Il reato di acquisto sesso

Dato che mi è stato chiesto qualcosa al riguardo nei commenti, chiariamo come funziona la prostituzione in Svezia: ecco… la prostituzione in Svezia non funziona! Con una legge del 1999, infatti, all’epoca unica al mondo, si decise che l’acquisto di prestazioni sessuali sarebbe stato un reato. Notate bene, l’acquisto, non la vendita.
I motivi che hanno portato a questa decisione sono sostanzialmente due. Il primo è che si è stabilito che fosse questo l’unico modo efficace di diminuire la riduzione in schiavitù di essere umani nel paese: riducendo la domanda, si sarebbe inevitabilmente ridotta l’offerta. In fase di discussione si valutò l’opportunità di discernere la prostituzione volontaria da quella involontaria, ma la cosa sarebbe stata oltremodo complicata e avrebbe offerto troppe scappatoie.
A tagliare la testa al toro, arrivò il secondo punto: l’argomentazione (sicuramente discutibile, ma efficace) per cui la prostituzione, essendo figlia di un’idea patriarcale della società è, di per sé, un retaggio contrario all’eguaglianza sociale. A questo si aggiunge il fatto che, in termini prettamente numerici, la prostituzione volontaria (quando poi lo sia effettivamente) ha un ruolo assolutamente irrilevante rispetto a quella da costrizione: visto che, in ogni caso, non ci sarebbe stata la criminalizzazione di chi si prostituisce, nessun diritto sarebbe stato, in tal senso, negato.

Su queste basi, e pur in mezzo a una miriade di discussioni e contrasti interni, le forze di centrosinistra, allora al governo, proposero la Kvinnofrid/Sexköpslagen, legge che non sarebbe mai passata se non ci fosse stato l’appoggio trasversale delle donne di centrodestra, che votarono contro le indicazioni del proprio partito.
La legge, pur avendo l’intenzione di proteggere le donne, è completamente asessuata, e riguarda quindi anche la prostituzione maschile: la decisione di criminalizzare l’acquirente si basa, oltre che su un sistema dissuasore che porti alla diminuzione della domanda, sul principio che, in presenza di un reato di questo tipo, chi vende sia di per sé in condizione di svantaggio, e non debba, per questo, essere punito ulteriormente.
Gli oppositori della legge, sostenitori di modelli simili a quelli di Danimarca, Germania e Paesi Bassi, sostennero all’epoca che, con la sua adozione, la legge avrebbe solo spinto la prostituzione in clandestinità, mettendo quindi le donne in una condizione di maggiore svantaggio, oltre al fatto di considerare ingiusto uno stato che giudichi su basi morali.

Nei fatti, però, la legge ha funzionato: i governi svedesi considerano la politica sulla prostituzione un grande successo e, anche quando c’è stato il cambio della guardia fra sinistra e destra (originariamente contraria), la legge non è stata messa in discussione. Oggi, solo una piccola minoranza di uomini e una percentuale minimale di donne è favorevole ad una sua revisione. Le voci critiche, che mettono in discussione le cifre o le metodologie alla base di esse, sono sempre più isolate, anche se c’è chi afferma che, se in pochi parlano, è solo perché il proporre modifiche è ormai diventato un tabù sociale.

Pur nella difficoltà di fare tutti i controlli del caso, chi viene beccato a comprare sesso rischia guai seri: innanzitutto la sua famiglia viene informata della cosa, e ci sono poi le conseguenze penali del caso dietro l’angolo. Non so se la cosa sia cambiata di recente ma, ancora qualche anno fa, nessuno si era fatto periodi di galera, sostituiti da pene alternative. C’è sempre, in ogni caso, chi preme per un inasprimento delle punizioni.
Dal punto di vista sociale, all’italiano che venisse in Svezia, sconsiglierei seriamente di fare battute come quelle che si sentono regolarmente fra maschi (e, talvolta, anche donne) italiani: il rischio è, infatti, quello della riprovazione e dell’esclusione!

Il sistema svedese ha iniziato, col tempo, a prendere piede anche all’estero: se la libertina Danimarca continua a non volerne sapere, Norvegia e Islanda hanno seguito la strada del regno gialloblu, e una legge simile è in discussione anche nel Parlamento francese.
In Italia, qualche anno fa, il governo di centrodestra stava varando un disegno di legge che prevedeva la criminalizzazione del cliente, subito prima che si scoprisse che il Presidente del Consiglio…

Avere un Re

A volte mi capita che qualche amico o conoscente italiano mi chieda come ci si senta, da cittadino svedese, ad avere un Re.
La premessa fondamentale è che io sono repubblicano per convinzione, anche al di là del fatto che l’Italia ha avuto, con i Savoia, la peggiore monarchia possibile, con una famiglia gretta e meschina che al Paese ha dato molti più danni che benefici (sì, contando anche l’unità nazionale stessa, per i modi in cui è stata gestita).
Ribadisco però che, se anche l’Italia avesse avuto una famiglia reale decente, sarei comunque repubblicano.

Addirittura, non sono mancati commenti un po’ strampalati di chi mi ha detto cose del tipo “In Svezia le cose funzionano perché c’è la monarchia”. Ovviamente questa è una cosa senza alcun senso, e spiegherò più avanti perchè.

Dopo avere avuto qualche mese per rifletterci, posso dire di essere giunto alla conclusione di non avere alcun problema ad essere cittadino di una monarchia. Davvero… non solo la cosa non mi scompone, ma non sento neanche la necessità di volere richiedere un cambiamento. Da repubblicano, la monarchia svedese mi va benissimo, e se mai un giorno ci fosse un referendum per la sua abolizione, probabilmente mi asterrei persino dal votare: non potrei mai votare a favore, ma non ho, in realtà, nulla contro la monarchia come è qui.

La famiglia reale - immagine dal sito ufficiale
La famiglia reale – dal sito ufficiale

I motivi sono molteplici, e il più banale è che, semplicemente, la famiglia reale, nella sua incarnazione attuale, mi sta persino simpatica. L’impressione è che, soprattutto i figli, siano addirittura persone alla mano, e non degli “snob aristocratici” come qualcuno potrebbe automaticamente pensare. Hanno un ruolo rappresentativo, lo svolgono come meglio possono, pur con i loro difetti e pregi di persone normali. Sono sicuramente dei gran privilegiati, ma questo non fa di loro delle cattive persone.
La futura regina Victoria ha un’aria naturale da “amica di famiglia” che te la rende immediatamente amabile, e pare che anche la sorella minore Madeleine abbia sempre tenuto atteggiamenti informali apprezzati dalla popolazione. Il re Carl Gustav ha sicuramente qualche problema di popolarità in più per via delle sue ben note scappatelle extraconiugali (poca cosa rispetto a certe cose viste in Italia) ma, alla fine, viene per lo meno “sopportato” da gran parte della popolazione. Sua moglie, la regina Silvia, è generalmente vista con simpatia (e, a volte, empatia) e il massimo risentimento nei suoi confronti sta nel fatto che, dopo quasi quarant’anni, non parla ancora, lei nata in Germania, uno svedese perfetto.
Nessuno dei tre figli del Re ha, poi, legami sentimentali aristocratici: Victoria ha sposato il suo allenatore personale, Carl Philip vive con una modella, Madeleine ha preso per marito un uomo d’affari anglo-americano (che ha anche rifiutato ogni titolo ufficiale). La stessa regina Silvia non è di sangue blu.

A parte la simpatia personale, che conta fino ad un certo punto, influisce anche il ruolo storico della monarchia: la Svezia è sempre stata un regno, e questo aspetto tradizionale è un ruolo sicuramente caratterizzante per il paese stesso. Dato che, per me, il prendere la cittadinanza è stato un evento sentito, e non una semplice necessità burocratica, ecco che accettare gli elementi della tradizione è un fatto naturale. Insomma, mi sento felice fino in fondo di essere diventato un cittadino svedese e quindi rispetto la sua massima istituzione formale nazionale, oltre che apprezzarne il lato più moderno e progressista. Altri, ovviamente, possono avere sentimenti differenti.

