Secondo le indicazioni della Farnesina, l’ultimo giorno utile per spedire le schede elettorali agli aventi diritto, da parte delle cancellerie consolari, era il 6 febbraio.
Conoscendo la celerità delle Poste Svedesi, che consegnano tutto in un giorno, se il plico non mi fosse arrivato ieri avrei cominciato a preoccuparmi. Anzi, in realtà, un po’ preoccupato lo ero già: solo di recente mi sono ricordato di comunicare il mio ultimo cambio di residenza e temevo che qualche intoppo potesse complicare le cose.
Invece la cancelleria di Stoccolma ha fatto (come al solito, devo dire) bene il suo lavoro e ieri sera ho trovato il plico nella cassetta della posta.
Rispetto all’ultimo Referendum, la mia prima occasione di voto all’estero, è cambiato molto poco: nella busta c’erano due fogli in più, con l’elenco dei candidati di ogni lista, uno per la Camera, l’altro per il Senato. All’estero, a differenza che in Italia, si possono esprimere le preferenze.
Per il resto, le regole sono le stesse.
Le due schede vanno infilate dentro una busta bianca anonima (tutto il materiale è contenuto all’interno del plico), ovviamente dopo avere apposto la propria indicazione di voto: questa operazione può essere effettuata con una biro nera o blu. Non serve, quindi, la matita copiativa!
Un foglio è composto dal certificato elettorale e dal tagliando elettorale: quest’ultimo, che è anonimo ma contiene un identificativo numerico, va ritagliato e infilato, assieme alla busta bianca, dentro la più grande busta beige preaffrancata. Il certificato va conservato.
Ieri sera ho effettuato al volo l’operazione e, a partire da questa mattina, il tutto è già in viaggio con direzione Stoccolma.
Curiosità: l’intera operazione si effettua tramite posta ordinaria. Non è (solo, immagino) necessità di risparmio ma, soprattutto, di protezione dell’anonimato di chi vota.
Pena invalidazione, sulle due buste non va apposto alcun segno, tantomeno l’indirizzo del mittente.
A inizio gennaio ho potuto assistere al mio primo battestimo secondo i crismi della Svenska kyrka, per il primogenito di una coppia di amici stoccolmesi.
Come già notato per altri riti religiosi, la prima cosa che salta all’occhio è il livello di “pompa” decisamente minore rispetto al rito cattolico.
Anche in questo caso, il prete, che qui ha più libertà nel preparare la cerimonia (concordandone i passaggi assieme ai familiari), ha avuto un atteggiamento decisamente meno formale, più lieve ed “umano”, durante la celebrazione, rispetto al tipico celebrante italiano.
Il tutto visto dall’esterno, l’impressione è quella che i credenti abbiano più a che fare con un “compagno” di culto, che non di una qualche forma di autorità.
Due le note particolari: la prima riguarda l’impostazione della cerimonia che, come detto, è stata ancora una volta piuttosto informale, alternando alle preghiere e ai canti religiosi anche momenti laici. La famiglia del bimbo ha avuto modo di eseguire dal vivo un brano scritto dal papà (musicista professionista) per il bimbo, senza alcuna tematica sacra. Nulla di strano, se penso che, l’anno scorso, ho assistito ad un matrimonio religioso conclusosi, per la musica che accompagnava l’uscita degli sposi, sulle note di Don’t Stop Me Now dei Queen!
La seconda nota riguarda il prete stesso, ovvero la classica persona che, dalla Chiesa Cattolica, verrebbe definito come un “peccatore”. Non che abbia in qualche modo parlato di certe sue preferenze, ma la cosa era palese a tutti, senza che, peraltro, questo fosse un problema. La Chiesa Svedese non discrimina infatti i preti omosessuali, e permette anche loro di sposarsi con compagni dello stesso sesso. Eva Brunne è salita qualche anno fa agli onori della cronanca per essere la prima vescova (si dice così?) apertamente omosessuale del mondo cristiano. Per carità, resistenze al riguardo esistono anche qui, ma permettetemelo: quanta ipocrisia in meno!
Attenzione, però: non è che un rito meno pomposo e formale implichi una minore ufficialità o serietà della cerimonia. Il bimbo è stato accolto ufficialmente come nuovo arrivato nella Chiesa Svedese e il fatto di avere musica o altri momenti “non sacri” non sminuisce mai il valore liturgico.
