si esibiscono per l’occasione: ti può capitare di sentire roba di Bob Dylan come di qualche cantautore locale.

Personalmente devo dire di non avere apprezzato particolarmente la cerimonia: sarà che il prete era un po’ antipatico e scontroso, mi è sembrato un matrimonio privo di atmosfera e magia, nonostante la bellezza del posto. Freddo, nel complesso. Ma forse si è trattato di un caso particolare, dato che mia moglie (che pure di matrimoni svedesi ne ha visti parecchi) condivide la mia opinione al riguardo di questa celebrazione.

Il dopo cerimonia si è tenuto in un centro alberghiero di campagna, molto suggestivo. Qui sono stato decisamente impressionato in negativo dalla totale mancanza di spontaneità del festeggiamento: in pratica tutto viene arrangiato a monte secondo linee standard.
C’è un toastmaster che coordina gli eventi, ci sono tutta una serie di discorsi a seguire un ordine prestabilito (tocca generalmente al padre della sposa il compito di inaugurare il tutto) e concordati, nelle tempistiche, con il toastmaster stesso. Persino il momento in cui si fa l’ Hurrah (l’equivalente del nostro “viva gli sposi”), rigorosamente da dire tutti assieme, è praticamente fisso.
Gli stessi discorsi mi sono sembrati abbastanza schematici: le persone che parlano dicono sempre qualcosa di emozionante, qualcosa di divertente sul passato di uno dei due sposi (e, per carità, la gente ride)… ci sono anche momenti al limite del cabaret, che possono anche essere simpatici come imbarazzanti.

Altra cosa che non mi ha favorevolmente impressionato è il “programma della serata” che si riceve ad inizio cena, un libretto con il menu, qualche foto, e l’elenco di tutti i partecipanti della serata con il rispettivo piazzamento nei tavoli. A fianco di ogni nome è scritta una breve presentazione (che vorrebbe essere simpatica, e a volte lo è) sul chi sia la persona, quale sia il suo ruolo rispetto agli sposi e cosa faccia nella vita. Mia moglie si aspettava di avere qualcosa del genere per il nostro matrimonio, ma si è dovuta scontrare con il mio più totale rifiuto. 😉
Insomma, nella mia ottica è sembrato tutto abbastanza formale e schematico, lontano dalla simpatica caciaroneria dei matrimoni all’italiana, dove si urla quando si vuole e si fa casino in maniera spontanea. Per carità: non posso dire di essermi trovato male (tutt’altro), ma sono decisamente contento che il mio matrimonio sia stato diverso da questo.

Dopo la cena, dicevamo, il momento dei balli e delle bevute. Si parte con il waltzer dei due sposi e poi a seguire musica pop o rock, con la gente che si cimenta in grandi bevute e code al bar come in un normale sabato sera svedese. Perché questo popolo da il meglio di se nel momento del party! 😀

Queste, come detto, sono state nozze “standard” nella forma. La cosa bella degli svedesi è che, però, se fai qualcosa di atipico o caratteristico, non sei guardato come un alieno. Mi è stato detto che i matrimoni anti-convenzionali, pur non frequentissimi, sono comunque sempre accettati e visti ben volentieri. Gli sposi hanno sempre la possibilità di adattare tutto quanto (dalla cerimonia al dopo) al loro modo di essere e stile di vita e, quando decidono di farlo, la cosa viene accettata senza alcun problema. C’è chi si sposa all’aeroporto prima di partire per una vacanza, chi lo fa in luoghi diroccati, chi festeggia in pub o locali caratteristici. Il bello della Svezia è anche questo, formalissimi al limite della glacialità in molte occasioni, ma estrosi e sopra le righe quando si vuole fare uscire l’individuo.

Il funerale

La prima cosa che colpisce di un funerale svedese è il “quando”. Generalmente si tengono ad oltre un mese di distanza dalla scomparsa della persona cara, e non, come da noi, appena possibile. Tutto ciò è oramai anche per questioni burocratiche (adesso il sistema è questo e quindi ci sono delle “code” da smaltire), ma l’intento alla base è quello di lasciare del tempo fra il decesso e l’ultimo saluto, in modo che si possa in qualche modo smaltire il dolore, in maniera che si possa riflettere nel frattempo e che il momento dell’addio sia meno brusco, forse anche più umano. Fra l’altro il funerale è un rito collettivo per tutti i cari, ma i familiari più stretti (coniuge e figli) avranno un’ulteriore possibilità di salutare la persona scomparsa nel momento della cremazione, che avviene qualche giorno dopo le onoranze funebri.

Come già per il matrimonio, la prima cosa che colpisce delle esequie è la leggerezza del rito religioso. La chiesa svedese è molto meno legata al concetto di peccato rispetto a quella cattolica, è meno opprimente nella forma e nella sostanza. In particolare, quella che ho avuto è stata una sensazione di serenità: chiaramente si è tristi, si piange e si soffre, ma il contesto dell’addio è stato più “solare” rispetto a quello di un funerale italiano, tanto nella liturgia quanto nel modo di partecipare dei convenuti. Anche qui ci sono stati canti (laici e non), ma l’impressione è stata quella di essere ad un vero e proprio momento intimo di saluto, e non ad una solenne celebrazione.

Dopo la cerimonia, e la partenza del carro funebre, il pranzo. Noi convenuti tutti ci siamo riuniti nel retro della chiesa, dove, in un’apposita sala, era allestito un buffet, cortesia dei familiari più stretti. Questo è stato un momento per riunirsi tutti assieme, per socializzare e riformare un senso di unità familiare. Anche in questo caso non sono mancati un paio di discorsi (decisamente meno che ad un matrimonio, sia chiaro), in un misto di tenerezza, malinconia e anche voglia di ricordare aspetti simpatici e divertenti della vita della persona scomparsa.
È chiaro che un funerale è sempre un momento brutto, ma c’è da dire che ho trovato la maniera svedese di viverlo, almeno in questo caso particolare, decisamente più serena e persino umana rispetto a quella italiana.