Ma cos’è la monarchia svedese oggi? A differenza che per altri regni, come l’Inghilterra, qui il Re ha un ruolo puramente cerimoniale. Non ha alcun potere politico e ha solo il compito di rappresentare il suo popolo e la nazione. È da notare, fra le altre cose, come la famiglia Bernadotte, di origine francese, sia stata messa sul trono dal Parlamento nel 1810: è stato quindi il popolo (o, almeno, parte di esso) a scegliersi i suoi regnanti attuali. Con gli anni, i poteri del Re sono stati via via decurtati, fino al raggiungersi dello stato attuale di monarchia puramente rappresentativa.

Addirittura, il Re non ha neanche il potere di decidere su questioni che riguardano la linea dinastica. Il caso più celebre è quello che riguarda Victoria, primogenita, e Carl Philip, secondogenito: fino al 1980, la consuetudine prevedeva che il trono passasse al primo figlio maschio e che le donne di famiglia potessero ascendere al trono solo in mancanza di uomini. Carl Philip, nato nel 1979, era quindi l’erede designato, anche se Victoria era nata due anni prima.
Agli Svedesi questa discriminazione nei confronti della piccola Victoria non andava giù: contro il parere del Re, che parteggiava per il maschietto, il Parlamento varò un Atto di Successione che stabilì il diritto di primogenitura assoluta. A sette mesi di vita, Carl Philip fu quindi spogliato del ruolo, che venne restituito a Victoria, di erede disegnato. E il Re non potè fare nulla per opporvisi.
Oggi Carl Philip è il terzo nella linea di successione al trono, dopo Victoria e la di lei primogenita Estelle: nato per essere Re, probabilmente non lo sarà mai.

Quindi, se ancora qualcuno se lo chiede (e la cosa mi stupisce ogni qual volta capiti), il fatto che la Svezia sia una nazione efficiente non ha nulla a che vedere con l’istituzione

Perché la Svezia continua quindi ad avere una monarchia, se il ruolo di quest’ultima è solo rappresentativo? Il motivo è semplice: la monarchia ha i suoi costi, ma genera comunque interesse, turismo e tiene in piedi l’industria del merchandise. E poi perché è una tradizione, e le tradizioni hanno sempre il loro fascino.
La maggior parte degli svedesi resta oggi favorevole, anche se, anno dopo anno, i supporter della sua abrogazione vanno via via aumentando: c’è chi, analizzando il trend, prevede che Estelle non salirà mai al trono, immaginando giorni contati per l’istituzione. C’è poi una parte di svedesi che resta favorevole alla monarchia ma ha problemi con re Carl Gustav, come chi, monarchico ultraconvinto, non apprezza il fatto che sia il re che i suoi tre “pargoli” abbiano tutti scelto di legarsi a persone non aristocratiche. In generale, il supporto per la monarchia è maggiore di quello per la casa Bernadotte, anche se è possibile che l’ascesa al trono di Victoria possa, in qualche modo, cambiare le carte in tavola.

La Principessa Victoria con Jon Lord e Jimmy Page © Patrik Österberg / Polar Music Prize
La Principessa Victoria con Jon Lord e Jimmy Page
© Patrik Österberg / Polar Music Prize

Cosa succederà alla monarchia svedese è quindi tutto da vedere. Per quanto riguarda me, la posso continuare sopportare senza troppi problemi: anche per un repubblicano, avere un Re non cambia la vita.

Stessa procedura dell’anno scorso?

Dopo due capodanni passati a feste da amici e due in Italia, ieri ho provato per la prima volta l’ebbrezza del semplice capodanno in famiglia alla Svedese, a casa di mia suocera.
Come per il Natale, ma in tono minore, c’è un piccolo rituale televisivo che è diventato parte della tradizione: la visione dello sketch teatrale inglese Dinner For One, qui conosciuto come Grevinnan och betjänten (La contessa e il maggiordomo).
Questa è un usanza condivisa con tutta l’Europa del Nord e parte di quella centrale, e ha avuto origine in Germania negli anni ’60. Nonostante lo sketch sia inglese, e trasmesso sottotitolato, è praticamente sconosciuto nel paese natio: gli albionici cascano regolarmente dalle nuvole ogni volta che incontrano un tedesco o un nordico che cita il tormentone “Same procedure as last year?”.

La trama è molto semplice: Miss Sophie continua a celebrare il suo compleanno con i vecchi amici ormai defunti. Tocca al maggiordomo James il compito di impersonarli e, soprattutto, di bere durante la cena al posto loro.

Curiosamente, quella che viene trasmessa in Svezia (ma anche in Svizzera e Norvegia) è una versione alternativa dello sketch che viene mostrato negli altri paesi: più breve e con un tasso alcolico minore. In origine, lo sketch era stato lasciato in sospeso per sei anni prima di essere approvato dalla tv di stato, proprio per questioni legate all’alcolismo.
La versione originale si riconosce immediatamente perché la tovaglia è bianca.

Dopo la visione dello sketch ci siamo seduti a tavola per la cena tradizionale. La versione classica del pasto di capodanno alla svedese non ha le dimensioni epocali del cenone all’Italiana, ma è deliziosa: aragosta per antipasto, filetto di manzo con patate per piatto principale e dessert.

Dopo la cena, siamo andati in piazza. A Malmö l’evento principale si tiene di fronte allo splendido edificio dell’Opera, il principale teatro musicale della città, dedicato alla lirica ma anche a musical ed eventi vari.
Qui è stato allestito un palco su cui si sono esibiti artisti di tipo differente, a fare un riassunto di quanto mostrato nell’anno passato (di recente ho assistito ad una spettacolare rappresentazione di Miss Saigon) e a dare un anteprima per il futuro.

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Dopo il conto alla rovescia, l’esplosione di fuochi d’artificio, davvero spettacolare: a quelli “ufficiali” si uniscono quelli privati, con un risultato mozzafiato.
Il capodanno è, peraltro, una delle poche occasioni in cui la Polizia chiude un occhio sulla bevuta in pubblico, quindi è normale vedere la gente arrivare con bottiglie di spumante o altre bevande “da festa”.

Finiti i fuochi, la piazza si è svuotata piuttosto in fretta, con tipico ordine svedese. A quel punto, visto anche che caldo non faceva, ci è rimasto solo da andare a casa, e preoccuparci per i nostri gatti.

Kulturkrock (Inseriti e integrati – parte 2)

Ispirato da commenti letti in giro per la rete e su Facebook in questi giorni, vorrei approfondire la questione dell’integrazione in Svezia, per una persona che dovesse arrivare dall’Italia, magari dopo avere trovato un lavoro da queste parti.
Una delle questioni più dibattute è quella su quanto gli svedesi siano razzisti, e se favoriscano o meno l’integrazione di persone provenienti da altri lidi.
Per mia esperienza personale, se parliamo dello svedese medio, escluderei il razzismo in senso stretto, quello basato sul colore della pelle o anche solo, come direbbe qualcuno, degli occhi: di persone razziste, quantomeno apertamente, qui non ne ho mai incontrate.
Sicuramente diverso il discorso per quanto riguarda la religione: c’è una discreta percentuale di svedesi, soprattutto nel sud del Paese, che ha una certa difficoltà a relazionarsi con l’islam (soprattutto per il timore di passi indietro a livello sociale), ma non è di questo argomento, già affrontato in passato, che voglio scrivere oggi.

Il punto è: quanto sono aperti gli Svedesi nei confronti dell’immigrazione proveniente dall’Europa del Sud?