Dopo la cerimonia, nei locali stessi della chiesa, si è tenuta l’immancabile fika con i convenuti.
Altra considerazione, che vale anche per i matrimoni: i regali, qui, sono decisamente più semplici, meno sfarzosi e, soprattutto, sono economici. Niente abbondanza di oggetti in oro, niente somme importanti, niente liste nozze o battesimo o altro. Il regalo è spesso un piccolo pensierino piuttosto semplice, in cui, spesso, si bada più a fare qualcosa di personale che non a cercare di “non fare brutta figura”. Anche questo è un tipo di semplicità che, personalmente, apprezzo molto.
E se proprio lo volete sapere, non esistono neanche le bomboniere: un’intera industria che, qui, non ha ragione di esistere. 😀
Il viaggio mi ha anche dato l’occasione di rivedere brevemente Stoccolma, e qui non nascondo di avere provato un po’ di nostalgia. Gli splendidi panorami acquatici, il mio amato Pub Anchor, la lingua comprensibile, la neve abbondante che copriva tutto (nel frattempo si è sciolta anche lì, ma rispetto alle sputacchiate del brutto e umido inverno scanico è tutta un’altra storia) hanno sicuramente sollecitato il mio animo più malinconico. Per quanto apprezzi Malmö, è Stoccolma la città di cui mi sono veramente innamorato e che mi ha fatto, a sua volta, innamorare della Svezia. Chissà, forse un giorno torneremo a vivere lì…
In seguito ad eventi che non vi sto a spiegare (anche perché non li ho capiti appieno pure io :-P), il Consolato Italiano a Malmö si è appena trasferito all’interno dei locali di una piccola boutique dal nome Italiano e dall’iconografia Francese, dedicata in particolare a vendere articoli da regalo d’ispirazione mediterranea.
Insomma, se avete bisogno di sbrigare pratiche burocratiche a Malmö, date un’occhiata in giro. 😉
Chiunque sia mai stato in Svezia in questo periodo dell’anno è sicuramente rimasto affascinato, prima o poi, dalla presenza di quei folletti vestiti da Babbo Natale che affollano i negozi di souvenir ma che appaiono anche nelle vetrine dei negozi “normali”. Ma chi sono esattamente questi folletti? Sono effettivamente delle versioni particolari di Babbo Natale? Ne sono lontani parenti? C’è anche solo una qualche relazione fra le due figure? La risposta si trova indagando fra miti e leggende europee, passando per la terra della Coca Cola e di Walt Disney…
C’era una volta in Europa…
Babbo Natale, almeno come lo conosciamo noi, è una creazione americana del diciannovesimo secolo. La figura di Santa Claus, vecchio pacioccone fatato vestito di rosso e portatore di doni pesca però a piene mani da diverse tradizioni europee, e due in particolare la fanno da padrone.
Sinterklaas (in alto, foto di Gaby Kooiman da Wikipedia) e Father Christmas (in basso)
Il Sinterklaas olandese è una figura popolare basata su quella di San Nicola, con l’aggiunta di elementi precristiani legati soprattutto ad Odino. Sinterklaas ha una lunga barba bianca, veste da vescovo (e quindi di rosso) e porta doni (cavalcando sui tetti) nella notte fra il 5 e il 6 dicembre. Non si tratta quindi, almeno originariamente, di un mito strettamente natalizio.
Il Father Christmas britannico è invece una figura di origine prettamente pagana. Da principio noto come Vecchio Inverno (Old Man Winter), era la personificazione della stagione e veniva generalmente identificato con Woden, l’Odino britannico. Con l’arrivo della cristianità i vecchi miti pagani furono assorbiti: la Festa del solstizio d’Inverno divenne il Natale e il Vecchio Inverno sopravvisse popolarmente come Father Christmas, riemergendo, in particolare, nel quindicesimo secolo. Un vecchio giovale ma smilzo, originariamente vestito di verde, talvolta a cavallo di una capra, Father Christmas divenne quindi la personificazione del Natale: il suo mito si diffuse in Europa per via della traduzione di alcuni racconti, ed è per questo motivo che, in Italia, si utilizza il termine Babbo (o Papà) Natale, invece di San Nicola o Santa Claus.
Il Santa Claus di Nast
Santa Claus negli Stati Uniti I miti popolari europei si incontrarono negli Stati Uniti, mescolandosi fra loro e creandone di nuovi. La nascita del moderno Santa Claus viene ricondotta al poema del 1823 The Visit Of Saint Nicholas, oggi noto soprattutto come The Night Before Christmas e attribuito a Clement Clark Moore. In questo racconto vengono stabiliti in maniera definitiva molti degli elementi canonici del personaggio: San Nicola si lega ora con il Natale, perde l’abito da vescovo (sostituito da pellicce), è una figura fatata che porta doni ai bambini buoni attraverso i camini e vola nel cielo su una slitta trainata da renne. Per un passo importante nella definizione moderna di Santa Claus, bisognerà attendere un’illustrazione del 1863 di Thomas Nast, che illustrò un vecchietto rubicondo, allegro e decisamente sovrappeso. Fu in uno dei libri illustrati di Nast che venne definito un altro elemento importante: è da allora che sappiamo che Babbo Natale vive al polo Nord.
Il Santa Claus definitivo arriva però nel 1931 grazie alla Coca Cola e, in particolare, all’illustratore Haddon Sundblom: scritturato per una campagna promozionale, Sundblom ci disegna il Babbo Natale che tutti conosciamo. Un vecchietto di grande stazza, gioviale e che irradia calore e umanità. Se fino a quel momento esisteva ancora un dubbio sul colore dell’abito di Santa (con il verde come alternativa principale), è con questa versione che diventerà per sempre rosso e bianco. Guarda caso proprio i colori simbolo di una certa bevanda…
Il Santa Claus “made in Coca Cola” divenne immediatamente popolarissimo, al punto che, già per il Natale successivo, Walt Disney decise di produrne una propria versione animata: Santa’s Workshop (in Italiano Papà Natale) è tuttora un classicissimo dell’animazione del periodo e fa parte, quarda caso, di quel Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul che è parte fondamentale della celebrazione del Natale per gli Svedesi.
Grazie alla Coca Cola, alla Disney e alla Seconda Guerra Mondiale, Santa Claus “ritornò” un po’ alla volta in Europa, dove reincontrò, per lo più soppiantandole, le sue versioni primigenie. Nelle Isole Britanniche, ad esempio, i termini Santa Claus e Father Christmas sono ormai sinonimi, e solo in alcune parti più tradizionaliste viene celebrato il vecchio personaggio.
Cosa c’entra, quindi, la Svezia con tutto questo, e qual è la relazione fra la terra di Pippi Calzelunghe e Babbo Natale?
Nel frattempo, in Svezia…
In Svezia, ci sono due miti folcloristici storici da prendere in considerazione prima di arrivare al moderno Jultomten.
Julbocken ai piedi dell’albero
Il primo è la Julbock, ovvero la Capra di Yule. Probabilmente di origine pagana, e legata al dio Thor, la Capra ha rappresentato a lungo lo Spirito che controllava che il Natale fosse celebrato a regola d’arte. Ad un certo punto, nel corso del diciannovesimo secolo, la Capra cominciò ad assumere il ruolo di portatrice di doni per i bambini. Era solitamente il padre o un anziano di famiglia a travestirsi da Capra e bussare alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia. Come vedremo, la Julbock perse relativamente in fretta questo ruolo, ma è rimasta comunque uno dei simboli del Natale svedese.
Le caprette di paglia sono ancora oggi una decorazione tipica delle case della nazione, e, nella città di Gävle, viene regolarmente costruita una gigantesca Capra, destinata ad essere incendiata allo scoccare dell’anno nuovo.
Gävlebocken: foto di Tony Nordin
La seconda figura folcloristica importante è il Tomte. Originariamente un folletto benigno, capriccioso e fortissimo che si occupava di proteggere la casa, la fattoria e il bestiame durante le ore notturne (ma anche di causare danni a chi non si comportava correttamente o gli mancava di rispetto), la credenza del Tomte venne a lungo demonizzata e ripudiata con l’arrivo della cristianità. Inutile dire che il mito sopravvisse comunque, finendo con l’assumere poi un ruolo sempre più legato al Natale. In particolare,
lo scrittore Viktor Rydberg introdusse per la prima volta lo Jultomten nella novella Lille Viggs äventyr på julafton (L’avventura del Piccolo Wiggs durante la Vigilia di Natale, 1871) e poi nella poesia Tomten (1881). In quest’ultima, il Tomten era un folletto natalizio che girava per la casa la notte del sostizio d’inverno ponderando sulla situazione.