Per rispondere a questa domanda, ci sono una serie di fattori di cui tenere conto.
A mio avviso, i tre aspetti fondamentali della mentalità media svedese da considerare sono questi: la forte omologazione, il non volere mai scontrarsi e una certa stima per la propria società civile. So di fare delle grandi generalizzazioni, e me ne dispiaccio, quindi non considerate tutto ciò come una verità assoluta che valga per tutti perché, ovviamente, non è così: diciamo che sono discorsi, per lo più, di massima.

L’omologazione è una cosa su cui gli svedesi sono anche i primi a scherzare (vedi il film Sällskapsresan, di cui avevo parlato tempo fa), ma è anche un dato di fatto: gli svedesi tendono a comportarsi in maniera più uniforme rispetto ad altri popoli, che sono più “disordinati” o “creativi” a seconda dei punti di vista. In questo contesto, la presenza di un corpo estraneo, di una voce fuori dal coro, può causare stress o tensione, anche solo per il fatto che molti non sono abituati ad averci a che fare.

Il volere evitare ogni forma di contrasto è il secondo fattore essenziale. A paragone con gli italiani, gli svedesi sono estremamente “moderati” nella discussione e bisogna sempre trovare il modo di esprimere la propria opinione in maniera “lagom“.
È raro che uno svedese dica “no”: più probabilmente dirà “forse” o “si, ma…”.
Il “no” equivale spesso ad alzare un muro, a cercare proprio quella contrapposizione che lo svedese medio vuole evitare, sia nei confronti degli altri che nei propri.
Gli svedesi non parlano mai di politica perché non vogliono litigare, non ti dicono “hai messo su pancia” perché hanno paura di fartici rimanere male, non fanno commenti (che non siano positivi) sul tuo abbigliamento perché non vogliono mettere in discussione i tuoi gusti.
E, ovviamente, si aspettano lo stesso tipo di trattamento.
Nel momento in cui arriva qualcuno da un altro paese che non ha problemi di questo tipo, può arrivare il kulturkrock, quello scontro fra culture che accade senza che tu neanche ti renda conto che stia accadendo e senza che tu ne capisca il perché.
Insomma, una frase che per te, nei confronti di un altra persona amica o cara, può essere perfettamente normale, al limite un simpatico sfottò, non è detto che lo sia per qualcuno che ha un background culturale differente.

Il terzo punto, quello dell’orgoglio per la propria identità e società civile, è forse meno rilevante, ma può comunque avere un ruolo importante in determinati contesti e relazioni se associato con gli altri due punti. Il mito degli svedesi che credono di vivere in una società perfetta è tramontato da tempo: oggi cose come la Försäkringskassa e l’Agenzia per l’Impiego funzionano molto peggio che in passato, e gli svedesi sono i primi a saperlo e lamentarsene. Di recente la nazione è stata scioccata dal rapporto PISA che ha dimostrato il crollo qualitativo della scuola, dopo le privatizzazioni dell’ultimo decennio. Ciò nonostante, gli svedesi sono comunque ben consci di vivere in una società ottima sotto molti punti di vista, e tendono ad irrigidirsi di fronte a chi, esterno, non sembra apprezzare questa società, a chi non ne rispetta le regole civili, a chi si crede “meglio” o, addirittura, “più furbo”.
Inoltre, per quanto spesso siano i primi ad apprezzare pizza e pasta (magari nella loro versione col ketchup), i vini dello Stivale o la bellezza di Capri e Sorrento, non gli fa piacere sentirsi dire ripetutamente che “come il cibo italiano non ce n’è”, “io bevo solo vino italiano” o “eh, i panorami italiani…”, senza magari sentire mai apprezzamenti per la cucina o i posti locali.
E, no, il caffè di qui non è “acqua sporca”.

In Svezia bisogna anche imparare ad essere calmi :-D
In Svezia bisogna anche imparare ad essere calmi 😀

La risposta alla domanda di cui sopra è quindi scontata: a mio avviso, lo svedese non discrimina per pelle, colore degli occhi, religione, lingua o origine. Può, però, avere dei seri problemi con i comportamenti estranei al modo di pensare locale o che ritiene maleducati. E, allora, può capitare che, in certe situazioni, la paura dei contrasti che possono sorgere dalla presenza di una voce fuori dal coro, possa portare a forme di rifiuto preventivo. E tocca quindi a te cercare di sfruttare ogni occasione per dimostrare che non sei un problema potenziale. Triste, ma vero, quando vai in un’altra nazione.
Se vuoi vivere in Svezia, a mio avviso, devi accettare di “svedesizzarti“. Il che non vuol dire buttare via la tua cultura, ma vuol dire avere l’apertura minima necessaria per accettare anche quella locale e cercare di fare di tutto per limare gli scontri culturali. Vuol dire entrare nella loro mentalità, apprezzare le loro abitudini. Se siete una famiglia italiana in Svezia, nessuno vi dice di farvi la cena di Natale a base di aringhe e janssons frestelse, ma, se qualcuno vi invita ad una julbord, mangiate e godetene senza rimpiangere troppo capitone o tortellini.

La lingua è importante anche per questo: tutti si chiedono “ma perché devo imparare lo svedese per lavorare, quando tutti parlano un inglese perfetto?” La risposta è che, se hai imparato lo svedese, hai fatto un passo per diminuire le distanze, e quel passo è importante e apprezzato: se parli uno svedese migliore vuol dire anche che probabilmente sei qui da più tempo, che hai avuto maggiori occasioni per imparare a relazionarti con gli altri, che sei un corpo meno estraneo in questa nazione.

Anche il giorno in cui magari troverai lavoro, poi, non pensare di essere arrivato. L’errore più grosso che puoi fare, a mio avviso, è di costruirti una tua piccola Little Italy personale, soprattutto se non hai, magari, un partner indigeno che possa farti conoscere la cultura locale.
Anche se all’inizio ti sembrerà come la cosa più comoda, facile e naturale, non è frequentando solo altri italiani che ti integrerai: quello che devi fare è invece uscire dalla tua zona di comfort, altrimenti sarà un problema già sulla media distanza.
Se, sul lavoro, trovi un/una collega connazionale, evita di fare comunella solo con lui/lei: certo, è sempre più facile legare con qualcuno che non solo parla la tua lingua, ma che ha anche le tue basi culturali e pop (no, allo svedese medio non puoi citare Lupin III, e, se ti scapperà un “Oui, je suis Catherine Deneuve” alla prima menzione della lingua francese, nessuno capirà a cosa ti stai riferendo)… ma se vuoi vivere in un’altra nazione devi fare un passo in più.
Sforzati, invece, di parlare in pausa pranzo con i tuoi colleghi svedesi, anche se la cosa è più difficile. Fra di loro discuteranno soprattutto nella loro lingua, e tu all’inizio potresti anche non capire un tubo, ma, se parlano in svedese tra di loro, non è perché sono stronzi che non vogliono accettarti… lo fanno essenzialmente per lo stesso motivo per cui tu parleresti italiano: perché è più facile per loro, è più rilassante e naturale. E la differenza è che loro non si devono integrare in Svezia, tu sì, e tocca quindi a te fare la cosa più difficile.

Se invece sarai tu a fare comunella solo con altri italiani, il primo ad alzare una barriera sarai tu assieme ai tuoi amici. Sarete voi i primi a creare un “noi e loro”, insiemi non comunicanti. Se poi, come è, cinque italiani sono più rumorosi e caciaroni di un’intera mensa di svedesi, ecco che non sarete più solo un corpo estraneo non integrato, ma sarete anche un fastidio da limitare. E allora fioccheranno le accuse di razzismo…

Insomma, errori ne facciamo tutti, ma spero che quanto scritto qui sopra possa aiutare altri a farne qualcuno in meno. E, prima che me dimentichi (visto che già l’ho fatto per il Natale), colgo l’occasione di augurare a tutti un buon 2014. Ci risentiamo (spero) presto!