Fu l’illustratrice Jenny Nyström a rappresentare graficamente lo Jultomten di Rydberg, al punto che la disegnatrice viene ricordata in Svezia come “la mamma di Babbo Natale”. Un’altra rappresentazione grafica amatissima (ma decisamente successiva) del folletto è quella di Harald Wiberg.
Jultomten ereditò in fretta dalla Julbocken il ruolo di portatore di doni: questo processo avvenne per induzione dalla Danimarca, dove lo julenisse aveva una funzione simile, e dalla Germania, paesi in cui si stava espandendo l’influenza di Sinterklaas e dei suoi “parenti”.
Quando dagli USA cominciò ad arrivare la figura del Santa Claus moderno, in particolare con gli anni ´30 del XX secolo, in Svezia esisteva già una radicata tradizione relativa agli jultomtar. Mentre il Santa Claus americano era uno solo, era un uomo di grossa stazza, viveva al Polo Nord e si calava dai camini la notte della vigilia, il Tomten era una figura legata alla famiglia o alla comunità, viveva nel boschetto vicino a casa e bussava alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia. Le due figure si ritrovarono in qualche modo a convergere e il nome Jultomten passò ad identificare tanto il piccolo folletto svedese quanto il rubicondo vecchietto sovrappeso. Al giorno d’oggi, i bimbi svedesi, quando parlano di Tomten (senza specificare altro), fanno riferimento senza dubbio a Santa Claus, ma il piccolo folletto continua comunque ad esistere con lo stesso nome nell’immaginario, nella riprosizione degli scritti di Rydberg (sempre popolari), nel folklore… e nei negozi di souvenir di tutta la Svezia!
Peraltro, il Babbo Natale svedese conserva caratteristiche uniche derivate dal piccolo folletto: non si cala dai camini, ma, ereditando il ruolo che fu della Capra, continua a bussare alla porta di casa nel pomeriggio della vigilia (subito dopo la visione del già citato Kalle Anka och hans vänner önskar God Jul) e non vive al Polo ma in qualche bosco nelle vicinanze. Perché globalizzati sì, ma sempre con un minimo di orgoglio Nazionale! 😀
Infine, una raccomandazione in conclusione: se passate dalle parti di Stoccolma in questo periodo, evitate di comprare i tomtar prodotti in serie e venduti nelle trappole per turisti, ma fate piuttosto un salto al meraviglioso Tomtar & Troll nella città vecchia. È un negozio artigianale, dove troverete i tomtar (e i troll) più belli di Svezia, creati a mano dalle signore proprietarie. Ne vale la pena!
Un fantastico cortometraggio del 1926 basato su Tomten con sottotitoli (purtroppo approssimativi) in Inglese
Nello Skåne la neve è decisamente meno presente, durante l’anno, che in altre parti della Svezia. Devo dire che l’anno scorso mi sono mancati parecchio gli inverni di Upplands Väsby e Stoccolma, con grandi cumuli bianchi ai bordi della strada.
Nel weekend i fiocchi bianchi sono arrivati anche qui: probabilmente la coltre non durerà a lungo, ma devo dire che, in questi giorni, Malmö e Lund sono ancora più belle!
L’albero a Triangeln
Giornata importante, oggi: si da ufficialmente il via al Natale cittadino. Accese le luminarie secondarie e innalzati gli alberi, alle 17 ci sarà ufficialmente l’attivazione dell’illuminazione in Gustav Adolfs Torg.
Quest’anno il Comune ha deciso di investire parecchio in termini di attività, coinvolgendo anche le attività commerciali nella promozione del programma. I negozi sono stati invitati ad attivare le vetrine natalizie proprio a partire da questo weekend.
Speriamo, visto che siamo anche parte in causa, che ci sia un ritorno. 😛
Ieri, nella zona di Stoccolma, è stato inaugurato il nuovo Stadio Nazionale. Di proprietà della federcalcio svedese (oltre che del Comune di Solna e con la partecipazione di enti e scoietà) , è costato 277 milioni di euro. La spesa include le infrastrutture dei dintorni, ed è stata in gran parte ripagata da un contratto di sponsorizzazione con Swedbank: la banca ha deciso in seguito di intitolare lo stadio all’associazione benefica Friends, che si occupa di combattere il bullismo scolastico.
L’Arena è davvero spettacolare: moderna, accogliente, riscaldata internamente e con un avveniristico tetto richiudibile che la renderà utilizzabile anche in caso di maltempo. È il più grande stadio del Norden, e la terza più grande arena coperta d’Europa.
La Friends Arena sarà utilizzata per le gare della nazionale e per eventi, ma anche dall’AIK, uno dei tre club importanti di Stoccolma.
Il calcio in Svezia è tutto fuorché uno sport ricco. Nonostante i luoghi comuni di chi, in Italia, pensa che sia poco considerato, è comunque lo sport più seguito in Svezia, pur avendo certamente la concorrenza di altri giochi come hockey e (in misura minore) floorball.
Le società non dispongono, però, di grandi capitali: innanzitutto devono, da statuto, essere delle vere e proprie “associazioni sportive”. Non possono essere di proprietà di grandi gruppi finanziari, ed è quindi esclusa la possibità di avere i Berlusconi, i Moratti e gli Agnelli di turno. I club svedesi sono di proprietà dei soci, tifosi e atleti.
Per questo motivo l’Allsvenskan è un campionato di bassa lega: i club non possono permettersi ingaggi elevati e i talenti nazionali emigrano in fretta all’estero. In compenso, il campionato femminile è uno dei più avvincenti che ci sia: basti pensare che Marta Vieira da Silva, considerata da molti la più grande calciatrice di tutti i tempi, gioca nel Tyresö FF, dopo una precedente lunga esperienza nell’Umeå IK.
Quello che però sembra davvero impietoso, è il confronto fra le arene svedesi e quelle italiane.
Il Malmö FF ha da poco abbandonato la vecchia arena per accasarsi nel moderno Swedbank Stadion; lo Stadio Olympia dell’Helsinborgs IF sta per venire profondamente rinnovato, i campioni di Svezia dell’Elsborg giocano nell’aggiornata Borås Arena.
Tutti stadi magari non monumentali, ma attuali, accoglienti e moderni.
Uno non può davvero fare a meno di chiedersi: come mai la “povera” Allsvenskan può permettersi strutture adeguate ai tempi, mentre la “ricca” Serie A, tolto il mirabile esempio della Juventus, si deve sorbire stadi fatiscenti (quando va bene risalenti ai tempi di Italia ´90), spesso maldestramente polivalenti e decisamente non all’altezza di quello che, una volta, si vantava di essere il “campionato più bello del mondo”? Perché i presidenti della Serie A sono tutti fermi al palo a piangere, sperando magari in soldi pubblici che (speriamo invece noi) non arriveranno mai?
Certo, il vecchio calcio era bello anche in stadi scomodi, non coperti, senza seggiolini e con bagni inutilizzabili, ma, una volta tanto, vorremmo proprio evitare la scomoda nostalgia.
A mettere tutti d’accordo, spero, ci pensa lui: primo calciatore a segnare nella nuova Friends Arena, autore di quattro gol contro l’Inghilterra, l’ultimo dei quali una gemma spettacolare. Questa mattina la Svezia calcistica si è svegliata decisamente orgogliosa.
In questo periodo, a Malmö c’è una vera esplosione dei centri commerciali.
I più importanti mall cittadini stanno infatti subendo profonde ristrutturazioni, per renderli ancora più grandi, moderni, spaziali e scintillanti.
La notizia degli ultimi giorni è l’apertura di Emporia, nella zona di Hyllie. Un centro quasi avveniristico e decisamente impressionante per una realtà relativamente piccola quale è Malmö. L’area del centro occupa 93000 metri quadrati, a cui si aggiunge un tetto con giardino di altri 27000 metri quadrati. Tutto questo è costato la bellezza di due miliardi di corone (circa 230 milioni di euro al cambio oderno), ma, visto il successo dell’iniziativa, non ci sono dubbi che la cifra sarà ripagata in tempi ragionevoli.