Multilinguismo

Alle medie ho studiato francese, ma sono poi passato all’inglese, che parlo e capisco piuttosto bene. Ovviamente, dopo il mio trasferimento in Svezia ho iniziato a studiare svedese, che è ancora la mia terza lingua ma che va via via migliorando.
Con mia moglie, ormai, parliamo quasi sempre svedese, anche se a volte ce ne dimentichiamo e ricominciamo con l’inglese.

È comunque davvero curioso come funzioni il cervello di un adulto: quando vado in Francia e provo a rispolverare il mio francese scolastico, mi ritrovo puntualmente a mischiarlo con lo svedese. Non l’italiano nè l’inglese, ma proprio lo svedese, la terza lingua.
Al di là delle cose più banali (mi viene da dire “men” al posto di “mais“, entrambi significano “ma” e si confondono facilmente), mi ritrovo a ringraziare con “tack så mycket!” o, addirittura, a iniziare una frase in francese e continuarla in svedese, col risultato di restare, io stesso, basito.

Il punto è che, se tutto va bene, a fine marzo/inizio aprile nascerà la bimba, e, a quel punto, la questione linguistica diventerà ancora più importante: come parleremo con lei, per evitare che la sua lingua madre diventi una sorta di esperanto o interlingua, ma fare in modo che si conservi comunque almeno l’anima bilingue svedese e italiana? La parlata locale sarà, ovviamente, quella veramente indispensabile per lei, ma, chiaramente, ci teniamo anche al fatto che possa esprimersi nella lingua paterna.
L’idea di base è di parlare svedese quando saremo in tre; mentre l’italiano verrebbe usato quando sarò io a parlare con lei da sola o durante le sessioni via Skype con i miei genitori.
Da quello che ci è stato detto, un sistema di questo tipo è piuttosto funzionale: il cervello di un bimbo è molto più flessibile di quello di un adulto, e la piccola dovrebbe riuscire a passare da una lingua all’altra senza troppi problemi e senza fare troppa confusione.
Per l’inglese, possiamo aspettare: alla fine lo imparerà come tutti gli altri svedesi.

Ovviamente il nostro vero incubo è un altro: vivendo e interagendo con gli altri bambini a Malmö, la bimba finirà inevitabilmente per parlare il dialetto skånska, col risultato che sia io che mia moglie avremo serie difficoltà a capire ciò che dirà. Ma questo è uno scenario apocalittico cui, al momento, non vogliamo pensare troppo. 😉

Isolette sperdute

E dopo il villaggio sperduto di pescatori, scopriamo grazie al Corriere che Agnetha “Faltksog” (ovviamente i due puntini “si possono ignorare“) vive su un’isoletta sperduta.

Ora… è vero che Helgö non arriva a 50 ettari ed è una zona residenziale scarsamente abitata, ma è comunque parte di un comune di 10.000 abitanti (dalla cui parte principale è separata solo da un ponte) ed è a mezz’ora di macchina da Stoccolma.

Sicuramente una generalizzazione meno grave di quella su Kalmar ma, non so voi, io per “isoletta sperduta” mi immagino altro.

L’impressione è che, per i media Italiani, in Svezia sia tutto piccolo, tutto sperduto, tutto caratteristico come il più banale dei luoghi comuni.
A questo punto, aspetto con trepidazione il giorno in cui leggerò del Vänern come di un piccolo laghetto sperduto…

Alla Helgons Dag

Ci sono alcune differenze fra le celebrazioni di Ognissanti in Italia, e quelle Svedesi. La principale è che, a differenza che per il mondo cattolico, la festività non cade in un giorno fisso, ma sempre nel sabato che è più vicino al primo novembre.
Questa è una caratteristica tipica di altre festività svedesi, a partire da Midsommar: un tempo queste occasioni si celebravano in un giorno fisso, ma si è poi preferito spostarle nel fine settimana. Il cambiamento relativo ad Alla Helgons Dag è stato effettuato nel 1953, paradossalmente con l’intenzione di aumentare il numero di giorni di festa dal lavoro: l’Ognissanti svedese, fino a quel momento, era infatti un giorno feriale come tutti gli altri; spostandolo al sabato, che allora era un giorno lavorativo, si decide di rendere Alla Helgons Dag un festivo. Negli anni ´60, i sabati sarebbero poi diventati giorni feriali de facto per gran parte delle professioni, e questa caratteristica di festività è quindi andata nuovamente persa: oggi, il venerdì della vigilia (Alla Helgons Afton) è comunque un semi-festivo.

Un’altra caratteristica è che la Svenska Kyrka non prevede un giorno ufficiale e separato per la Commemorazione dei Defunti, come fa invece la Chiesa cattolica il due novembre: l’usanza tradizionale svedese è proprio di commemorare i propri cari nello stesso fine settimana di Alla Helgons, a partire dal venerdì sera.
Inutile dire che anche le mascherate di Halloween si tengono sempre la sera di Alla Helgons Afton, di venerdì.

La celebrazione dei defunti è, come spesso capita qui nei mesi di buio, un’occasione per fare ricorso alla luce; non sono infatti i fiori l’elemento principale della commemorazione, ma proprio dei suggestivi ceri bianchi che vanno ad illuminare i cimiteri svedesi.
Ogni necropoli ha uno spazio appositamente dedicato e predisposto chiamato minneslund (traducibile come “memoriale” o “angolo della memoria”), in cui si può accendere un lume a ricordo dei propri cari. Chi ha, vicino, sepolture di congiunti, può ovviamente anche scegliere di mettere un cero su di esse.
La cosa ha, ovviamente, un effetto intenso: un minneslund, la sera di Alla Helgons Afton, può essere davvero suggestivo!

Nulla, però, ci poteva preparare alla sorpresa che ci avrebbe aspettato ieri sera, mentre ci siamo messi alla ricerca del minneslund del cimitero di Sankt Pauli, il più grande di Malmö centrale.
Senza saperlo, infatti, ci siamo ritrovati a passare per la parte gitana del kyrkogård, dove siamo stati, letteralmente, abbagliati, dallo splendore di tombe sgargianti e da una festa di luci, colori, e musica più o meno tradizionale (se proprio vogliamo considerare tale una delle più celebri melodie di Nino Rota).
Nè le foto né i filmati, presi con il cellulare, rendono purtroppo giustizia all’esperienza!

Numerose famiglie di romaní erano riunite dinnanzi alle sepolture dei loro cari e, quando è stato il momento di allontanarci, abbiamo sentito intonare canti di dolore tradizionali, con un effetto davvero straordinario.

Finita questa inaspettata sorpresa, abbiamo finalmente trovato il minneslund tradizionale. Qualcuno potrebbe pensare che, dopo la precedente orgia di colori appariscenti, il decisamente più sobrio memoriale svedese appaia, in qualche modo, meno interessante; personalmente, però, direi di no: resta comunque un luogo speciale e suggestivo, con una sua forte componente emozionale.
Due mondi a confronto, uno a fianco all’altro, per due modi diversi, ma sempre intensi, di rendere omaggio ai propri cari che non ci sono più.