Emporia, foto da Flickr (Maria Nyman-Moritz)
L’inagurazione, tenutasi il 25 ottobre (giorno di paga), non è andata però proprio benissimo. Il fumo di uno dei molti ristoranti della corte interna ha infatti fatto scattare l’allarme incendio, portando ad una scena epocale con la veloce evacuazione di circa quindicimila persone.
Polemiche a non finire (gli svedesi si infuriano ancora parecchio quando qualcosa non funziona a dovere), ma tutto è stato comunque gestito bene, tranquillamente e senza incidenti (a parte la scocciatura per chi aveva lasciato la giacca al guardaroba e ha dovuto attendere al freddo). Emporia è riuscita quasi a vantarsi dell’operazione sul proprio sito (“possiamo constatare che tutti i sistemi di sicurezza hanno funzionato secondo il previsto piano di crisi “).
L’incidente è stato comunque dimenticato in fretta: già nel weekend successivo, come ho potuto constatare di persona, Emporia trabordava di gente, al punto di causare anche problemi di traffico nella zona locale. Quasi un inedito, per Malmö.
Ma Emporia non è l’unico grande köpcentrum di Malmö: tanto Mobilia quanto il più piccolo ma centrale Triangeln stanno subendo, in questo periodo, una profonda ristrutturazione, che li porterà ad essere più grandi, moderni ed accoglienti.
La stessa sorte è appena toccata a Caroli (all’interno dell’isola della città vecchia), mentre la colossale Entré, che accoglie chi arriva a Malmö in autostrada dal Nord, è di per sè molto recente (2009).
Insomma, a Malmö, un comune di 300 mila abitanti, sembra che il mall sia davvero la soluzione definitiva per lo shopping.
Inutile dire che i negozietti piccoli, che pure sono ancora parecchio diffusi sul territorio, se la passano sempre meno bene. La boutique di mia moglie, ad esempio, stenta a trovare la sua clientela, nonostante apprezzamenti e recensioni positive sulle riviste specializzate. Ma questa è una storia per un altro giorno…
Qualche giorno fa, mia mamma mi ha segnalato un delirante servizio di Striscia La Notizia tutto dedicato a fare vedere quanto sono cattivi gli svedesi che taroccano i prodotti italiani.
Avrei voluto scrivere qualcosa sull’argomento subito, ma mi è mancato il tempo: vedo che il buon Boffardi ha già provveduto a rispondere adeguatamente ad un servizio superficiale e decisamente stupido. Vi rimando quindi al suo articolo, che vale la pena leggere.
In particolare sottoscrivo la questione dell’utilizzo della parola “salami”, in cui l’inviato fa una figura barbina: anche in Italia assorbiamo parole estere e le storpiamo e non mi risulta che nessuno ci prenda per i fondelli perché diciamo “bistecca” al posto di “beef steak”.
A quanto detto, vorrei aggiungere un paio di considerazioni:
il Cambozola non è “il gorgonzola tarocco”. È il nome commerciale di un formaggio vero e proprio, decisamente buono, che viene prodotto in Germania da oltre cento anni. Ha caratteristiche che fanno pensare ad un incrocio fra Camembert e Gorgonzola (e il nome commerciale proposto fa sicuramente riferimento a questi due prodotti, non lo nega nessuno) ma è comunque un formaggio apprezzato con caratteristiche proprie. Nei paesi anglofoni è noto come Blue Brie (la famiglia dei “formaggi blu” è quella dei formaggi “muffosi”, e ne fa parte anche il gorgonzola). Nessuno svedese pensa di comprare gorgonzola quando acquista Cambozola: qui si sa benissimo che sono cose differenti. L’inviato di Striscia, invece di essersi informato al riguardo, ci rimedia una bella figura da ignorante.
Il salame “Toscana” che hanno fatto vedere non è Svedese, ma il prodotto di una compagnia danese (bastava leggere la confezione e guardare la bandierina). Sicuramente un’operazione discutibile, e anche le associazioni di consumatori svedesi sono contrarie a questa pratica. Cito Sveriges Konsumenter i Samverkan:
chiamare Toscana qualcosa che viene dalla Danimarca, non è solo trarre guadagno dal nome italiano, ma anche imbrogliare!