Tutto il mondo è paese

Ieri sera il sud della Svezia è stato colpito da una dei più grandi uragani che si ricordino, la prosecuzione di quello che in Inghilterra è stato chiamato Saint Jude. Per questioni di santi sul calendario, che sono diversi, il nome assegnato localmente a questa tempesta di vento è stato Simone, ma il succo è stato lo stesso. Certo, dopo avere sfogato la propria potenza in Irlanda, Regno Unito, Olanda e Danimarca, la tempesta di vento ha sicuramente perso un po’ di forza al suo arrivo da queste parti, ma i disagi non sono mancati. Ci sono stati ingenti danni alle cose, ma pochi alle persone: la cosa è stata merito dell’organizzazione di sicurezza, che ha saputo gestire ottimamente l’emergenza.
L’autorità Trafikverket ha disposto la chiusura senza precedenti di tutto il traffico ferroviario, senza mezzi sostitutivi, già dal primo pomeriggio, costringendo di fatto molti pendolari al rientro anticipato. Gli asili sono stati chiusi, e molte aziende (ma non la mia, ovviamente) hanno autorizzato i dipendenti a rientrare a casa prima dell’arrivo della tempesta. Persino Emporia ha chiuso con un paio d’ore d’anticipo!
Rientrare a casa nel mezzo dell’uragano non è stato per nulla bello, con la macchina in balia del vento, e oggetti ed edifici che se ne volavano qua e là. Ad Entrè, il centro commerciale in prossimità del quale i colleghi mi hanno lasciato, ho avuto la fortuna di vedere una porta di vetro andare in pezzi proprio nel momento in cui stavo per passare; sotto casa ho dovuto accuratamente evitare un angolo in cui cadevano le tegole dal tetto.
Dentro casa si stava tranquilli, ma non troppo: abbiamo cercato di mettere in sicurezza la porta del terrazzino, mentre il vento pulsava forte contro le finestre (ricordo che qui non esistono serrande o persiane) e le tegole continuavano rumorosamente a cadere sulla strada, il marciapiede, e le auto sottostanti. A quelcuno è andata peggio: noi almeno avevamo la corrente elettrica, mentre 70.000 persone sono rimaste senza.

Tegole cadute, questa mattina.
Tegole cadute, questa mattina.

Insomma, non ce la siamo passata bene ma, tutto sommato, poteva andare molto peggio: un po’ grazie all’organizzazione, un po’ grazie alle caratteristiche orografico-territoriali (in Italia sarebbe stato un disastro), lo Skåne ne è uscito benino. Qui una minigalleria fotografica.

Ancora questa mattina ci sono pesanti disagi, con molti treni cancellati o in ritardo, ma la situazione sta tornando alla normalità. Il cielo è coperto ma, per ora, non piove e non c’è vento.

In tutto questo casino, quale era, secondo voi, la notizia principale sui siti web dei giornali locali, ieri sera, dopo che l’allarme era passato? Ma, ovviamente, la vittoria nel campionato di calcio del Malmö FF!

Malmö FF Guld

E anche stamattina le locandine non scherzavano.

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Insomma. Per tutti quelli che dicono “Solo in Italia, il calcio…”

Il continente

Mi ha sempre fatto impazzire il fatto che gli svedesi si riferiscano a Copenaghen come “continente”, quando la capitale Danese è posta su un isola, mentre la Svezia è parte di una penisola che, del continente Europeo, fa parte sul serio.

La recente visione di un documentario (in svedese) del 2006 sul dialetto scanico, mi ha permesso di capire veramente il modo di pensare degli Svedesi. Il documentario (purtroppo non ho trovato sottotitoli di alcun tipo) è davvero interessante, e porta avanti una tesi importante per cui il “confine continentale” non sarebbe quello marino dello stretto di Öresund, ma andrebbe invece identificato all’interno del territorio svedese.

Immagine presa dal documentario della tv di stato Svenska dialektmysterier
Immagine presa dal documentario della tv di stato Svenska dialektmysterier

Ci sono alcune differenze fondamentali che, ancora oggi, separano lo Skåne dal resto della Svezia. Le più evidenti sono nella lingua e nell’architettura, ma anche in certe situazioni pubbliche.
Il giornalista autore del servizio fa infatti notare come nei caffè e nelle Konditori del sud si venga talvolta ancora serviti ai tavoli, cosa che gli Svedesi associano allo stile di vita continentale. Nel resto del paese bisogna portarsi da soli cibo, caffè e tazze dal banco o da grosse tavolate appositamente predisposte.
Ed effettivamente, a pensarci, anche la mia pasticceria preferita di Svezia, la suggestiva ed elegante Sundbergs a Stoccolma, è basata sul “self service”.

Sulla lingua ho già fatto qualche accenno in passato: gli svedesi trovano ostico il dialetto skånska, le cui due peculiarità principali sono la erre arrotolata (presente anche nel danese e di origine francese) e i particolari dittonghi (minuto 17:40 del documentario). Questi ultimi sono invece una caratteristica unica condivisa solo con i danesi dell’isola di Bornholm, la sola zona in cui si parla ancora il “danese orientale” che è alla base, appunto, dello skånska.

Ma è con l’architettura che le cose si fanno più interessanti anche per chi non coglie le sfumature del parlato: uno degli elementi simbolo dei panorami svedesi sono infatti le celebri case di legno colorate in Rosso Falun, diffusissime in tutta la nazione. Tutta la nazione tranne lo Skåne.

Da Wikipedia - foto di Susann Schweden. Licenza Creative Common
Da Wikipedia – foto di Susann Schweden.
Licenza Creative Common

Abitazione a Mullhyttan
Abitazione a Mullhyttan

Qui nel sud è infatti molto più tipico il mattone con intelaiatura a traliccio (Korsvirke in svedese), in forme simili a quelle molto diffuse, appunto, nel continente e Inghilterra (le cosiddette “case Tudor”).
Abitazioni di questo tipo sono molto frequenti nelle campagne, ma se ne trovano spesso anche in città, come nel caso di Lilla Torg a Malmö, o di buona parte del centro storico di Ystad.

Case in korsvirke ad Ystad
Case in korsvirke ad Ystad
Da Wikipedia – foto di Jorchr.
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Lilla Torg
Lilla Torg

I motivi di queste differenze sono soprattutto storici e geografici. Lo Skåne apparteneva infatti alla Danimarca fino al 1658, anno in cui, durante una delle molte guerre del periodo, l’esercito Svedese marciò dalla Polonia fino alla Danimarca del sud per poi attraversare (a piedi e cavallo!) i tratti di mare ghiacciato del Piccolo e del Grande Belt, arrivando a sopresa alle porte di Copenaghen. Nonostante le promesse iniziali, secondo cui l’allora Danimarca dell’Est avrebbe conservato lingua e leggi originali, ci fu una spietata assimilazione, con il divieto di parlare danese e il rogo di tutti i testi che non fossero in svedese. Quello che resta di questa operazione di pulizia è, appunto, lo skånska, la versione svedesizzata del vecchio danese dell’est.
Ma anche la geografia ha avuto il suo ruolo: la Scania è situata nella penisola Scandinava, ma è, in realtà, separata dal resto della Svezia da paesaggi aspri e fitte foreste che rendevano piuttosto complicati gli scambi, mentre lo stretto di Öresund poteva, invece, essere percorso agevolmente da imbarcazioni. Insomma, la cultura continentale riusciva ad arrivare piuttosto facilmente a Malmö e dintorni, ma si fermava sulle foreste che separano lo Skåne dal resto della Svezia.

Il giornalista di SVT ha fatto un semplice esperimento: è risalito lungo le campagne da Malmö per cercare il punto in cui le case in korsvirke vengono rimpiazzate da quelle in legno rosso. Lo ha trovato (minuto 21:07) in Örkelljunga, cittadina in cui le due tipologie abitative coesistono.
A fare da controprova, l’area di diffusione dei dittonghi dello svedese del sud coincide, più o meno, con lo stesso territorio.
La conclusione del servizio è quindi che il confine fra il “continente” e un non specificato “non continente” (il “Nord”?) sia da trovare proprio a Örkelljunga e nei paesi che fanno parte della stessa fascia.