Sono poi il primo a pensare che si debbano evitare abusi, facendo riferimento a prodotti che non c’entrano nulla con quanto venduto e chi mi legge dall’inizio ricorderà il mio post sul Ciaùscolo svedese (che, per inciso, ha poi dovuto cambiare nome in Santoreggia, con la constatazione “per chiamarsi Ciaùscolo deve essere prodotto nelle provincie italiane di Ancona, Macerata ed Ascoli Piceno: il nostro è prodotto a Linköping”).
Un conto, però, sono certi abusi, un conto scandalizzarsi per un fatti che sono, semplicemente, normalissimi e accadono anche in Italia. A questo punto mi aspetto un servizio di Striscia La Notizia contro qualunque ristoratore italiano che proponga paella…
Una delle caratteristiche più note degli Svedesi è la tendenza al non volere mai urtare la sensibilità altrui. Questo finisce per fare sembrare gli Svedesi come un popolo introverso oltre il limite del chiuso, quando, in realtà, si tratta appunto di paura di invadere la sfera altrui.
È quindi normale che, in un paese come questo, il “politicamente corretto” sia spesso portato a livelli estremi.
Di oggi una notizia che ha del clamoroso, se non del ridicolo. TinTin, il capolavoro fumettistico del belga Hergé, serie tuttora amata a dismisura in Svezia (anche prima del recente film di Spielberg) è stato bandito dalla biblioteca della Kulturhuset di Stoccolma per via della rappresentazione di alcuni stereotipi razziali, in particolare per quanto riguarda certi personaggi africani, arabi e turchi.
Poco importa, ovviamente, che certi stereotipi colonialisti fossero figli del tempo in cui gli albi sono stati scritti, e che non abbiano avuto alcun impatto negativo sulla popolazione che con quegli albi è cresciuta.
La notizia è stata presa anche dagli svedesi stessi. Fra i commenti letti da alcuni amici su Facebook ce n’è uno che sintetizza appieno la situazione. “Questa è follia storica e talebanesimo. Gente completamente priva di humour, distanza e prospettiva storica”.
La decisione è davvero folle, e sono in molti, me compreso, a sperare che il signor Behrang Meri, direttore artistico della “Casa della Cultura” sia costretto a tornare sui suoi passi.
UPDATE: Come segnalato nei commenti dal buon gattovi, Kulturhuset ha già fatto retromarcia! Evviva!
Zitto! Stiamo tenendo un minuto di silenzio per tutti quelli che riprendono a lavorare oggi dopo le vacanze!
Questa la vignetta che ha accolto il mio ritorno in ufficio la prima settimana di agosto. La rilancio per tutti quelli che, in Italia, rientrano al lavoro oggi. 😀
Nel Citytunneln, l’avveniristico sistema ferroviario sotterraneo che unisce la Stazione Centrale di Malmö a quella periferica di Hyllie (con la fermata intermedia di Triangeln) e poi alla Danimarca, è diventato da qualche tempo rigorosamente proibito entrare con palloncini.
Il motivo non è da trovare nella volontà di rendere infelici i poveri bimbi di Malmö, quanto in una serie di incidenti che hanno messo in difficoltà il sistema: le cordicelle dei palloni vaganti, infatti, finiscono talvolta per creare problemi ai contatti elettrici, causando corti circuiti e bloccando completamente la circolazione.
Nell’agosto 2011 un moderno treno X-2000 è rimasto bloccato per due ore nel tunnel, causando grossi disagi a pendolari e viaggiatori.
Altri incidenti e successivi hanno convinto l’amministrazione che era finalmente il momento di fare qualcosa e, una settimana fa circa, è entrato in vigore il gran divieto. I bimbi saranno più tristi, ma il traffico ferroviario dello stretto di Öresund è finalmente salvo!
È proprio vero che, a volte, le cose più innocenti possono causare i danni più inattesi!
Il numeretto, quel triangolino di carta con su scritta una cifra preceduta da una lettera, ormai siamo costretti a staccarlo ovunque, anche al banco più sperduto del mercato o nel panificio di periferia. Ha un nome che la dice lunga: il tagliacode.