Personalmente, non so come reagire a questo tipo di pensiero. Devo dire che il sud è la zona del Regno che ho visitato per prima, e quindi, per me, è quasi naturale associare questo tipo di architettura alla Svezia. Per mia moglie, invece, non è proprio così: sin dalla prima volta che siamo scesi assieme al sud non ha mai mancato di farmi notare come tutto per lei fosse “danese” o, appunto, continentale. Ed, effettivamente, le sensazioni ambientali che ricevi da una città come Lund sono decisamente diverse da quelle che hai da Uppsala, giusto per citare due località paragonabili: lo Skåne è sicuramente il ponte culturale che unisce la Svezia alla Danimarca, così come la Danimarca è il ponte fra il Nord e la Mitteleuropa. Pur con questo assunto, devo dire, però, che trovo davvero difficile pensare che il continente finisca ad Örkelljunga…

Kanelbullens dag

Kanelbullar
Kanelbullar

Come sa chi mi legge da tempo, in Svezia ci piace festeggiare “ufficialmente” i dolci. Oggi, 4 ottobre, si celebra il Kanelbullens dag, dedicato ai rollini di cannella. A differenza che per altre tradizioni, come il vaffeldagen, non ci sono storielle particolari da raccontare al riguardo, se non il fatto che la “festa” è stata istituita il 4 ottobre 1999 dalla responsabile di Hembakningsrådet, un ente che si occupa di promuovere la panificazione casalinga.
La data scelta, il 4 ottobre, coincideva con quella che era, nel 1999, la Giornata dell’Infanzia in Svezia.

La cosa ha preso piede e, attualmente, questo è il giorno in cui le konditori, i forni, i distributori di benzina e i supermercati promuovono con orgoglio il kanelbulle, magari con offerte speciali.
Questo pomeriggio sono arrivate in ufficio, offerte dall’azienda, le delizie di cui sopra, per una deliziosa fika cui non si può proprio resistere!

Gravidanza alla svedese

Come spiegato già in passato, una delle differenze principali fra la sanità svedese e quella italiana sta nel fatto che qui molte faccende, inclusi interventi di primo soccorso, vengono delegate al personale paramedico, con i medici che intervengono solo nei casi di stretta competenza.
La cosa fa inorridire l’Italiano medio, che, se non parla con il primario, subodora truffa ed incompetenza, ma è generalmente accettata dagli svedesi, che si fidano della preparazione di infermieri ed altri paramedici.
Come mi ha confermato un amico dottore, la preparazione di questi ultimi è spesso notevole, perché vengono immersi sin dall’inizio degli studi nella realtà del sistema ospedaliero: gli infermieri hanno la competenza e le capacità per affrontare i loro compiti, senza distrarre i medici dai loro compiti più importanti.

Questa caratteristica diventa più evidente che mai quando c’è di mezzo una gravidanza: la stragrande maggioranza delle donne svedesi arriva infatti al parto senza avere mai incontrato un ginecologo o un qualunque altro medico durante l’intero processo. La filosofia di base è che la donna incinta non è una paziente, ma semplicemente una persona che attraversa una fase naturale della propria vita. Incontrare medici, con la loro tendenza a fare troppe analisi ed esami, rischia anche di essere un elemento di stress per la gestante.
Qui tutto è in mano alle ostetriche, una professione parecchio richiesta in Svezia, e alla loro preparazione specifica. Salvo casi particolari, e a parte qualche analisi di base, non sono previsti troppi test ed esami.
Io, personalmente, resto naturalmente un po’ spaventato da questo approccio “naturalista”, ma mia moglie si fida ciecamente: d’altronde è il sistema con cui tutte le sue amiche hanno affrontato la loro gravidanza e, per lei, è naturale che sia così.
Peraltro, un articolo di TheLocal.se (per una fortunata coincidenza pubblicato proprio oggi, mentre avevo questo post in lavorazione) le dà anche ragione: secondo Save The Children, la Svezia sarebbe il secondo posto migliore al mondo, dopo la Finlandia, per essere una gestante.

Come detto, qui viene delegato tutto alle ostetriche. Come riporta TheLocal, la cosa è dovuta sia alla tradizione, sia ad un’organizzazione sindacale molto forte, sia al contenimento dei costi, ma anche e soprattutto al fatto che la categoria ha tutte le competenze necessarie per gestire tutto il processo della gravidanza: sono loro ad occuparsi anche di tutte le visite ginecologiche (i medici vengono coinvolti solo in caso di problemi riconosciuti) e le ecografie, oltre che a gestire il processo degli esami e quello di informazione.
E sia chiaro che i miei timori, probabilmente irrazionali, sono a riguardo del sistema in generale, e non delle capacità delle barnmorskor stesse.

Ecco una tipica tabella, che ho adattato dal sito della clinica a cui siamo stati affidati.

Settimana di gravidanza Visita
6-10 Incontro informativo / stesura del piano
11-13 Test combinato ecografico/biochemico, altrimenti ecografia alla settimana 17-18.
14-16 Visita ostetrica e analisi di sangue e urine
24-25 Visita ostetrica
28-29 Visita ostetrica con test di tolleranza al glucosio (ricordarsi l’iscrizione al corso per genitori).
31-32 Visita ostetrica
32-34 Ecografia se necessaria
35-36 Visita ostetrica
37-38 Visita ostetrica
39-40 Visita ostetrica
41 Visita ostetrica
(42) Controllo della posizione prima di eventuale induzione di travaglio*
10-16 dopo il parto Controllo con ostetrica, visita ginecologica e sistemi preventivi

Noi siamo ancora in attesa della prima visita ostetrica ma, eccezione alla regola, abbiamo già fatto due ecografie: la prima per avere la certezza della data di concepimento, la seconda relativa al test combinato. Ne abbiamo anche una terza prevista per novembre, che dovrebbe essere l’ultima. Per ora tutto risulta essere ok.
Personalmente, sono sicuramente un po’ stressato dal fatto che non si facciano più controlli, ma me ne devo fare una ragione: qui fanno così, e i numeri sembrano essere dalla loro parte. 😀

* Non essendo esperto della terminologia, non sono sicurissimo al 100% di questa traduzione 🙂

Chiudono i negozi

In Svezia la crisi si sente certamente meno che da altre parti, ma non mancano comunque problemi anche qua.
A Malmö, chi sta soffrendo particolarmente sono i piccoli esercenti delle zone centrali. Se le grandi strade dello shopping e del turismo, come Södra Förstadsgatan o Södergatan sembrano comunque tenere (ma anche un gigante come Pizza Hut si è dovuto spostare per via dei costi troppo elevati), nelle aree immediatamente adiacenti, da Baltzarsgatan a Triangeln passando per Davidshall, c’è una discreta moria di negozi che chiudono offrendo tutto a prezzi di saldo.
Se già prima la situazione non era brillantissima, l’apertura di Emporia ha dato la mazzata definitiva: il posto è una vera e propria città nella città, e gli abitanti di Malmö preferiscono passare il loro tempo lì piuttosto che nelle zone tradizionali dello shopping.
Ecco quindi che molti negozi chiudono, altri provano a spostarsi in cerca di fortuna, sperando magari di avere abbastanza passaggio e prezzi non proibitivi.
Uno dei problemi, peraltro, è che in molti casi ci sono contratti di affitto che vanno onorati, e non basta chiudere la società per liberarsene: fino a che non si trova una società disposta subentrare (e questa società deve essere comunque approvata dall’affittuario), non ci si libera del contratto.

Probabilmente, per chi vuole avere un’attività, oggi è decisamente più consigliato aprire all’interno di uno dei vari köpcentra, anche a costo di adattarsi alle loro regole ed esigenze. Meno indipendenza, costi più elevati, ma decisamente più gente di passaggio.
Noi, da parte nostra, ci siamo dovuti arrendere, e porre fine all’avventura della boutique di mia moglie: nonostante la zona centrale, letteralmente a pochi passi da Södra Förstadsgatan e nonostante una serie di recensioni entusiaste, non c’è mai stato il passaggio sufficiente a garantire i giusti introiti. E, dopo Emporia, le cose non sono certo migliorate.
Anche il Consolato Italiano, che ospitavamo gratis, si è dovuto spostare in altra sistemazione…
Adesso bisogna ricominciare, e per mia moglie si apriranno le strade della ricerca di un posto di lavoro. Non prima di un annetto e mezzo, però, dato che abbiamo importanti novità familiari in arrivo. Sarà dura, ma ce la faremo… 😀

Goteborg non esiste

Per la serie “le mie battaglie contro i mulini al vento”, voglio ringraziare chi (soprattutto i giornalisti) è riuscito ad imporre l’orribile Goteborg al posto dello storico, e decisamente più sensato, Gotemburgo per indicare in Italia la città che in Svezia chiamiamo Göteborg.

Mentre il toponimo storico italiano era corretto, adesso ci ritroviamo con qualcosa che non è italiano, non è svedese e non si sa cosa sia. E poi, anche nello scriverlo, vuoi mica che quei due punti sulla o siano importanti? 😀

So per certo che in posti come in Inghilterra, Spagna e Portogallo si utilizza ancora il nome adattato (vedi Gothenburg o, appunto, Gotemburgo), e non so come sia la cosa nel resto del mondo, ma non importa: visto che gli italiani ti guardano perplesso (sempre se non arrivano addirittura a sfotterti) quando dici “jettebòri“, ho deciso che, d’ora in poi, nella parlata, userò sempre il bellissimo Gotemburgo.
Perché Goteborg non esiste. 😛


AGGIORNAMENTO: Gotemburgo ha, fra l’altro, una caratteristica: è l’unica città di Svezia ad avere adottato ufficialmente un doppio nome, accettando anche la versione inglese Gothenburg. I motivi sono soprattutto storici: in quanto grande porto, e grazie alla sua posizione, Gotemburgo è sempre stata la più internazionale delle città svedesi. Dopo gli inizi “olandesi”, la comunità britannica ha avuto un ruolo rilevante nella crescita della città, influenzandone in maniera determinante lo sviluppo.

Di topi ed elaboratori

Le palle dei topi sono da oggi disponibili come parti di ricambio. Se il vostro topo ha difficoltà a funzionare correttamente, o funziona a scatti, é possibile che esso abbia bisogno di una palla di ricambio. A causa della delicata natura della procedura di sostituzione delle palle, è sempre consigliabile che essa sia eseguita da personale esperto.

Prima di procedere, determinate di che tipo di palle ha bisogno il vostro topo. Per fare ciò basta esaminare la sua parte inferiore. Le palle dei topi americani sono normalmente più grandi e più dure di quelle dei topi d’oltreoceano. La procedura di rimozione di una palla varia a seconda della marca del topo. La protezione delle palle dei topi d’oltreoceano può essere semplicemente fatta saltare via con un fermacarte, mentre sulla protezione delle palle dei topi americani deve essere prima esercitata una torsione in senso orario o antiorario. Normalmente le palle dei topi non si caricano di elettricità statica, ma è comunque meglio trattarle con cautela, così da evitare scariche impreviste. Una volta effettuata la sostituzione il topo può essere utilizzato immediatamente.

Si raccomanda al personale esperto di portare costantemente con se un paio di palle di riserva, così da garantire sempre la massima soddisfazione dei clienti.

Nel caso in cui le palle di ricambio scarseggino, è possibile inviarne richiesta alla distribuzione centrale utilizzando i seguenti codici:

PIN 33F8462 – Palle per topi americani

PIN 33F8461 – Palle per topi stranieri

Questo manuale interno per i dipendenti IBM circola da qualche decennio fra gli informatici (e non solo) italiani come fonte di risate e scherno nei confronti di un traduttore considerato troppo zelante.
Gli Italiani sono fatti così: prendono per i fondelli i “nazionalisti” francesi che osano chiamare il computer ordi(nateur) e il mouse souris, senza rendersi conto di rappresentare invece una vera e propria eccezione a livello mondiale.
Computer, monitor, mouse, scanner, hard disk, docking station e compagnia sono tutti termini entrati nell’utilizzo comune in ambito informatico, e il loro uso suona oggi naturale: quando ti muovi all’estero, però, ti rendi conto in fretta di come negli altri paesi non sia generalmente così, al punto di cominciare a farti domande sull’esterofilia dilagante nello stivale.

"Senza palle, a chi!?!"
“Senza palle, a chi!?!”

Un termine come computer è, ad esempio, usato anche in paesi come Danimarca, Paesi Bassi e Germania. Buona parte degli europei, però, utilizza invece un termine nella propria lingua: qui in Svezia è dator, in Finlandia è tietokone, in Norvegia è datamaskin. Ma anche le nazioni neolatine non scherzano: ecco il computador portoghese, la computadora castigliana, il già citato ordinateur francese, il calculator rumeno e così via. E il resto del continente? Andiamo dal počítač ceco allo számítógép magiaro, passando per l’arvuti estone e il bilgisayar turco. Poi è chiaro che, probabilmente, in buona parte di questi paesi si utilizzerà o, quantomeno, comprenderà anche il termine computer, ma non è comunque il lemma principale per indicare quello che in Italia potremmo tranquillamente chiamare “elaboratore“.
Ma se computer ha comunque una certa diffusione, stati sicuri che il “mouse” sarà chiamato pressochè in ogni paese con l’equivalente locale della parole “topo”. E, statene altrettanto sicuri, per loro è nomale. E nessuno ride. Svedese? (Dator)mus! Tedesco? Maus! Danese? Mus! Spagnolo? Ratón! Polacco? Mysz! Finlandese? Hiiri… e così via!
Solo in italiano abbiamo deciso di perdere completamente il riferimento all’animaletto “topo” per utilizzare, senza alcun motivo, un termine straniero.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Solo per restare nell’ambito dello svedese, qui un monitor è uno skärm, l’hard disk è un hårddisk (termine ibrido, ma almeno non totalmente estero), un tablet è un surfplatta, una docking station (termine che in Italia si abbrevia orribilmente con “la docking”, come se fosse l’aggettivo a prevalere) è una Dockningsstation. L’unico termine che probabilmente si salva ancora in italiano è “tastiera” (per i curiosi: tangentbord in svedese), forse perché preesistente e radicato.
Anche quando avevamo termini italiani che venivano utilizzati, come “schermo”, “disco rigido” o “scheda madre”, ormai si usa più di frequente, soprattutto nel linguaggio comune, l’equivalente inglese maccheronico (arrdìsk?).
Persino nell’inventarci nuovi verbi, siamo riusciti a riadattare malamente la terminologia inglese, invece che usare l’impalcatura dell’italiano preesistente. Ecco quindi gli orribili formattare, masterizzare (il più insensato di tutti), scannerizzare e così via.
Non parliamo poi, di quando si prova a fare i fighi con gli acronimi, finendo per arrivare a pronunce esilaranti: non sapete quante volte ho sentito HDMI trasformato in “acca-di-emme-ai”, tre quarti in italiano e un quarto in inglese!

Per carità, in qualche caso l’inglese fa comodo ed è penetrato anche qui in Svezia: ad esempio si dice “mejl*” (ma esistono anche i nativi e-post ed e-brev) perchè effettivamente è più comodo e veloce di elektroniskt meddelande; si utilizza “att surfa” (surfare, navigare su internet) perché, in fondo, si conserva comunque la metafora originale… però si tratta per lo più di eccezioni pratiche, spesso dovute all’assenza di eventuali termini concisi, che non costringano a locuzioni particolari. E anche se inglesizzazioni discutibili non mancano neppure qui, magari con qualche frase fatta derivata dai film in lingua originale, direi che c’è un rispetto decisamente maggiore della propria parlata.