Chi va in giro per l’Europa, sa che quegli aggeggi esistono solo da noi. Difficile vederne, soprattutto nel Nord Europa. Insomma, noi italiani abbiamo sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci metta in riga. Da soli non ne siamo capaci. Siamo geneticamente incompatibili alle code.
Eh no, caro Roberto Ferrucci: la premessa è una corbelleria bella e buona.
Il “numeretto” qui in Svezia lo usiamo, e tanto: dal banco rosticceria del supermercato alla farmacia, passando per quei Systembolaget che non hanno il selfservice, molte konditori, il pronto soccorso e tanti altri posti ancora.
Poi è verissimo: gli Italiani sono incapaci di stare in fila. Nel Bel Paese, il concetto di “coda” è stato sostituito con quello di “bolla”, e la cosa è davvero irritante per ognuno di noi quando torna nel proprio paese: soprattutto in certi contesti non è bello ritrovarsi addosso persone da ogni lato.
Questo non è però un buon motivo per fare disinformazione costruendo un articolo a partire da una premessa falsa.
Consoliamoci con il meraviglioso video del grande Bruno Bozzetto che ci racconta delle differenze fra Italiani e resto d’Europa! 😀
Quelli di metà agosto sono tipicamente i giorni delle kräftskiva, le grandi feste a base di gamberoni d’acqua dolce.
Come da tipica usanza, gli svedesi si riuniscono per grandi mangiate in cui degustano il crostaceo, crostaceo che, storicamente, veniva pescato in grandi quantità nei primi giorni di agosto.
Oggi, a causa di problemi ambientali e malattie, il kräfta è un animale protetto in Svezia, e la gran parte di quelli che si mangiano sulle tavole svedesi vengono importati dalla Cina e dalla Turchia.
Come spesso capita, la kräftskiva (che è anche la festa che celebra la fine dell’estate) è accompagnata dagli immancabili bottiglini di snaps (la regola vuole che, per ogni gamberone, se ne debba bere un bicchierino), dalle canzoncine tradizionali (gli snapvisa) e dalle inevitabili patate bollite e aringhe.
Tipici della festa sono anche le decorazioni a forma di luna e i cappellini di carta, spesso decorati con disegni del gamberone.
E proprio “la più grande kräftskiva di Svezia” ha dato il via, come da tradizione al Malmöfestivalen 2012.
Migliaia di persone si sono adunate venerdi sera in Stortorget per l’abbuffata, mentre una fantastica band country alternava, dal grande palco, brani del proprio repertorio a riarrangiamenti di simpatici snappvisor.
Per l’occasione, la solitamente rigida polizia svedese, pur dispiegata in forza, ha ovviamente chiuso un occhio sul consumo pubblico di alcool in piazza, proibito per legge. Kräftskiva in Stortorget Il cavallo addobbato Un “festeggiante” con gamberoni e cappellino
Tutto ciò ha dato il la, appunto, al Festivalen, grande evento cittadino fatto di concerti su concerti (nella tenda dietro l’angolo ti può capitare di trovare una big band swing), bancarelle, eventi culturali, un luna park in mezzo alle case, e tanto altro ancora.
And the band plays on.
Peraltro, questi giorni sono anche graziati da giornate splendide con temperature elevate, al punto da potere girare in maniche corte anche di notte, cosa piuttosto inusuale per un paese in cui, quando finisce la luce del sole, bisogna immediatamente coprirsi.
Malmö, nei giorni del Festivalen, offre proprio il meglio di sé: l’atmosfera è rilassata e festiva al tempo stesso, ed è proprio un piacere gironzolare per le strade, magari mangiando un Lángos ungherese, un kebab di cinghiale o un gyros di alce comprati in uno degli innumerevoli botteghini sparsi per la bella Gustav Adolfs Torg.
Come già scritto l’anno scorso, se mai doveste pensare di farvi un viaggio a Malmö, quelli del Festivalen sono sicuramente i giorni migliori! In giro per bancarelle
Ho creato una nuova pagina con alcune delle domande più frequenti o interessanti che mi vengono poste. Penso che possano essere un buon inizio per chi si avvicina a questo blog per la prima volta.