Quello che è certo è che l’esterofilia linguistica degli Italiani, in ambito tecnico (ma non solo), lascia davvero interdetti. Perché abbiamo dovuto buttare via la nostra lingua, e ci siamo dovuti perdere dietro a termini come “mouse”, “tablet”, “touchpad”, “gamepad”, “tower”, “laptop”, che in italiano non hanno alcun significato, quando avremmo potuto usare altri termini già esistenti o inventarcene di adeguati? Perché dobbiamo essere gli unici al mondo a ridere di fronte ad un sensatissimo** manuale di istruzioni scritto per la nostra lingua, e perché dobbiamo anche divertirci a sfottere quelli che, in altri paesi, usano correttamente la propria parlata? Perchè fa più cool? Mentre ci penso, vi devo lasciare… Devo andare ad un meeting che sono riuscito a fatica a fittare nella mia schedule e che si terrà in una venue davvero spettacolare. Se poi avrò tempo, questa sera mi vedrò il replay del parbuckling della Costa Concordia, in time lapse sulla mia televisione full-accaddì! Alla prossima!

* notare come agli svedesi piaccia tuttora riadattare le lingue estere alla propria fonetica: un altro esempio è “dejt”, che si usa perché è un po’ difficile rendere l’eccezione britannica di “date” (inteso come appuntamento romantico, ma anche come la persona che è oggetto dell’appuntamento stesso).

** d’accordo, personalmente avrei utilizzato “sfere” al posto di “palle”…

Il partito del sorriso

Si è parlato spesso in Italia, e lo si rifarà, degli Sverigedemokraterna, l’anima svedese del populismo nazionalista. Ora, come molti abitanti di Malmö, ricevo regolarmente nella casetta della posta, senza che lo abbia mai richiesto, materiale informativo dei Democratici. La prima cosa che salta agli occhi, sfogliando le pubblicazioni, è l’immagine stessa del partito, assolutamente lontana dagli stereotipi che uno potrebbe associare ai tipici movimenti di estrema destra. Il simbolo dei Demokraterna è un bel fiore (gialloblù, ovviamente), l’impaginazione e le foto lasciano grande spazio al bianco, le persone rappresentate sorridono in maniera serena, a lasciare intendere un messaggio positivo e solare.

Nulla, quindi, che faccia pensare ad una forza politica che si pone “contro” qualcosa, e una bella differenza rispetto agli inizi, quando prevalevano un’immagine decisamente più guerresca e una simbologia più tipica dell’estrema destra.

Questo cambiamento è da imputarsi alle politiche di moderazione imposte dai leader che, a partire dalla seconda metà degli anni ´90, hanno guidato il gruppo: prima l’ex centrista Mikael Jansson, poi il giovane Jimmy Åkesson hanno cambiato profondamente il partito, sconfessando le origini neo-naziste, bandendo l’uso delle uniformi e del simbolismo estremo, accettando la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, estromettendo gli estremisti e chi propagandava idee razziste. La politica degli Democratici Svedesi di oggi è una politica nazionalista, che sconfessa pubblicamente il razzismo ma si dichiara contraria alle politiche di immigrazione, che si pone contro l’Islam e a favore della conservazione dell’identità tradizionale svedese. In sostanza, qualcosa di molto simile alla nostra Alleanza Nazionale prima maniera e, per altri versi, ad una certa parte della Lega, pur mancando – ovviamente – la componente separatista. Questa scelta di intraprendere una strada moderata e “rispettabile” ha permesso ai Demokraterna di conquistare consensi anche fra chi non avrebbe mai accettato un partito apertamente razzista e di costruirsi, in particolare, una roccaforte a Malmö e nello Skåne, l’area in cui la presenza dell’immigrazione è più massiccia, inserita nel tessuto cittadino e meno confinata alle cosiddette “aree ghetto”, come invece a Stoccolma. Nonostante questo processo, e la crescita di consenso, i Democratici restano una forza ostracizzata nel panorama politico nazionale: se, da un lato, bisogna ricordare che gli Svedesi non hanno mai vissuto la forte contrapposizione politica tipica di quello che è il dualismo storico all’Italiana fra (centro)destra e (centro)sinistra, e nessuno si è mai scandalizzato se una persona vota l’altra fazione, dall’altro il partito di Åkesson resta tabù e i suoi simpatizzanti vengono automaticatamente, a volte a torto a volte a ragione, bollati come razzisti (se poi lo siano o no, è davvero difficile capirlo: è rarissimo che gli svedesi parlino di politica, e, sicuramente, i primi a non esporsi sono proprio i simpatizzanti democratici). Anche dopo le ultime elezioni, che hanno visto il primo ingresso dei Demokraterna in parlamento, nessun altro partito del Riksdag, sia di destra che di sinistra, ha ufficialmente aperto un dialogo con la forza di estrema destra. Il fatto è che, secondo molti, il rinnovamento dei Demokraterna è stato solo un’operazione di marketing di facciata, e, dietro il doppiopetto, continuerebbero a nascondersi un’anima profondamente razzista e una cultura neonazista, pronta a manifestarsi al momento giusto. Non aiutano, certo, alcuni incidenti in cui sono stati coinvolti rappresentanti del partito, come il caso che ha visto tre di loro (di cui due parlamentari) insultare una donna e un immigrato ubriaco, per poi armarsi con spranghe prima dell’arrivo della polizia. Curiosamente, l’intera scena era stata filmata proprio da uno dei tre politici, e solo dopo un paio d’anni è entrata in possesso del tabloid liberale Expressen, che l’ha resa pubblica. In seguito allo scandalo scoppiato, i due parlamentari sono stati costretti ad abbandonare le posizioni di vertice in seno al partito, pur conservando l’iscrizione allo stesso e, soprattutto, il seggio in parlamento. Un altro degli elementi curiosi di questa storia è che una delle persone coinvolte è l’ebreo Kent Ekeroth: la comunità ebraica svedese ha sempre condannato apertamente i Demokraterna, considerandoli dei nazisti in borghese, ma il fatto che il figlio di un’ebrea polacca abbia avuto un ruolo importante nel partito fa sicuramente pensare. D’altronde il “nemico” principale odierno dei Demokraterna è sicuramente, se non l’islam in sè, l’islamizzazione della Svezia, e allora ecco che anche il “compromesso” filo-ebraico, come già successo per Alleanza Nazionale in Italia, diventa improvvisamente accettabile anche per chi ha radici di estrema destra. Come ovunque in Europa, peraltro, la questione islam sembra essere diventata una prerogativa della destra, con la sinistra che tollera tutto nel nome del multiculturalismo: se lo volete conoscere, il mio pensiero al riguardo è riportato perfettamente qui. Alla resa dei conti, questi Sverige Demokraterna non sembrano quindi assimilabili a movimenti estremisti come Alba Dorata e Casa Pound. Quando la notizia del loro ingresso nel Riksdag, nel 2010, fece scalpore in Italia, mi veniva da sorridere: forze equivalenti erano già al parlamento, e al governo, nel Bel Paese da una ventina d’anni. Anzi, personaggi politici decisamente discutibili che in Italia la fanno da padrone con atteggiamenti apertamente razzisti, senza perdere la propria posizione, non avrebbero vita facile con un Åkesson che prova ad eliminare (o a nascondere, secondo molti) il marcio che ancora emerge fra i Demokraterna. Allo stesso modo mi fanno sorridere anche i commenti di questi giorni riguardo all’ingresso nel governo norvegese del “partito di Breivik”: l’Italia, in queste cose, è decisamente all’avanguardia. Ma quindi, dietro il partito del sorriso e la sua facciata “rispettabile”, si nasconde davvero un’anima razzista? In tutta sincerità, non mi interessa neanche troppo saperlo: qualunque sia la situazione, i Demokraterna restano distantissimi dalle mie idee e non prenderanno mai il mio voto. Anzi, spero proprio di non doverla scoprire mai, un’eventuale anima oscura nascosta…